Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 7, 2018

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 96)

They call me a butcher

Ruffiano. Ruffiano e ipocrita. Ci sta che uno lo possa pensare di me leggendo questo articolo. Sì, perché dire su questa rivista che ho una sorta di atavica adorazione per i macellai può dare adito a certe considerazioni. Correrò questo rischio. Quando ero monello con il nonno di cui porto il nome, andavo tutti i sabati mattina in centro. Una passeggiata di pochi minuti dal nostro quartiere, che aveva come prima tappa Piazza Grande, poi si andava dall’orologiaio, ogni volta con un orologio diverso da consegnare o da ritirare. Mentre pescavo dal sacchetto di carta che mi era stato regalato al momento del mio arrivo — ma che non potevo aprire prima di un certo orario—, le mentine che di menta non avevano nulla essendo cerchi di zucchero colorato, mio nonno annunciava «Adesa andam dal pchèr» (Ora andiamo dal macellaio). Era il momento in cui dall’italiano con cui si esprimeva al di fuori delle mura domestiche, il babbo della mia mamma passava al dialetto modenese. Entrare in macelleria era un’avventura che mi entusiasmava. I colori, dal bianco al rosa al rosso, la luce, la pulizia, l’uomo col camice dietro al bancone, un sacco di donne. Mio nonno mi dava il Borsalino, si sbottonava la giacca e parlava col titolare della bottega, prima qualche convenevole, poi cosa aveva intenzione di prendere. Sì, perché con cosa poi si tornava a casa lo sceglieva il macellaio. Io ero proprio felice, era il momento che, ovviamente assieme al sacchetto delle mentine, attendevo di più. Ora, voi capirete certamente che con questa premessa per me fu un discreto tribolo amare una canzone che, poco meno di 15 anni più tardi, mi entrava tra stomaco e gola e che iniziava così:

“(I hate purity,

Hate goodness,

I don’t want virtue to exist anywhere,

I want everyone corrupt)

I am an architect,

They call me a butcher,

I am a pioneer,

They call me primitive,

I am purity,

They call me perverted,

Holding you but I only miss these things when they leave”.

L’accezione negativa con cui veniva utilizzato quel sostantivo mi lasciava interdetto, ma poi avrei capito. Adoravo i testi di Manic Street Preachers e The Holy Bible sarebbe diventato uno dei miei dischi preferiti nel giro di pochi ascolti, ma quella frase in Faster, il primo improbabile — almeno a sentire le dichiarazioni della band —, singolo, mi disturbava. Ma andiamo con ordine.

Gallesi di Blackwood, i Manic Street Preachers, sarcastica definizione dei poliziotti inglesi e dei loro manganelli nei thatcheriani anni ‘80, hanno alle spalle due album tra Punk, Glam e Decadentismo, con produzioni che laccano e alterano brani che nella maggior parte dei casi avrebbero meritato maggior fortuna. Pubblicano nell’agosto del 1994 un disco che invece viene prodotto da loro stessi e si sente. Il titolo denuncia un paradosso, facendo leva sulla presunta verità assoluta e inconfutabile di un testo sacro e la sua discussione da parte di chi nelle canzoni, al suo interno, voleva proprio denunciare le contraddizioni del potere. Un titolo che, con irriverenza, vuole affermare, dissacrare, sopportare ed esibire come una cicatrice.

Ideali e reali quelle di Richey James Edwards. Autore di gran parte dei testi, responsabile della grafica dei dischi, non il frontman, chitarrista mediocre, era il cuore della band e in questa “Sacra Bibbia” assume il ruolo di icona, trasfigurando. Socialista, dopo un concerto, alla domanda se la band credesse davvero in quello che predicava, si incise con un rasoio 4 real sul braccio. Ecco quel they call me a butcher che senso ha.

E mentre a metà ‘90 il mondo tende le orecchie a Grunge e Brit Pop, i Manics suonano post punk in cui immergono un innato senso della melodia ed una carica che viene dal basso e cresce. La copertina dell’album è uno sguardo spietato sull’Occidente opulento e sulla deriva che più o meno consapevolmente persegue: un corpo gigantesco, opera di Jenny Saville, Strategia: lato nord, fronte, lato sud.

