Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 1, 2019

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 92)

Antibiotici in allevamento, non diamoli per scontati

Studi condotti sul campo nel 2016-17 dimostrano che modificare e ridurre l’utilizzo di queste molecole è possibile. Le Linee guida pubblicate dalla Regione Emilia-Romagna sono un utilissimo aiuto

Il 13 giugno scorso, a Bologna, sono state presentate le Linee guida sull’uso prudente dell’antibiotico nell’allevamento del suino e del bovino da latte. Le due versioni del documento sono a cura del Servizio Sanitario della Regione Emilia-Ro­magna, degli IZS di Lombardia e Emilia-Romagna e di Lazio e Toscana, nonché del Centro di Referenza Nazionale per l’Antibioticoresisten­za. Il documento destinato agli allevamenti da latte è anche stato approvato e condiviso dalla Società Italiana di Buiatria. Sono scaricabili gratuitamente dal sito della Regione (www.alimenti-salute.it/taxonomy/term/30), insieme a quelle specifiche per gli animali d’affezione, e presto verrà pubblicata anche la versione destinata agli allevamenti avicoli, stilata in collaborazione con la Regione Lombardia.
L’incontro, organizzato anche dal Dipartimento di Scienze e Tec­nologie Agroalimentari dell’Uni­versità di Bologna, aveva come titolo “L’uso responsabile dell’antibiotico nell’allevamento suino e bovino da latte” e ha visto avvicendarsi al microfono relatori impegnati in Regione, come Roberta Chiarini e Giuseppe Diegoli, altri negli Istituti Zooprofilattici Sperimentali o in organizzazioni appartenenti alla filiera zootecnica. È il caso di Guido Zama, presidente dell’organizza­zione interprofessionale Gran Suino Italiano, che ha presentato il lavoro svolto dai GOI (Gruppi Operativi per l’Innovazione), finanziati per un totale di 600.000 euro con il PSR. Si tratta di indagini sulla riduzione dell’uso di antibiotico in allevamento cui hanno collaborato anche il CRPA, la Facoltà di Agraria di Bologna e l’Università Sacro Cuore di Parma.
Zama ha spiegato anche che il sistema di lavoro impostato sull’interprofessionalità, come nel caso di questa ricerca, è molto vantaggioso perché permette di studiare il problema dell’antibioticoresistenza nella sua interezza e di coinvolgere le istituzioni per fornire soluzioni che riescono a coprire diversi aspetti. Ad esempio, ormai è assodato che, per implementare il benessere animale, è necessario anche mettere a disposizione del singolo animale una superficie maggiore; e infatti le norme europee sono molto chiare su questo aspetto. Allora non è accettabile che i Comuni neghino agli allevamenti le concessioni che consentono di ampliare e ammodernare le strutture. Di fronte a questo rifiuto, infatti, l’allevatore ha un’unica scelta: quella di ridurre i capi. Il che però espone l’azienda all’insostenibilità economica. Questa problematica — come anche le difficoltà delle aziende agricole a farsi approvare progetti di costruzione di nuovi vasconi per i liquami o di installazione di biodigestori — è emersa molte volte negli ultimi anni e deve essere affrontata a livello regionale (almeno).
Ma torniamo alla nostra ricerca sull’utilizzo dell’antibiotico in allevamento. Secondo Zama, che si è basato sui risultati della ricerca condotta dai GOI, è possibile ri­dur­ne l’utilizzo quando le aziende adot­tano un sistema articolato e ben supportato di gestione, attento alla biosicurezza e al benessere animale, in cui soprattutto gli allevatori siano informati e aggiornati sulle corrette modalità d’intervento. Ad esempio, troppo spesso non si applicano misure preventive che potrebbero evitare di dover fare ricorso agli antibiotici: il loro utilizzo è spesso abituale, invece che mirato e giustificato. E nessuno, fino ad oggi, si è mai soffermato sull’opportunità di scegliere o no un antibiotico in allevamento in base alla sua rilevanza per la salute umana. In conclusione, dice Zama, agli allevatori vanno dati le conoscenze e gli strumenti per poter migliorare il loro lavoro e, al tempo stesso, i prodotti zootecnici ottenuti con le buone pratiche produttive devono essere adeguatamente valorizzati.
È stato compito di Patrizia Bas­si e Giovanni Pangallo, del­la Sezione di Bologna dell’IZS, presentare i risultati di uno dei progetti finanziati dal PSR, relativo alla quantificazione e alla riduzione dell’uso di antibiotici negli allevamenti di suini (PSR RER 5005479). Ha coinvolto in vario grado 28 allevamenti di diverse tipologie (da riproduzione, da ingrasso e cicli chiusi) e ha coperto circa due anni di attività. Nel 2016, il lungo studio dei registri di trattamento, delle ricette e delle scorte aziendali ha permesso di trarre una fotografia della DDD annuale per ciascun allevamento e categorie di età degli animali trattati. La DDD (Defined Daily Dose) è un’unità di misura che permette di individuare i giorni di trattamento, indipendentemente da dose, for­mulazione e confezione. Con la DDD i dati si esprimono come numero di giornate di terapia prescritte.
