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Eurocarni nr. 10, 2019

Rubrica: Attualità
Articolo di Benedetti E.
(Articolo di pagina 32)

Le tante sfide dell’industria delle carni

Nel corso della 14ª edizione della tavola rotonda del Belgian Meat Office con la stampa specializzata europea si è discusso di antibioticoresistenza, di filiere e di come comunicare in modo efficace e autentico con i consumatori

Era il 2005 quando il Belgian Meat Office, l’ente di promozione delle carni belghe, ebbe l’intuizione di organizzare una tavola rotonda che aggregasse i rappresentanti della stampa specialistica delle carni in Europa al fine di favorire un confronto di idee, opinioni ed esperienze. Da allora, puntualmente ogni fine agosto, una quindicina di giornalisti di testate “carnivore” — tra cui Eurocarni — si riunisce in Belgio per non mancare a questo appuntamento, sempre attesissimo per qualità di contenuti e scambi raccolti. L’edizione 2019 non è stata da meno e si è svolta il 28 e 29 agosto nella cittadina di Mechelen, nel cuore delle Fiandre, a metà strada tra Bruxelles e Anversa.
Padrone di casa dell’evento è stato Joris Coenen, manager del Belgian Meat Office, che insieme al suo staff ha accolto i giornalisti e articolato due giornate di intenso lavoro. La trasferta del primo giorno è stata quest’anno incentrata sulla visita dello stabilimento di disosso e lavorazione carne Fine Food Meat del gruppo Colruyt, una delle insegne di supermercati leader in Belgio (si veda l’articolo a pagina 78).
Il giorno successivo, presso la location esclusiva del Martin’s Patershof, chiesa del XIX secolo sconsacrata e trasformata in hotel e centro congressi, si è articolata la tavola rotonda con l’obiettivo di far luce sui miglioramenti qualitativi dell’industria delle carni, anche alla luce delle nuove dinamiche del mercato.
Riassumendo, tre sono stati i temi trattati nel corso dell’incontro: antibioticoresistenza, comparto suinicolo e comunicazione.
Jeroen Dewulf, professore presso la Ghent University e ricercatore nei campi dell’epidemiologia veterinaria, economia agraria, animal science e food science, ha illustrato una serie di dati 2018 in materia di resistenza dei batteri all’attività di un farmaco antimicrobico. La resistenza antimicrobica è una delle maggiori minacce che la comunità globale si sta preparando ad affrontare.
Lo stesso gruppo di coordinamento dell’ONU, quest’anno, ha pubblicato un rapporto che ha lanciato l’allarme, scuotendo l’opinione pubblica. «Se non si interverrà e se la resistenza agli antibiotici aumentasse del 40% — ha rimarcato il prof. Dewulf — le malattie resistenti ai farmaci potrebbero causare 10 milioni di morti all’anno entro il 2050 e danni all’economia».
Questo che cosa significa? Che sempre più malattie comuni, come per esempio le più semplici infezioni del tratto respiratorio e delle vie urinarie, potrebbero diventare difficilmente curabili, col conseguente aumento del numero di ricoveri e di complicazioni. «L’antibioticoresistenza è una problematica molto subdola e decisamente poco esposta verso l’opinione pubblica», ha detto Dewulf, ricordando che «una categoria particolarmente esposta è quella del personale che frequenta abitualmente le aziende agricole, gli allevamenti e gli stabilimenti di macellazione».
Il prof. Dewulf ha poi precisato: «La discussione non sta nella quantità di residui antibiotici nella carne. Questa quantità, infatti, è talmente bassa che, se anche ci fosse, sarebbe distrutta dal processo digestivo, nello stomaco. Il problema è legato alla presenza di antibiotici nei terreni ad alta densità zootecnica».
Qual è quindi la soluzione? «Diminuire l’uso di antibiotici, preferendo eventualmente quelli a piccolo spettro». In Belgio, nel 2012 è iniziata una politica di riduzione dell’impiego di antibiotici negli allevamenti che ha dato ottimi risultati, con un calo di farmaci somministrati per motivi sanitari e veterinari — tra il 2011 e il 2018 — che ha raggiunto il 70%. «In Belgio è stato fatto un lavoro importante, ma occorre proseguire su questa strada e lavorare insieme agli allevatori e ai veterinari per abbassare ulteriormente l’impiego di antibiotici, soprattutto negli allevamenti di vitelli», ha detto infine Dewulf.
Il professore dell’Università di Ghent ha sottolineato la portata mondiale del problema e ricordato che in Asia, soprattutto in Cina, i governi si stanno muovendo rapidamente.
«La mia opinione è che sia possibile una produzione di carne su larga scala con un ridotto impiego di antibiotici — ha concluso Dewulf — ricordando che l’antibiotico lavora sul sintomo ed è quindi bene trovare le soluzioni indagando direttamente alla fonte».
La parola è quindi passata a Liesbet Pluym, coordinatrice e quality­ advisor di Belpork (www.belpork.be), organizzazione no profit fondata nel 2000 che si occupa di promuovere lo sviluppo dell’industria delle carni suine a livello integrato, con etichettatura, tracciabilità, servizi e sviluppo del benessere animale. «Tra i nostri macro obiettivi c’è quello di creare valore aggiunto nella produzione di carni suine e lavorare per favorirne la percezione presso il consumatore», ha sottolineato Pluym.
Il tema del valore aggiunto delle proteine animali è stato più volte ripreso nel corso della tavola rotonda, sia nelle presentazioni che negli interventi dei giornalisti partecipanti. Eh già, perché la filiera può agire correttamente per operare in modo sostenibile da un punto di vista ambientale e di sicurezza sanitaria ma resta la questione di come comunicare questo lavoro, complesso e articolato, al consumatore. Tale punto è stato approfondito dal terzo relatore, Erik Lenaers, direttore associato dell’agenzia Weber Shandwick, che da anni si occupa di comunicazione, campagne adv e profilazione del mercato delle carni. «Comunicare con il consumatore oggi non è mai stato così difficile» ha esordito Lenaers, sottolineando che «c’è un vuoto sulla fiducia, sulle aspettative e sui comportamenti».
Ma come si può colmare questo gap? «Innanzitutto occorre precisare che c’è una bella differenza tra ciò che i consumatori dicono e ciò che fanno per davvero! Come cittadino pensi e agisci in un modo, ma come consumatore, spesso e volentieri, ti comporti in un altro».
Che fare, allora? Secondo Lenaers occorre comunicare con un registro il più possibile onesto, seguendo quelle che oggi sono le tematiche verso le quali il consumatore è più sensibile, ovvero il benessere animale, l’impatto ambientale degli allevamenti, la sostenibilità e la salute. «Occorre non sottovalutare il consumatore, essere consapevoli del suo punto di vista e del fatto che esso richiede autenticità».
Un esempio? Secondo la fonte Euromonitor, in Germania l’85% dei consumatori sarebbe disposto a pagare di più la carne se questo costo addizionale fosse a beneficio degli allevatori e delle politiche di benessere animale.
O ancora, la maggioranza dei teenager e under 16 nel Regno Unito ritiene giusto che i brand non solo siano responsabili del minimizzare l’impatto che le loro attività hanno sull’ambiente, ma che debbano anche restituire responsabilmente ciò che alterano alla società.
Oggi il concetto di qualità è considerato da chi compra un qualcosa di scontato. «Occorre creare una nuova narrazione attraverso il canale distributivo, per spiegare al consumatore medio qual è il valore aggiunto di quel dato prodotto, rendendolo più consapevole di ciò che sta acquistando, di ciò che sta dietro a quella vaschetta di carne».

