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Eurocarni nr. 9, 2018

Rubrica: Mercati
(Articolo di pagina 66)

Ismea: le dinamiche del comparto delle carni bovine

In ripresa gli acquisti di carni bovine nei primi tre mesi del 2018

Dopo i segnali di ripresa evidenziati già verso la fine del 2017, il primo trimestre di quest’anno sembra sancire l’uscita della carne bovina dalla crisi di consumo avviatasi alcuni anni fa. È quanto rileva Ismea nel report “Tendenze” sul settore Bovino da carne, da cui si evince che, nel primo trimestre 2018, c’è stato un incremento dei quantitativi acquistati del 2,5% su base annua e una crescita più marcata della spesa (+5%), in ragione di un aumento dei prezzi e di un maggiore orientamento dei consumatori verso carni di maggior pregio. Il trend positivo degli acquisti ha interessato anche le carni suine e avicole, mentre per quelle di coniglio la contrazione dei consumi sembra ormai un fe­no­meno inarrestabile. La doman­da nazionale di carne bovina, sottolinea l’istituto, si sta spostando verso prodotti allevati e macellati in Italia, ma questa opportunità non è riuscita ancora a fornire uno stimolo sufficiente ad accrescere la produzione in Italia anche dei vitelli da ingrasso. Per quanto riguarda l’approvvigionamento dall’estero, nel 2017 l’Italia ha importato 7.000 t di carni fresche bovine in meno rispetto al 2016 (–2,2%). Tra i principali Paesi fornitori si rileva un avvicendamento tra Polonia e Francia. La contrazione dell’attività di macellazione degli allevamenti transalpini ha favorito, infatti, il sorpasso da parte della Polonia, diventata ora il primo fornitore dell’Italia di carni bovine, con oltre 73.000 t di prodotto spedito nel territorio nazionale.

 

Stabile la produzione complessiva europea, in aumento gli scambi
Il mercato della carne bovina in ambito europeo ha registrato, nel 2017, una stabilizzazione della produzione (–0,4%), da riportare comunque a dinamiche differenziate nei diversi Stati Membri. I primi tre Paesi produttori (Francia, Germania e Regno Unito) hanno infatti contratto la produzione, sono rimaste stabili Italia e Spagna, mentre hanno evidenziato produzioni in espansione Irlanda, Polonia, Paesi Bassi: questi ultimi favoriti non tanto dalla domanda interna, quanto dai flussi esportativi in aumento (sono i primi tre Paesi europei esportatori di carni bovine fresche), agevolati anche dal livello dei prezzi ancora competitivo sebbene in recupero rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. Riguardo ai flussi esportativi, si evidenzia un maggior volume complessivo movimentato (+3,6%), con Polonia, Irlanda, Paesi Bassi e Belgio a registrare le migliori performance. Ad inizio 2018, in Polonia si registra un incremento di 14.000 capi di vacche nutrici e di 23.000 capi di vacche da latte, pertanto l’offerta da questo Paese è destinata a crescere; nei Paesi Bassi l’incremento dell’offerta è invece da ricondurre al “piano riduzione fosfati” (Direttiva nitrati) che ha portato nel 2017 alla macellazione di oltre 73.000 vacche (+14% rispetto al 2016). In Francia, dopo tre anni di incremento della mandria si sta verificando un’inversione di tendenza (iniziata a maggio 2017 e ancora in corso); già nei primi due mesi del 2018 sono state avviate al macello 136.000 vacche e 59.000 giovenche (rispettivamente +9% e +6% rispet­to allo stesso periodo del 2017).

 