Una volta conclusa la fase di raccolta dei dati, i ricercatori hanno presentato i risultati agli allevatori coinvolti e ai loro veterinari di riferimento, confrontandoli azienda per azienda. Ai partecipanti a questi incontri sono stati spiegati il meccanismo dell’antibioticoresistenza e l’importanza degli antibiotici CIA (i cosiddetti antibiotici salvavita, quelli a cui sono ancora sensibili i microrganismi che hanno sviluppato resistenza alle altre molecole antibiotiche e che sono responsabili di infezioni nell’uomo). È stata fornita consulenza in materia di biosicurezza e di benessere animale. Infine, sono state fornite le Linee guida per l’uso prudente nell’allevamento del suino.
Al termine del 2017 il lavoro di raccolta dei dati relativi agli utilizzi degli antibiotici è stato ripetuto in ciascun allevamento e i risultati sono stati confrontati con quelli dell’anno precedente. In questo modo si è valutata l’efficacia degli incontri nel modificare il comportamento degli allevatori e delle Linee guida nel fornire indicazioni utili su come intervenire e come ottimizzare il ricorso agli antibiotici. Nel 2016, la categoria maggiormente sottoposta a trattamenti negli allevamenti dello studio è stata quella dei suinetti svezzati (con oltre 100 giorni di trattamento DDD), mentre i suinetti ancora sotto scrofa si attestavano su 25 giornate DDD. Nel 2017, invece, dopo la formazione e la consegna delle Linee guida, gli svezzati hanno registrato appena 43 giorni di trattamento, mentre le altre categorie — suinetti sotto scrofa compresi — non hanno mostrato grandi cambiamenti.
Anche il tipo di antibiotici somministrati ha subito un’evoluzione: nel 2016, i CIA erano utilizzati soprattutto negli svezzati contro le bacillosi (era molto prescritta soprattutto la colistina) e nei sotto scrofa per combattere le streptococcosi e come profilassi al momento del taglio della coda (in prevalenza si faceva ricorso a cefalosporine di terza e quarta generazione). Nel 2017, fra i suinetti svezzati, la colistina ha avuto un calo di utilizzo superiore addirittura al 99% e i CIA in generale del 90%. Va detto che il drastico calo di utilizzo della colistina è anche stato provocato dalla revoca di utilizzo sotto alcuni tipi di formulazione del DMS 117 del 27-07-2016. Per gli ingrassi e i sotto scrofa la riduzione dei CIA è stata di circa il 50%. Quindi, una volta presa consapevolezza dell’importanza dei cosiddetti “antibiotici salvavita”, gli allevatori hanno ridotto drasticamente il loro utilizzo. La via di somministrazione preferita è rimasta quella per os, ma in generale si è registrato un calo dei mangimi medicati con premiscele e per i suinetti ancora sotto scrofa gli antibiotici iniettati sono cresciuti. In conclusione, l’adozione di misure di biosicurezza e il miglioramento del benessere animale, associati a maggior consapevolezza da parte degli allevatori e conseguentemente a un uso più oculato degli antibiotici, hanno permesso — in appena un anno (!) — di ridurre il consumo complessivo di antibiotici fra i suinetti svezzati del 59%. E questo senza che si registrasse alcun innalzamento delle problematiche sanitarie! La riduzione dell’utilizzo di antibiotici CIA è stata davvero notevole; solo le cefalosporine di 3a e 4a generazione sono rimaste su livelli elevati.
Infine, Giovanni Pangallo ha anche riportato i risultati di uno studio belga condotto in allevamenti di suini del Paese. Nella ricerca, i trattamenti di routine venivano sostituiti da trattamenti mirati, le somministrazioni di antibiotici avvenivano solo per via iniettoria, il ricorso ai CIA subiva restrizioni e contestualmente si implementavano — attraverso diversi interventi — biosicurezza e benessere dei suini e i protocolli vaccinali venivano implementati per tipologia e per quantità.
I risultati sono stati molto incoraggianti: i trattamenti di suinetti sotto scrofa si sono ridotti del 45%, nel finissaggio addirittura dell’81% e nel corso della vita dei suini (dalla nascita alla macellazione) la riduzione di antibiotici è stata complessivamente del 52%.
A fronte di questa riduzione dell’uso degli antimicrobici, si sono registrati miglioramenti dei parametri produttivi: l’indice di conversione alimentare è migliorato, come anche il numero di svezzati vivi.
Dunque, anche nello studio belga si è dimostrato che l’utilizzo di antibiotici che viene fatto molto spesso in allevamento è poco oculato, non necessario e talvolta anche controproducente. «Investendo in prevenzione è possibile salvaguardare il capitale sanitario e animale dell’azienda» ha concluso Pangallo.
Gli antibiotici sono uno strumento utilissimo in zootecnia, vanno però usati quando servono e individuando la molecola specifica e la modalità di somministrazione più efficace. Ed è proprio per aiutare gli allevatori e i veterinari aziendali a compiere queste scelte in modo corretto che sono state pubblicate le Linee guida per l’uso consapevole dell’antibiotico nell’allevamento del suino.
Giuseppe Merialdi, della Sezione di Bologna dell’IZSLER, le ha spiegate così: «una proposta basata sulla condivisione di dati ed esperienze, un documento da consultare».