Diamo i numeri sulla carne belga

L’industria delle carni in Belgio è specializzata nell’allevamento e lavorazione di carni suine e bovine. Da parecchi anni queste carni sono esportate in oltre 60 Paesi del mondo. Per quanto concerne le carni bovine, i Paesi Bassi restano il maggior importatore di carne, con un volume del 34%. Francia, Germania, Italia e Lussemburgo completano la top 5. Per quanto riguarda il suino è la Germania il maggiore importatore (29%), seguito da Polonia (27%), Paesi Bassi, Regno Unito e Repubblica Ceca. Compito del Belgian Meat Office è quello di coordinare le attività di esportazione delle carni suine e bovine. Il Belgio non solo figura tra i principali esportatori di carne in Europa, ma è anche un punto di riferimento in materia di sicurezza alimentare, vantando una solida reputazione nel sistema di gestione del rischio attuato dalle aziende belghe. Caso unico in Europa, in Belgio la sicurezza dell’intera catena alimentare è infatti di competenza di una sola agenzia indipendente, l’Agenzia federale belga per la sicurezza della catena alimentare (FASFC). Questa integra tutti i servizi di controllo in materia di salute pubblica e zootecnica, vigilando sull’autocontrollo obbligatorio per gli operatori e sulla corretta tracciabilità dei loro prodotti.