I testi, dicevamo. In questa occasione sono del già citato Edwards e del bassista Nicky Wire e infatti ci troviamo al contempo la sfera personale e intima mischiata ad esternazioni politiche. Il tutto sotto forma di un taglia e cuci continuo, concreto e pulsante, quasi vivesse un dissidio interno: diari, citazioni, manifesti e confessioni, frasi campionate da trasmissioni televisive e radiofoniche, film e tutto ciò che in quel momento poteva rappresentare il dibattito politico e sociale filtrato dalla sensibilità di un approccio intimo e privato.

James Dean Bradfield, che dei Manics è voce e faccia, deve lottare, stirando e sputando parole, rincorrendo metrica e tempi per rendere tutto organico, e lo fa con una passione commovente. I ritornelli sono come cascate a cui abbandonarsi dopo le strofe. Correnti che trascinano e spingono rendendo tutto un’esperienza estrema e difficile.

Il lato A ha un inizio quasi convenzionale, YES è quasi pop, nonostante la ruvidezza e si distrae dall’intensità che invece strutturerà il disco. Tutto il contrario di Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayit’sworldwouldfallapart, una rovinosa corsa di tempi dispari e spigoli, cavalcate e rincorse, il tutto a dipingere con realismo estremo il consumismo statunitense. In questo brano ci sono ancora certe scorie di Generation Terrorists, il debutto della band gallese.

È con Walking Abortion che entriamo davvero nel disagio di Edwards: la strumentazione ridotta al minimo per evidenziare il testo, in cui al termine del brano si urla Who’s responsible, you fucking are. Non ci sono più scuse, tu che stai ascoltando non puoi più essere un estraneo. She is Suffering è un brano che avvolge, lentamente nel riff e  nel tempo della batteria; parla di desiderio e consapevolezza e, come una spirale, sembra non finire mai.

Un basso minimale e inesorabile caratterizza Archive Of Pain, che sottolinea come una certa lezione post punk non sia stata dimenticata. L’immediatezza di un inno, pop ma con un irriverenza indiscutibile è Revol, che gioca con citazionismo e irriverenza. Arrivare al settimo brano e trovare 4st 7lb, che è il peso oltre il quale l’anoressia diventa senza possibilità di ritorno, sapendo del travaglio personale dell’autore, è disturbante nella sua estrema sincerità, chitarre e sussurri, sospiri e batteria militare, rigore e disciplina.

Con Mausoleum saliamo su di un tetto a forza di spallate, per prendere spazio e riflettere commossi sulle vittime dell’Olocausto.

Ecco quindi quella Faster di cui vi raccontavo all’inizio. Comincia con una citazione di 1984 di Orwell e si imprime con la semplicità, che solo i grandi brani hanno, di entrare diretti nello stomaco di chi ascolta anche per la prima volta. Un manifesto che parla per contrasti: consapevolezza e autolesionismo, un altro inno senza la volontà di diventarlo, tra accenni di devoluzione e punk.

Inganna nel suo incidere solare e pacificato This is Yesterday che esplode in un ritornello bellissimo e impossibile da ignorare ma si realizza nella finzione di chiudere gli occhi e pensare al passato.

Die In The Summertime ritrova immediatezza nel riff concitato della strofa come giocando a rimpiattino per poi liberarsi nel ritornello.

The Intense Humming Of Evil ha la forza di un racconto nei suoni industriali e nella sezione ritmica minimale e ossessiva, riprendendo il discorso iniziato con Mausoleum.

È col brano finale P.C.P che si torna a cantare sotto le mentite spoglie dell’immediatezza di una lucida e consapevole deriva.

Richey Edwards scomparirà circa un anno dopo l’uscita di questo album inghiottito dal suo disagio e i Manic Street Preachers non saranno più gli stessi. Questo disco, oscuro, inteso e disperatamente urgente, a me personalmente ha dato e continua a dare tanto. Gli ho perdonato presto quella frase che mi sembrava sbagliata, perché non lo era.

Giovanni Papalato

 

“I am an architect,

They call me a butcher,

I am a pioneer,

They call me primitive

I am purity,

They call me perverted”

Manic Street Preachers, Faster, 1994

 

Didascalia: Giovanni Papalato.

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