La situazione nei bovini da latte

Durante l’incontro bolognese Giulio Capelli, della Sezione di Piacenza dell’IZS, ha mostrato all’aula i risultati relativi agli allevamenti da latte del progetto di monitoraggio dell’utilizzo di antibiotici portato avanti dai GOI (Gruppi Operativi per l’Innovazione) e finanziato dal PSR regionale (PSR RER 5004933 – Bovini da latte) per un totale di 600.000 euro. Lo studio ha avuto le medesime caratteristiche di quello destinato ai suini. I risultati: rispetto al 2016, nel 2017 i CIA utilizzati si sono ridotti fortemente: –23,63% nelle vacche. Nel gruppo vitelli: il ricorso ai CIA è calato del 53,32%. La riduzione ha interessato fluorochinoloni, macrolidi e colistina. I risultati di quest’ultima molecola sono stati influenzati anche dalla normativa che è entrata in vigore in corso d’anno e ha limitato fortemente il suo utilizzo in allevamento. Infine, anche le modalità di somministrazione si sono modificate in seguito agli incontri tenuti con gli allevatori e i veterinari: nel 2016 il 64,66% dei trattamenti nei vitelli era somministrato per OS, mentre nel 2017 questa via era utilizzata solo nel 43,51% dei casi. Fra le vacche, sono aumentati i trattamenti intramammari e calati quelli iniettivi sistemici.

Giulia Mauri

 

Didascalia: secondo le ultime ricerche, è possibile ri­dur­re l’utilizzo dell’antibiotico in allevamento quando si adot­ta un sistema articolato e ben supportato di gestione aziendale, attento a biosicurezza e benessere animale, e in cui soprattutto gli allevatori sono informati e aggiornati sulle corrette modalità d’intervento (photo © Mark Agnor 2014).

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.