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Eurocarni nr. 8, 2018

Rubrica: Assemblee
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 90)

Mangimi, cresce la produzione. Ora un patto per rilanciare il mais

All’annuale assemblea di Assalzoo, svoltasi di recente a Roma, Alberto Allodi ha ceduto la presidenza a Marcello Veronesi. Numerose le sfide da affrontare, ad iniziare dalla ricerca di strategie efficaci per recuperare quote produttive di mais che oggi importiamo per il 53% del totale impiegato nella produzione di mangimi. Un deficit che non ha eguali nel resto del mondo

Marcello Veronesi è il nuovo presidente di Assalzoo, Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici. Subentra ad Alberto Allodi che ha guidato l’associazione per due mandati. L’elezione è avvenuta il 14 giugno scorso, a Roma, in occasione dell’assemblea annuale. Veronesi è vicepresidente di Veronesi Holding, a cui fa capo anche la produzione di mangimi. «L’elezione alla presi­denza di Assalzoo — ha dichiarato subito dopo la nomina — rap­presenta motivo di grande orgoglio e non posso che ringraziare gli associati che hanno creduto in me as­segnandomi un compito prestigioso che è quello di rappresentare il settore mangi­mistico italiano. Le sfide che ci attendono sono impegnative e sono quelle che ha già affrontato con capacità e competenza Alberto Allodi negli anni della sua presidenza: sostenibilità, sicurezza e qualità saranno i concetti intorno ai quali concentreremo la prossima stagione dell’industria mangimistica in un dialogo aperto e costante con le istituzioni, il mondo scientifico e tutte le filiere agroalimentari».

 

Crescita complessiva
Prima dell’elezione di Marcello Veronesi alla massima carica di Assalzoo, il presidente uscente Allodi ha illustrato l’andamento del comparto mangimistico registrato nel 2017, caratterizzato da una crescita complessiva sia per produzione, redditività e investimenti. Partiamo dalla produzione, che ha toccato i 14.272 milioni di tonnellate, incassando un +0,3% rispetto al 2016 quando i numeri si fermarono a 14.226 milioni di tonnellate, per un valore di 6,080 miliardi di euro che segnala circa un +1% sul 2016. Analoga percentuale va riferita ai prezzi alla produzione e al costo del lavoro, mentre gli investimenti fissi hanno toccato la soglia dei 100 milioni di euro, cifra a cui si è arrivati partendo dai 90 milioni del 2015 divenuti poi 95 nel 2016. «La possibilità di presentare dei dati in aumento — ha dichiarato nel suo intervento Allodi — rappresenta per me motivo di grande soddisfazione perché dimostrano con chiarezza come la mangimistica italiana sia un comparto industriale sano e innovativo». Entrando nello specifico, il settore bovino e quello suino non hanno sostanzialmente registrato grandi variazioni. Per il primo vi è stata una leggera crescita con un’incidenza totale praticamente identica rispetto al 2016, mentre va segnalata la crescita dei mangimi destinati ai bufali che hanno incassato un +4%. Per i suini il superamento della soglia dei 3.600 milioni di tonnellate conferma in buona sostanza l’incidenza complessiva di un quarto sul totale della mangimistica italiana, guidata dal comparto dei volatili con oltre il 40% della produzione totale. In crescita anche la produzione di mangimi per i polli da carne, mentre un leggero calo si è avuto per i tacchini. Segno decisamente positivo per i mangimi destinati alle galline ovaiole, che rispetto al 2016 hanno incassato un +1%.

 

Centralità del convegno
Relativamente al comparto degli ovini l’aumento è stato del 5% e del +3% per l’alimentazione ittica. «Come si vede il trend è positivo —ha sottolineato ancora Allodi — ed è la dimostrazione che nonostante i consumi interni non siano ancora del tutto ripartiti, il comparto mangimistico riesce a crescere. È doveroso però guardare al futuro e a questo riguardo le previsioni parlano ancora di un comparto avicolo in grado di trainare il settore con potenziali di crescita sostanziali. Gli altri settori scontano quella che potremmo definire una maggiore maturità e un difetto di domanda interna nei prodotti finali».
L’interesse dell’incontro si è poi focalizzato sul convegno dal titolo “Mangimi italiani: mais materia prima strategica”, introdotto da Alberto Allodi e animato dagli interventi di Gabriele Canali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, nonché membro del Comitato scientifico di Assalzoo e di Amedeo Reyneri dell’Università di Torino. Due interventi che, a seconda delle rispettive competenze, hanno fatto il punto sulla produzione maidicola nazionale «passata in pochi anni da una superficie totale di circa 1 milione di ettari — ha sottolineato Canali — agli attuali 650.000, con oltre 500.000 concentrati nel nord del Paese. Una riduzione che ci ha reso deficitari e determinata anche da problemi fitosanitari e dall’andamento delle quotazioni caratterizzate da una notevole volatilità e incertezza che perdura tuttora. Per i primi sappiamo che la ricerca sta facendo la sua parte e presto, auspicabilmente, saranno disponibili soluzioni efficaci ed economicamente compatibili. Sul fronte dei prezzi invece, dopo il 2007 la volatilità delle commodities è diventata la caratteristica strutturale più chiara dei mercati, anche se non si segnalano grossi problemi strutturali di ridotta disponibilità».

