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Eurocarni nr. 9, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 32)

Europa più unita, garanzia di progresso

A luglio si è tenuto a Buenos Aires il vertice finan­ziario del G20. Le premesse non erano affatto incoraggianti per le minacce, da parte americana, di sottoporre l’intero import dalla Cina a nuovi dazi e per le accuse, rivolte ad Unione Europea e Cina, di manipolare le proprie valute al ribasso in modo da ottenere sostanziosi guadagni commerciali. Non erano mancate, sempre da parte statunitense, polemiche nei confronti della Federal Reserve per i ritocchi apportati ai tassi d’interesse, con l’effetto di rafforzare il dollaro e svantaggiare gli USA nel suo export. Con questo ultimo attacco alla FED è apparso chiaro che la polemica non era diretta solo alla Banca centrale americana, ma anche ai partner commerciali, non escludendo la violazione dell’indipendenza della stessa FED. Tuttavia, il G20 ha trovato un accordo sul comunicato finale, dove si afferma che la crescita economica globale “resta robusta e la disoccupazione è ai minimi da un decennio”, aggiungendo che, essendo gli scambi commerciali un motore della crescita e dell’occupazione, la crescita attuale è “meno sincronizzata e i rischi al ribasso nel breve e medio termine sono aumentati. Fra questi le debolezze finanziarie, le tensioni commerciali e geopolitiche”.
Il comunicato, comunque, non stempera le tensioni esistenti, tanto che alcuni Paesi Brics, come Cina, India, Brasile, con una nota diffusa dalla Cina, si oppongono fermamente al protezionismo.
Non è esclusa da tale atteggiamento l’Unione Europea, che non nasconde la sua irritazione contro i dazi americani e le accuse di manipolazione dei tassi di cambio, tanto che il commissario agli Affari economici della UE ha avvertito che la tensione “tra le due sponde dell’Atlantico resta alta e rischia di salire ulteriormente”.
Con queste premesse, se si esamina quanto emerge dalla pubblicazione del World Economic Outlook (il rapporto con il quale il Fondo Monetario Internazionale registra lo stato delle singole economie mondiali), la guerra commerciale lanciata dagli USA potrebbe costare quasi 500 miliardi di dollari di minore crescita su scala globale entro il 2020. In aggiunta, il consigliere del FMI Obsfeld ha presentato un importante documento che propone una revisione al ribasso rispetto all’analisi di aprile per quasi tutte le maggiori economie e dalla quale risulta un PIL globale inalterato e una crescita del 3,9% sia per il 2018 che per il 2019, grazie alla spinta sempre importante se pur ridotta della Cina (6,6%) e degli Stati Uniti, che con la riforma fiscale voluta dal presidente saranno ancora in grado di confermare un’avanzata dell’economia nazionale del 2,9% quest’anno e del 2,7% il prossimo. La tensione esistente sul piano commerciale ha comunque già coinvolto i principali paesi europei, per cui il FMI assegna una caduta di tre decimi di punto, rispetto al precedente rilevamento, a Germania, Francia e Italia, tutte nel mirino dei dazi USA e tutte impegnate a rispondere con contromisure punitive che alleggeriscono il volume degli scambi e danneggiano le rispettive economie.
Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, il citato rapporto vede ancora una crescita limitata, da attestarsi sull’1,2% per l’anno in corso e su un solo punto percentuale per il prossimo anno, un decimo di punto in meno di quanto previsto ad aprile scorso.
Detta analisi rispecchia quanto viene riscontrato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il quale, a sua volta, ha rivisto in ribasso le stime espresse lo scorso maggio, che fanno prevedere un “rallentamento dell’attività economica che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un peggioramento delle previsioni di crescita”.
Del resto risultano in calo gli investimenti e le esportazioni, mentre si assiste a un tenue rafforzamento della spesa dei consumatori, fondato più sulle speranze di sviluppi positivi nel campo dell’occupazione e dei salari che sui reali dati di fatto. Proprio da questi ultimi si evince infatti che il potere di acquisto, nel primo trimestre dell’anno, è sceso dello 0,2%, mentre i consumi sono au­mentati dello 0,4%.
Inoltre, le ombre per gli sviluppi futuri sono legate ad un calo consistente delle esportazioni per i primi tre mesi dell’anno in corso (–2,1%), calo avvenuto prima che i dazi su acciaio e alluminio entrassero in vigore anche nell’Eurozona, la quale, però, ci è sembrata unita nella contrapposizione.
Vuoi vedere che i dazi americani possono avere una conseguenza inattesa ma positiva: ossia, come mette in guardia il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, accelerare l’integrazione europea.
Cosimo Sorrentino

 

Didascalia: il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz.

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