Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 2, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 122)

Watch the butcher shine his knives

16 Lovers Lane, The Go Betweens

Ci sono band che commercialmente ce l’hanno fatta e tante altre che riempiono comunque la vita di fedeli ascoltatori. Non è per forza una questione di qualità o, almeno, non sempre. Insomma, non è detto che se qualcuno vende poco non offra qualcosa di eccellente e non necessariamente che chi vende tanto debba in altro modo proporre qualcosa di scadente. Ma le dinamiche per cui certe cose arrivino o meno ad un grande pubblico sono argomento di di­scussione in molti ambiti, sia che si tratti di cibo sia che si parli di musica. Da una parte, mai abbastanza hype per il pubblico inglese e, dall’altra, troppo diversi per la natia Australia, i Go-Betweens hanno vissuto questo insoddisfacente contrasto come in una sorta di limbo, citati ad ogni ascesa e ad ogni fallimento di essere i più o meno effimeri fenomeni indie-pop di entrambi i Paesi. Questa normalità non ha impedito loro di scrivere e pubblicare sottovalutate, per lo più, ignorate, eccellenze. Esordiscono nel 1982 con Send Me A Lullaby e si sciolgono (temporaneamente, si scoprirà poi) nel 1988 con un disco che rimane il loro capolavoro: “16 Lovers Lane”. E quale collegamento c’è per questa rubrica direte voi? Proprio da questo album il primo singolo estratto è l’unico brano ad aver ottenuto un piccolo successo commerciale.
Si chiama Street Of Your Town e comincia così:
“Round and round up and down
Through the streets of your town
Everyday I make my way
Through the streets of your town
Don’t the sun look good today?
But the rain on its way
Watch the butcher shine his knives
And this town is full of battered wives”

È una scena in cui si racconta il girovagare senza una destinazione precisa, ma nella familiarità delle proprie strade, in quel miscuglio di insoddisfazione e rassicurazione che tutti abbiamo vissuto almeno una volta. L’instabilità, la mutevolezza come sotto un cielo che da terso sia pronto a riempirsi di nuvole e pioggia. In una città piena di mogli malconce dalla routine, mentre il macellaio lucida i suoi coltelli. Ecco il collegamento, in uno dei brani più rappresentativi del disco, sicuramente il più conosciuto. Ma in “16 Lovers Lane” c’è tanto altro. C’è più di quanto si possa pensare in un album di soli 37 minuti uscito alla fine degli anni Ottanta da una band australiana, non proprio il centro nevralgico della produzione musicale, con tutto il rispetto del caso. C’è lo spettacolo struggente di violini che si sollevano e scendono come in un volo, grancasse che pulsano, chitarre che illuminano e voci che non raccontano soltanto.
Oboi, tastiere, crescendo schiantati, diminutivi, tuoni, fulmini, le stelle, frivolezze e sovrappensieri, dichiarazioni d’amore sfacciate e inconfessate, i desideri, i rimpianti e i rimorsi, l’eccezionale e l’ordinario, tutti i grandi e piccoli gesti drammatici e le manifestazioni irrazionali dell’emotività che rendono le canzoni d’amore indie e pop una sorta di affermazione indiscutibile della nostra goffa e meravigliosa identità. Ecco perché si conficcano tra petto e gola e salgono fino a non poter andare più via. Ed ecco perché la “normalità” dei The Go-Betweens, stavolta davvero in bilico tra gli estremi, è così importante. Perché le tensioni interpersonali e la fine di un percorso artistico in cui due amici fraterni, Robert Forster e Grant McLennan, non riescono a divincolarsi l’uno dall’altro, è uno scambio così ricco da commuovere.
Sono cambiati tanto nel corso degli anni e dei dischi, ma qui sembrano raccogliere tutto con la freschezza dei primi anni e, allo stesso tempo, con la consapevolezza dell’esperienza. Il risultato tra le trame strumentali di Forster e i testi di McLennan è un album liricamente più complesso dei lavori precedenti e brutalmente sincero. E mentre batteria di Lindy Morrison è concreta e tiene tutti a terra sani e salvi, i due autori hanno smania ed eludendo ogni tipo di sicurezza si emancipano. La produzione rigorosa, senza orpelli inutili, rende le loro dichiarazioni d’amore ancora più irriverenti. In un perfetto incastro le canzoni si susseguono come in una ricerca, rispettando le idealizzazioni: così l’amore è un ideale eterno (Love Goes On), un conforto (Quiet Heart), un simbolo (Love Is A Sign), un’inevitabilità (You Can’t Say No Forever) e, infine, la salvifica traccia di bellezza in un mondo desolato (The Devil’s Eye).
Riportati alla realtà (rifiuto, tradimento e violenza domestica), apprendono che l’amore può essere accecante come cieco. Scegliendo come epilogo, assecondando la loro natura romantica, idealmente di tuffarsi nel ricordo dell’amore (Dive For Love). “16 Lovers Lane” è un capolavoro spesso trascurato. The Go-Betweens non si sciolsero per sempre con questo disco, visto che 12 anni dopo, era il 2000, si ritrovarono per poi pubblicare tre dischi molto belli prima della prematura scomparsa di McLennan, evento che irrimediabilmente chiuse la loro storia. Ma non potevano certo saperlo quando nel 1988, in preparazione di quella che doveva essere la fine, scrissero un disco che vale la carriera di tanti altri e che ancora suona in maniera incredibile.
Giovanni Papalato

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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