 

Aumentare la produzione
«Nel 2017 il fabbisogno di mais nel nostro Paese è stato pari a 12,7 milioni di tonnellate — gli ha fatto eco Amedeo Reyneri — ma la nostra condizione deficitaria ha fatto sì che si ricorresse a una quota di importazione pari al 53%, figlia di una riduzione del 25% delle superfici coltivate. Numeri e percentuali che devono far riflettere, soprattutto se pensiamo che nel mondo, dal 1990 a oggi, la produzione di mais è aumentata, anche laddove si è registrata una diminuzione delle superfici coltivate. Lo testimoniano le cifre provenienti dalla Francia, dove la produzione ha registrato un +31% pur con un 5% in meno di terreni coltivati; l’Ungheria, con una produzione a +68% e superfici a +11%; la Spagna, +48% in produzione e –18% in superfici; gli USA, +134% in produzione e +30% in superfici coltivate. Dobbiamo quindi parlare di strategie per ottenere un aumento produttivo, obiettivo che l’adozione della precision farming potrebbe garantire in misura considerevole, tant’è vero che gli studi più recenti indicano nel 40% l’incremento che si potrebbe ottenere, peraltro legato a un importante contenimento di contaminazione da micotossine, che trova invece maggiori possibilità di propagazione con una bassa produzione».

 

Via ai contratti di filiera
Per Canali e Reyneri la soluzione sta nell’innovazione, nella capacità di elaborare strategie che favoriscano la zootecnia italiana di qualità, obiettivo che secondo Gabriele Canali è possibile raggiungere attraverso una collaborazione organica tra i soggetti della filiera, cioè un’interprofessione in grado di interagire col mondo della ricerca e con le istituzioni. «Più che di politiche di intervento diretto — ha spiegato ancora Canali — c’è bisogno di stru­menti efficaci per integrare e rafforzare queste forme di collaborazione. Il contratto di filiera potrebbe essere uno strumento valido che va in questa direzione».
A favore di questa tesi la conclusione di Amedeo Reyneri, secondo il quale «i contratti di filiera vanno promossi valutando criticamente, armonizzandole, le normative esistenti. A sostegno di questa strada bastano due percentuali — ha concluso — negli ultimi 10 anni la produzione di mais nel mondo è aumentata del 50%. In Italia è diminuita del 40%».
Anna Mossini

 

Altre notizie

 

MoU, il futuro del mais italiano parte da qui

Produzione mangimistica in crescita, ma quote altamente deficitarie di mais nazionale. Alberto Allodi, nel suo intervento di commiato, ha ben sottolineato questa situazione e a conforto della necessità di trovare soluzioni efficaci sono intervenuti Gabriele Canali e Amedeo Reyneri. Dalle parole ai primi fatti il passo è stato breve e a margine della tavola rotonda seguita al convegno tutti gli attori della filiera hanno firmato il Memorandum of Understanding (MoU) per rilanciare la filiera del mais italiano. Il Memorandum rappresenta un momento importante dell’intero panorama agroalimentare italiano perché parla di una strategia complessiva di filiera che non si ferma a una mera constatazione della situazione, ma sceglie una via operativa. Una visione complessiva che ha al centro delle azioni da mettere in atto un’idea forte e condivisa: rilanciare la produzione italiana, dare un futuro al mais italiano, materia prima strategica per la zootecnia e per la filiera alimentare dei prodotti di origine animale. Le finalità del documento sono molto chiare e tutte legate alla promozione e all’utilizzo del prodotto italiano, coltivato, raccolto in Italia e utilizzato per prodotti della filiera zootecnica italiana. Tra le azioni previste vanno ricordate in particolare la spinta all’approvvigionamento con mais di produzione nazionale per l’alimentazione animale; la promozione della domanda interna a favore del prodotto maidicolo nazionale; la creazione di strumenti contrattuali innovativi per favorire le relazioni commerciali tra gli agricoltori e i restanti attori della filiera. I firmatari del MoU, messo a punto da Assalzoo con una larga componente della filiera, sono: Alberto Allodi; Giuseppe Carli (presidente di Assosementi); Massimiliano Giansanti (presidente di Confagricoltura); Giorgio Mercuri (presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane agroalimentari); Giovanni Draghetta (presidente regionale Cia Lombardia); Cesare Soldi (presidente Associazione maiscoltori italiani); Franco Verrascina (presidente Copagri).    A. Mo.

 

Didascalia: Alberto Allodi durante il suo intervento all’assemblea annuale Assalzoo.

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