  • 6.209.130    patrimonio di capi suini nel 2018
  • 2.398.090    patrimonio di capi bovini nel 2018
  • 15.240    tonnellate di carne bovina belga esportata in Italia nel 2018 (+10%)
  • 28.552    tonnellate di carne suina belga esportata in Italia nel 2018 (+7%)


Elena Benedetti

>> Link: www.belgianmeat.com

 

Altre notizie

 

Antibioticoresistenza: informazione, alleato prezioso

Sul sito del progetto “Carni Sostenibili” (carnisostenibili.it), a fine agosto è stata pubblicata una lettera della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) scritta in risposta ad un articolo-intervista al prof. Walter Ricciardi sull’antibioticoresistenza pubblicato su La Stampa e contenente diverse inesattezze. Sicuri di fare l’interesse dei lettori, anche noi la riportiamo di seguito.

La tutela della salute pubblica: anche la corretta informazione è un alleato prezioso
L’antibioticoresistenza è considerata la terza emergenza sanitaria mondiale: preservare l’efficacia degli antibiotici è quindi una priorità per tutte le professioni sanitarie in tutti i paesi del mondo. A questo proposito, la medicina veterinaria ha profuso molte energie ed impegno: dal 2006 è stato bandito l’uso degli antibiotici quali additivi alimentari, dal 2010 le vendite degli antibiotici ad uso veterinario vengono attentamente monitorate in tutti i Paesi Europei dall’Agenzia del Farmaco (EMA) e i risultati vengono aggregati in dati resi pubblici ed accessibili (ESVAC project; www.ema.europa.eu/en/veterinary-regulatory/overview/antimicrobial-resistance/european-surveillance-veterinary-antimicrobial-consumption-esvac).
Proprio sulla base di tali dati è possibile osservare che a partire dal 2011 la zootecnia Italiana ha ridotto l’uso degli antimicrobici del 73%; inoltre, gli obiettivi del Piano Nazionale di Contrasto dell’antimicrobicoresistenza prevedono un’ulteriore riduzione del 30% entro il 2020. Sottolineiamo inoltre il fatto che i dati AISA (Associazione Industrie Sanità Animale) indicano chiaramente che il mercato totale dei farmaci veterinari, sia in zootecnia che per gli animali da compagnia, è pari a poco più del 2% del totale del mercato italiano dei medicinali umani.
Oltre a ciò, con grande impegno da parte di tutta la professione, da metà aprile è entrato in vigore il sistema della Ricetta Elettronica Veterinaria anche con la finalità di monitorare il consumo degli antibiotici.
Corre poi l’obbligo precisare — in risposta alla frase comparsa su La Stampa del 24 agosto a pagina 17: “Sebbene ci siano una legge internazionale e una nazionale che autorizzano l’uso degli antibiotici negli allevamenti solo in caso di necessità e con protocolli e controlli molto rigidi, denuncia Ricciardi, in Italia «vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo»” — che la normativa che regola l’uso del farmaco in medicina veterinaria, ed in particolare negli animali destinati a produrre alimenti per l’uomo, declina con precisione le possibilità di utilizzo di antibiotici anche alla luce della valutazione del rischio per il consumatore per l’eventuale presenza negli alimenti derivati di residui di farmaci o di loro metaboliti. Si ribadisce il divieto di somministrare agli animali antibiotici a scopo preventivo, se non quando strettamente consentito dalla legge, per casi particolari, sotto la sorveglianza e la responsabilità del medico veterinario.
Considerando inoltre l’importanza sanitaria in un’ottica One Health dell’antibioticoresistenza e l’impatto che le informazioni diffuse a mezzo stampa ed altri media possono esercitare sulla popolazione e sugli stakeholders ci auguriamo che l’affermazione riportata sempre nel medesimo articolo — “L’antibioticoresistenza — spiega sempre Walter Ricciardi — viene messa in moto anche da alterazioni indotte dall’alimentazione degli animali che mangiamo. Attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso insaccati e altri derivati), si ingeriscono «frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia»” — sia dovuta ad una mancata corrispondenza tra quanto affermato dal prof. Ricciardi e il redattore. Siamo certi che il prof. Ricciardi si riferisse alla possibilità di trasferimento di frammenti di materiale genetico da batterio resistente a batterio sensibile, e non certo al genoma umano.
Pienamente consapevoli del ruolo del medico veterinario nella tutela della salute pubblica del cittadino e della sicurezza alimentare del consumatore riteniamo fondamentale una corretta informazione su temi tanto delicati e di interesse generale. Siamo certi della attenzione e dello spazio che riserverà a questa nostra comunicazione.
Fonte: FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani)
www.fnovi.it

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