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Eurocarni nr. 8, 2018

Rubrica: Osservatorio internazionale
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 24)

L’Iran, gli USA e l’UE

L’8 maggio scorso il presidente Trump ha denunciato l’accordo concluso nel 2015 tra Iran, da un lato, e USA, Russia, Cina, Germania, Francia e Regno Unito, dall’altro. Questo accordo prevedeva la soppressione delle sanzioni in vigore contro l’Iran in cambio dell’arresto del suo programma nucleare durante dieci anni sotto il controllo dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.
La decisione unilaterale del presidente Trump implica esplicitamente il ripristino da parte degli USA di tutte le sanzioni soppresse tre anni fa. Si tratta di una decisione potenzialmente lesiva degli interessi delle imprese europee che hanno legami commerciali con l’Iran e, al tempo stesso, svolgono attività negli USA. Nessuno ha dimenticato la multa di 8,9 miliardi di dollari inflitta nel 2014 da Washington alla banca europea BNP Paribas per aver violato l’embargo imposto dagli USA nei confronti dell’Iran.
D’ora in poi sarà molto difficile, per non dire impossibile, ottenere un finanziamento per investimenti in Iran a meno di ricorrere a piccole istituzioni bancarie che non hanno alcuna attività negli gli USA, con il duplice inconveniente di dover pagare commissioni molto elevate e di non poter ottenere finanziamenti di grande importanza. Inoltre, le esportazioni in Iran di prodotti europei delle industrie automobilistiche, aeronautiche, farmaceutiche, per non citare che le più importanti, non potranno continuare a meno di ricorrere a costose e rischiose manovre per aggirare, via uno o più Paesi Terzi, l’embargo americano.
Analogamente, le importazioni provenienti dall’Iran, in primo luogo quelle di petrolio, potranno continuare soltanto se deviate via un Paese Terzo, come per esempio la Cina, primo cliente del petrolio iraniano. A questo proposito, è opportuno porsi la questione delle conseguenze che la decisione americana potrà avere sul mercato internazionale del petrolio. All’inizio del 2016, in seguito al ritorno del petrolio iraniano sul mercato internazionale, il prezzo del barile ha registrato una diminuzione importante. Da allora in poi c’è stato un aumento progressivo ma contenuto dei costi, dovuto a diversi fattori. Da un lato, una ripresa delle attività economiche che ha incrementato la domanda mondiale, oggi di 98 milioni di barili al giorno contro 93,47 nel primo trimestre del 2016. Dall’altro, la produzione è aumentata lentamente, da 95,73 milioni di barili all’inizio del 2016 a 98 milioni nel primo trimestre del 2018. Questa situazione di equilibrio è una vittoria per l’OPEP e la Russia, che hanno concluso un accordo in tal senso nel 2016. Per di più, oltre alla limitazione volontaria della produzione, altri fattori hanno contribuito a mantenere l’equilibrio tra l’offerta e la domanda, come i problemi politici in Iraq, Libia, Nigeria e, infine, nel Venezuela. Si tratta però di un equilibrio instabile ed un’ulteriore diminuzione della produzione rischia di provocare una penuria con un conseguente aumento di prezzi.
Tuttavia, non mancano le ragioni per restare ottimisti. In primo luogo, un aumento dei prezzi provocherebbe un aumento della produzione di petrolio di scisto (shale oil) negli USA, che è già aumentata di 2 milioni di barili al giorno dall’inizio del 2016 ad oggi. In secondo luogo, se i prezzi dovessero, malgrado ciò, impennarsi, l’OPEP sarebbe capace di aumentare la produzione, oggi limitata volontariamente in seguito all’accordo con la Russia. In terzo luogo, un aumento eccessivo dei prezzi farebbe diminuire la domanda. Quindi, se ci sarà un aumento dei prezzi, esso sarà progressivo e resterà moderato.
In conclusione, la decisione americana non avrà conseguenze importanti sul mercato internazionale del petrolio, ma rischia di danneggiare seriamente i legami commerciali fra l’Iran e le imprese europee e, soprattutto, di frenare la crescita economica dell’Iran. Questo impatto sull’economia iraniana interviene in un momento particolarmente delicato, le autorità nazionali dovendo fronteggiare una contestazione popolare che denuncia l’esplosione dei prezzi dei beni di consumo e le ineguaglianze sociali. La disoccupazione avrebbe raggiunto il 17% (invece dell’11% dichiarato ufficialmente) e le classi medie sarebbero obbligate a cumulare gli impieghi per ottenere un tenore di vita appena sufficiente.
È evidente che la volontà manifestata da Russia, Cina e dai Paesi europei di mantenere in vita l’accordo del 2015, non basterà per evitare le conseguenze negative della decisione unilaterale degli USA. È forse giunta l’ora per i Paesi europei, la Cina, la Russia e gli altri protagonisti del commercio internazionale di raggiungere un accordo per mettere fine all’imperialismo USA, che utilizza strumenti politici con fini di dominio commerciale. Purtroppo il paesaggio politico attuale non sembra favorevole ad un accordo siffatto e si dovrà concludere, come nella favola “I due tori e la rana” di Jean de La Fontaine, che “on voit que de tout temps les petits ont pâti des sottises des grands”.
Sergio Ventura

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