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Eurocarni nr. 9, 2018

Rubrica: Nutrizione
(Articolo di pagina 122)

La carne nella nostra dieta, utile anche per i malati con gravi patologie

UNICEB e CIA hanno presentato i risultati di una ricerca condotta dal prof. Paolo Marchetti che evidenzia come una dieta alimentare povera di proteine nobili non consenta un ritorno immediato alla normalitĂ  da parte dei pazienti oncologici

L’aggiunta di proteine liofilizzate alla dieta dei pazienti oncologici migliora la massa muscolare e fa diminuire la tossicità della chemioterapia. Lo dimostra un recente studio presentato dal gruppo di lavoro del prof. Paolo Marchetti, direttore della divisione oncologia medica del Sant’Andrea di Roma e ordinario dell’Università la Sapienza, che ha tenuto una lectio magistralis nella sede nazionale di CIA-Agricoltori Italiani. L’evento è stato organizzato da UNICEB con il supporto della Confederazione Italiana Agricoltori-CIA e dell’associazione Cittadinanzattiva. Lo studio, presentato dal prof. Marchetti al Congresso Mondiale di ASCO (American Society of Clinical Oncology) svoltosi recentemente a Chicago, è stato condotto su 220 pazienti affetti da neoplasia della mammella o del colon retto e ha mostrato una marcata riduzione della tossicità delle chemioterapie nei pazienti che hanno assunto proteine animali. «Ciò significa — ha sostenuto Marchetti — che, aggiungendo nella dieta latte e carne, non solo si migliora la qualità di vita dei pazienti, ma si consente agli oncologi di far aderire in modo più preciso ai trattamenti e di controllare meglio la malattia». Dopo questi primi risultati, il prossimo passo sarà quello di verificare se ci sono degli ulteriori miglioramenti della massa muscolare nei pazienti che, oltre ad assumere le proteine, svolgono un’attività fisica costante. «In prospettiva — ha sostenuto l’oncologo — cercheremo di trattare tutti i pazienti con queste proteine distinguendo tra quelli che ricevono solo proteine e quelli che fanno anche attività fisica per capire se c’è un ulteriore vantaggio. La seconda parte dello studio è iniziata a fine giugno». La ricerca ha offerto l’occasione di analizzare gli scenari futuri e le prospettive che apre una scoperta del genere, che si contrappone ai luoghi comuni che si sono fatti strada tra i consumatori sul consumo di carne e proteine animali.
La carne rossa non è un alimento da demonizzare, nell’ambito di una dieta sana, nemmeno nei pazienti oncologici. Fino a 500 grammi a settimana di carne rossa non processata, cotta in maniera adeguata (non alla brace, ma al forno o ancora meglio cotta a basse temperature) e ben conservata, sono un supporto nutrizionale più che adeguato per tutti e nei pazienti oncologici che affrontano un percorso così complesso. Secondo Marchetti «oltre il 60% dei pazienti oncologici in prima visita presenta un quadro di malnutrizione e questo ha influenze particolarmente negative sulla qualità e la capacità di tollerare le cure».
Lo studio ha valutato l’importanza di un supporto nutrizionale legato alle proteine, anche per ridurre la tossicità delle cure e l’esperto ha annunciato che l’impatto delle carni rosse su quelli che sono i tempi di tolleranza ai trattamenti sarà oggetto di uno studio che partirà nei mesi di settembre-ottobre con la Fondazione per la medicina personalizzata alla Sapienza. «La demonizzazione è frutto di una lettura superficiale di alcuni lavori che davano alcune evidenze, ma non così poi significative» ha evidenziato Marchetti. «Legare la carne al rischio aumentato di tumore del colon retto di circa 38%, quando fumare sigarette aumenta il rischio di tumore del polmone da 3.000 a 5.000 volte, è una cosa diversa».

 

L’importanza del percorso che deve intraprendere la filiera
Durante il confronto si è parlato, tra l’altro, dell’importanza dei controlli nella filiera della carne e della bontà di quelli italiani, oltre che di quali strategie si possano utilizzare per migliorare la comunicazione con i consumatori sugli effetti sulla salute del consumo di carne. «Stiamo lavorando — ha spiegato Dino Scanavino, presidente nazionale CIA-Agricoltori Italiani — attorno a un progetto che ci permetterà di produrre sempre di più animali nati, allevati e lavorati in Italia. Anziché acquistare un milione di capi bovini dall’estero, come stiamo facendo, se riuscissimo a ridurre di 200.000-300.000 unità la dipendenza dall’estero, sarebbe un vantaggio non solo economico ma sociale e ambientale». Sono intervenuti nel dibattito, che ha fatto seguito all’intervento del professor Marchetti, anche il presidente di UNICEB Carlo Siciliani e il segretario generale di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso.
(Fonti: CIA-UNICEB)

 

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In soggetti sovrappeso o obesi, un modello alimentare mediterraneo che includa anche le carni rosse, purché magre e non lavorate, migliora il profilo cardiometabolico

La dieta mediterranea si conferma favorevole, per il profilo cardiometabolico di soggetti sovrappeso o obesi, anche quando comprende carne rossa (di bovino, ovino, suino) purché magra e non trasformata. Sono questi i risultati di una ricerca (O’Connor L. E., Paddon-Jones D., Wright A. J., Campbell W. W., Am. J. Clin. Nutr. 2018;108:1-8) condotta negli Stati Uniti, dove il consumo medio di carni rosse è di circa mezzo chilo alla settimana, a fronte dei 200 grammi indicati per chi segue rigorosamente la dieta mediterranea. Uomini e donne sovrappeso/obesi hanno seguito per 5 settimane un’alimentazione mediterranea in cui erano inclusi 500 grammi settimanali di carni rosse (bovine, ovine o suine) magre e non lavorate. Dopo 4 settimane di dieta libera, gli stessi soggetti hanno ripreso una dieta di tipo mediterraneo con un consumo di carni magre e non lavorate di bovino e di maiale ridotto a 200 grammi settimanali, vale a dire la quantità raccomandata negli schemi alimentari a valenza cardioprotettiva. Escludendo il contributo degli alimenti ricchi di proteine, le due diete di tipo mediterraneo erano simili per quanto riguarda l’apporto di frutta e verdura raccomandato dalle Linee guida, la presenza di cereali prevalentemente integrali, il numero di porzioni quotidiane di latte e latticini e il consumo di olio d’oliva elevato (pari a 247 g/settimana). Al termine dell’intero studio è emerso che l’inclusione delle carni rosse, purché magre e non lavorate, non pregiudicava il miglioramento dei parametri cardiometabolici ottenuto grazie al miglioramento del profilo complessivo della dieta sia negli uomini che nelle donne, sovrappeso o obesi. L’effetto sui valori pressori, sul profilo lipidico e sulla risposta glicemica era infatti indistinguibile tra le due fasi della dieta (photo © olly – stock.adobe.com).
(Fonte: Nutrition Foundation of Italy)

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