I flussi verso l’Italia
Nel 2017, le importazioni italiane di carni fresche bovine si sono leggermente contratte, nello specifico sono arrivate circa 7.000 tonnellate in meno rispetto al 2016 (–2,2% rispetto al 2016). Francia, Polonia e Paesi Bassi continuano ad essere i fornitori privilegiati, riuscendo da soli a coprire quasi il 60% del totale importato. La contrazione dell’attività di macellazione in Francia si è concretizzata anche in minori invii in Italia. I flussi dalla Francia hanno subito, infatti, nel 2017, una flessione del 9% che ha favorito la sua sostituzione con la Polonia (i cui volumi sono in costante crescita: +1,6% nel 2017) nella posizione di primo fornitore dell’Italia, con oltre 73.500 tonnellate di carni bovine fresche pari a una quota del 22%. Il processo di sostituzione tra Francia e Polonia, oltre alla riduzione dell’offerta francese, è stato favorito dai prezzi molto competitivi, prezzi intorno ai 4 euro anche in Germania e Spagna, ed è proprio da questi tre Paesi che, malgrado la complessiva contrazione dell’import, sono aumentati i volumi importati in Italia nel 2017.
In considerazione della prevalente destinazione all’industria di seconda trasformazione di questo prodotto, è possibile che  la competitività di prezzo della merce proveniente da questi Paesi abbia rivestito un ruolo determinante nelle dinamiche in atto. Riguardo le importazioni italiane di animali vivi, il 2017 si chiude con un maggior numero di capi importati rispetto al 2016. Questo in parte lascia intendere un certo ottimismo da parte degli ingrassatori rispetto al miglioramento della domanda per la carne di qualità (razze da carne pregiate ingrassate nelle stalle italiane). L’offerta dei primi tre mesi del 2018 — secondo i dati amministrativi dell’Anagrafe bovina — è stata in aumento rispetto allo scorso anno. Questo trend risulta in coerenza con quanto rilevato dalle statistiche di import mensile dei ristalli di fonte Istat relativo ai mesi di maggio-agosto. Sulla base di ciò è possibile prevedere che nei prossimi mesi l’offerta nazionale torni ad allinearsi a quella dell’analogo periodo dello scorso anno. Infatti, i dati di import da settembre a dicembre 2017 evidenziano un riallineamento con i livelli della fine 2016, pur restando aperta l’incognita dell’offerta derivante dalla linea latte, il cui mercato attuale presenta incertezze derivanti dall’abbondante produzione a livello mondiale e da prezzi del latte alla stalla nuovamente in fase calante.

 

Patrimonio bovino nazionale
Nel 2017, il patrimonio bovino italiano resta praticamente stabile (+0,3%); in particolare si registra una lieve contrazione per la man­dria da latte (–0,5%) mentre cresce la mandria con destinazione produt­tiva carne (+1,8%). Rimane stabile il numero delle vacche nutrici, il che non favorisce il miglioramento del tasso di autosufficienza (ancora al 52%), mentre aumenta la presenza di vitelloni maschi tra 1 e 2 anni, a sottolineare come sia l’ingrasso l’attività che cresce negli allevamenti italiani.

 

I prezzi
Sostenuti i prezzi negli allevamenti italiani nel primo frangente di 2018; per i vitelloni, sebbene da marzo si registrino i consueti ribassi stagionali rispetto ai due mesi precedenti, il livello dei prezzi resta superiore allo scorso anno del 2%. Per le vacche la rivalutazione rispetto allo scorso anno è del 18%. Meno soddisfacenti i prezzi dei vitelli da macello, in tenuta rispetto allo scorso anno solo nella prima fase di scambio, ma con prezzi ribassati del 2,5% sul fronte delle carni.

 

I costi di produzione
Sul fronte dell’indice dei prezzi dei mezzi di produzione, ossia di quei beni che per l’allevatore costituiscono un costo, si rileva nel primo trimestre 2018 un graduale rialzo per i mangimi (+14%), soprattutto per il prezzo delle farine proteiche, e una ripresa meno evidente per i prodotti energetici (+3% sul 2017). Restano stabili su livelli elevati i valori dei “ristalli” (animali da allevamento), voce che da sola rappresenta oltre il 65% dei costi di produzione.


I consumi domestici
In recupero i consumi domestici delle carni bovine nei primi tre mesi del 2018. Rispetto all’analogo periodo del 2017, le famiglie italiane hanno acquistato il 2,5% in più di carne bovina, per una spesa superiore del 5% (per i prezzi in aumento e per la scelta di carni di maggior pregio). Il trend positivo della spesa si ritrova anche per le altre tipologie di carni (suine e avicole); restano in flessione solo i consumi di carni cunicole, per le quali la contrazione dei consumi sembra inarrestabile.
(Fonte: Ismea – Direzione Servizi per lo Sviluppo Rurale Unità Operativa Studi e Analisi)

www.ismea.it

 

Didascalia: in recupero i consumi domestici delle carni bovine nei primi tre mesi del 2018: dai dati di Ismea, rispetto all’analogo periodo del 2017, le famiglie italiane hanno acquistato il 2,5% in più di carne bovina, per una spesa superiore del 5%.

 

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