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Eurocarni nr. 10, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 168)

Huevos de toro

Mezcal Head, Swervedriver

“Quando nella Maremma toscana viene il giorno della castratura dei puledri, s’invitano gli amici ad un pranzo ove il piatto che fa i primi onori è un magnifico fritto di granelli”: così scrive l’Artusi ne La Scienza in Cucina e l’arte di mangiar bene (1891). Ora io scrivo dalla mia vacanza maremmana, ma ho chiamato al telefono il mio amico Roberto che ha una meravigliosa macelleria a Roma per farmi raccontare dei granelli, sì, ma di toro, perché un toro è il protagonista della copertina di Mezcal Head di Swervedriver. Simili nel gusto alle animelle ma dalla consistenza nettamente più concentrata, mi sono ripromesso di provarli al rientro a Modena, ordinandoli al mio macellaio di fiducia.
Come certi tagli di carne, anche questo disco fu accolto con una certa diffidenza quando uscì. Non è chiaramente identificabile, non si smarca nettamente da un genere e non per mancanza di personalità ma perché ha cosi tanto da dire che non basta un solo mezzo espressivo codificato. Finisce così per rimanere un disco di culto e senza il successo commerciale, non solo in ambito economico, che invece ha reso altre band contemporanee di egual talento transgenerazionali. Perché certe chitarre nel 1993 erano più appetibili ad un orecchio statunitense (e più tardi anche del Vecchio Continente) in piena sbornia alternative/grunge ma non avevano nulla da invidiare a band come Ride, Slowdive, My Bloody Valentine cioè i tre simboli del cosiddetto movimento Shoegaze.
Un genere musicale che letteralmente significa “fissare lo sguardo sulle scarpe”, rappresentativo di chi sul palco non aveva un atteggiamento atto a intrattenere o interagire con il pubblico ma, al contrario, si isolava in un’introspezione in cui il capo spesso era chino.
Tra gli elementi che lo definiscono, oltre ad un significativo utilizzo di distorsore e riverbero, riff monocordi (droni) e un muro di feedback che ricorda il Wall Of Sound di Phil Spector che caratterizzano le chitarre elettriche, c’è un estremo senso melodico delle parti vocali. Dopo un buon album di esordio pubblicato due anni prima, nel 1991, la band di Oxford dovette gestire l’abbandono del batterista e del bassista, sostituendo il primo ma non il secondo. Questa situazione in ambito ritmico, oltre alla scelta alla produzione di Alan Moulder, che fino ad allora aveva lavorato con Ride, Jesus & Mary Chain e Smashing Pumpkins, portò un suono più profondo e marcato, decisamente aperto.
L’avvio è una dichiarazione di intenti, non si nasconde: un crescendo che parte lontano e poi il ritmo impellente di For Seeking Heat, un uptempo con svariate linee di chitarre sovrapposte e la voce chiara di Franklin a scandire il ritmo veloce. È già un manifesto, qualcosa di identificativo nella sua eterogeneità. Poi un riff distorto, sbilanciato a destra, come una spallata in corsa, ci disarciona e ci trascina in Duel, un brano che invece sa di stagione effimera, fatta di power cords irregolari e con la batteria che gioca a rimpiattino, rilassandosi fino a scomparire per poi ritornare decisa e nel finale nascondersi di nuovo, rallentando fino a mischiarsi tra il rumore del mare in Blowin’ Cool.
Corde percosse quasi a scrollarsi di dosso qualcosa, ridestarsi e ripartire. C’è tanta melodia, le vocali trascinate ad assecondare un flusso in cui le chitarre sono chiare e quasi solari, piene di riverbero. Ecco, così ci si trova in un territorio ampio in cui i riferimenti sono molteplici e nel quale non bisogna sentirsi disorientati ma farsi rapire dall’armonico contrasto di suggestioni.
La sequenza composta da MM Abduction e Last Train To Satansville è uno dei momenti più belli del disco, con la prima a prendersi il tempo, dondolando sospesa e la seconda a rivelarsi come la più vicina ad in identità shoegaze codificata.
Quando si arriva a girare il disco si corre veloci in Harry and Maggie ma con un’attitudine più riflessiva, come se ci fosse una sorta di malinconia che prima non era presente. Questo fattore eleva la seconda parte del disco a qualcosa di più. Come un completamento, qualcosa che quando si manifesta ti fa rendere conto della sua importanza in maniera netta e indiscutibile. Questo non svilisce quanto ascoltato e detto finora, perché completa un racconto e le due parti assumono forme significative e complementari.
A Change Is Gonna Come continua nella scia di grazie tracciata, si muove capace e cosciente della sua indole. Girl On A Motorbike è uno degli episodi migliori, una sintesi importante di visioni e attitudini non solo musicali. Un racconto filmico in cui sembra proprio di stare su quella moto, con gli strappi, le soste e le ripartenze nella notte, tra le strade di Berlino.
Siamo quasi al termine del disco ed ecco che si arriva al climax con Duress. Un intro lunghissimo, quasi 3 minuti e mezzo, fatto di un ritmo lento di basso e percussioni, chitarre che dialogano senza mai aprire un discorso. Poi quando Franklin comincia a cantare gli si sovrappone una chitarra che segue la sua melodia, iniziando un crescendo che aggiunge un suono ad ogni ritornello. È il brano che rappresenta nel migliore dei modi la poetica di Swervedriver, in cui convivono molteplici e contrastanti identità stilistiche ma che trovano una personale e credibile espressione psichedelica invece di disperdersi in approssimazioni.
Quando comincia la conclusiva You Find It Everywhere siamo come risvegliati ma anche pacificati. Ci si perde così in riverberi, melodie sixties filtrate da distorsioni nineties e ci si ritrova alla fine di un viaggio con una consapevolezza: Mezcal Head è un disco meraviglioso ed importante anche se appartiene alla più sottovaluta band shoegaze. Quello che a volte ci spaventa perché non riusciamo a dargli definizione può essere una sorpresa che non sapevamo quanto ci potesse piacere.
Giovanni Papalato

Altre notizie

Una birra con le palle!

Se a Virginia City, in Nevada, nel giorno di San Patrizio si festeggia da ben 28 anni il Rocky Mountain Oyster Fry Festival, appuntamento dedicato proprio alla cucina dei testicoli di toro (o di montone), chiamati localmente “ostriche delle Montagne Rocciose”, con queste “ostriche” a Denver hanno deciso di fare una birra. Ebbene sì. Qualche anno fa, il birrificio artigianale Wynkoop Brewing Company realizzò per scherzo (era il 1º di aprile) un video che annunciava la creazione di una nuova birra prodotta con “uno dei gioielli culinari del Colorado”. Il video, molto ironico e divertente, divenne virale e i consumatori iniziarono ad inviare massicce richieste per acquistare l’originale bevanda. La Rocky Mountain Oyster Stout è stata infine prodotta usando 25 libbre (11,3 kg) di testicoli di toro, tagliati a pezzetti e arrostiti prima di essere gettati nel mash tun insieme a del sale marino, ottenendo otto barili di birra (350 galloni circa). Ad oggi la birra ai testicoli di toro non è in produzione ma si possono acquistare le magliette dedicate.

 

Didascalia: Giovanni Papalato, photo © Lucio Pellacani.

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