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Eurocarni nr. 8, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 26)

Tassi d’interesse tra USA e Europa

Nel pieno della guerra del­l’aumento dei dazi applicati da parte americana, seguito, come ritorsione, da altri Paesi colpiti con l’applicazione delle stesse misure restrittive alle importazioni, la tensione tra Stati Uniti ed Europa, per quel che ci interessa direttamente, è esplosa. Dazi contro acciaio ed alluminio europei ed ulteriore minaccia di dazi contro le auto del continente, specie tedesche; ma non mancano minacce ed applicazione di superdazi anche per alcuni prodotti agricoli, come le olive spagnole, col rischio di vedersi espandere misure restrittive per altre filiere agroalimentari, che potrebbero rivelarsi negative soprattutto per il nostro Paese.
Indubbiamente, il citato scontro commerciale con gli Stati Uniti e la situazione di alcuni Paesi dell’Eurozona, Italia in primis, rendono insicure le imprese ed inducono alla cautela negli investimenti. Si tratta di una valutazione di alcuni importanti istituti di ricerca tedeschi che, tra l’altro, ipotizzano una minore crescita per quest’anno ed il prossimo, in linea con le previsioni della Commissione UE, OCSE e, in misura minore, del FMI.
In tale quadro la Banca Centrale Statunitense (FED) ha deciso un rincaro del tasso di sconto bancario di un quarto di punto e lo ha portato ad una forchetta che oscilla tra l’1,75 ed il 2%. Si tratta del settimo aumento consecutivo, ordinato dalla banca citata ed è il secondo dell’anno in corso.
Secondo alcune fondate analisi di ambienti accreditati americani, si potrebbero avere ancora due aumenti nel corso di quest’anno, mentre dovrebbe continuare il programma delle dismissioni dei bond detenuti dalla stessa Federal Reserve. Sono trascorsi dieci anni da quando i tassi americani non toccavano la soglia del 2% e tale coincidenza evidenzia senz’altro che la crisi economica, che aveva raggiunto, nel 2008, il punto più basso della flessione, è ora completamente cancellata. Il PIL degli Stati Uniti è infatti tornato a crescere ad un considerevole ritmo (2,8%), mentre la disoccupazione si è praticamente attestata sul 3,75%, il livello più basso registrato negli ultimi vent’anni.
Secondo le indicazioni di importanti ambienti statunitensi, il nuovo direttore della FED ed i suoi collaboratori iniziano a temere un surriscaldamento dell’economia USA, probabilmente per questo aumento dei tassi entro la fine di quest’anno, non escludendo anche una correzione del dato sul PIL, già previsto, a marzo scorso, al 2,7%. Inoltre, pensando anche che la disoccupazione possa ancora diminuire entro la fine di quest’anno, una spinta inflattiva non è da escludere.
In termini di tassi, però, il punto di equilibrio ricercato dai tecnici viene generalmente fatto intravedere in una soglia compresa tra il 2,50 ed il 2,75% di interesse da raggiungere il prossimo anno.
È anche da sottolineare che il direttore della FED ha sostenuto, seppur con moderazione, che la minaccia di una guerra commerciale stia frenando gli investimenti negli Stati Uniti e che le previsioni sperate per una crescita al di sopra del 3% non siano ancora mature.
Per quanto riguarda invece la situazione europea e quella dell’Eurozona in particolare, molti osservatori si aspettavano una politica diversa da parte della BCE, politica indirizzata anch’essa a prospettare un leggero già prossimo aumento dei tassi d’interesse. Vi sarà, invece, una politica accomodante fino alla fine dell’estate del 2019, cioè una fine morbida e graduale del Quantitative Easing a dicembre e tassi di interesse ufficiali al livello attuale sino alla prossima estate.
La decisione del presidente Draghi ci sembra coerente con le posizioni costantemente assunte, con l’obiettivo non di acquistare titoli pubblici all’infinito ma di mantenere i tassi bassi fino a che non si manifesti una chiara ripresa dell’economia, accompagnata da un concreto rischio di crescita dell’inflazione.
Oggi l’economia europea, nel suo complesso, è in discreta salute, ma le previsioni di crescita sono passate dal 2,4% di marzo al 2,1% di oggi, mentre l’inflazione continuerà a mantenersi, nel prossimo futuro, al di sotto del 2%, quale riferimento della stessa BCE. Non vi sono perciò le condizioni per frenare detta ripresa con un aumento dei tassi di interesse.
Ci sarà anche la fine graduale del Q.E. così stabilito: da ottobre a dicembre prossimi gli acquisti di titoli da parte della BCE passeranno da 30 a 15 miliardi al mese, poi ci sarà la fine del sistema, ma, successivamente, proseguirà il programma di reinvestimento dei capitali rimborsati sui titoli sovrani in scadenza “per un periodo prolungato”.
La fine citata degli acquisti di titoli verrà perciò messa in atto gradualmente, in modo da mantenere un sostanziale differenziale nei confronti dei tassi americani, che, come detto innanzi, continueranno a crescere anche nel prossimo anno. Pur considerando che le previsioni sui cambi sono sempre difficili, l’euro non dovrebbe rafforzarsi nei confronti del dollaro, col conseguente auspicabile aiuto all’incremento delle esportazioni europee.

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