Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 7, 2018

Rubrica: Osservatorio internazionale
(Articolo di pagina 42)

La guerra commerciale: un’avventura pericolosa

Il tema è stato già trattato in questa Rivista, con la consueta maestria, da Cosimo Sorrentino (1). Mi permetto di aggiungere alcune postille. Gli analisti della Banca Mondiale hanno calcolato che il livello medio dei dazi applicati sul valore delle merci oggetto di scambi internazionali è passato dal 13,1% nel 1995 al 7,5% nel 2016. Questa evoluzione, frutto soprattutto degli accordi conclusi sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), rischia di essere sconvolta se la recente decisione del presidente Trump di applicare un dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio dovesse provocare misure di ritorsione da parte della Cina, della Russia e dell’Unione Europea (come le confuse ed incaute dichiarazioni del presidente della Commissione sembrerebbero preconizzare). Nel frattempo, gli USA hanno deciso di esentare temporaneamente (nel momento in cui scrivo fino al 1o giugno) l’Unione Europea ed alcuni altri Paesi dall’applicazione dei nuovi dazi, che colpirebbero quindi soprattutto le importazioni dalla Cina e dalla Russia. Il presidente Trump si è basato su un dato di fatto molto semplice: anno dopo anno il deficit della bilancia commerciale degli USA non fa che aumentare, passando da 286 miliardi di dollari nel 2009 ad un record di 738 miliardi di dollari nel 2017 (fatta eccezione dei prodotti energetici, in equilibrio grazie al boom degli idrocarburi di scisto). Ristabilire l’equilibrio degli scambi è stata una delle priorità del candidato Trump. Infatti, appena nominato, il presidente Trump ha preso di mira il deficit della bilancia commerciale, incitando le imprese a produrre sul territorio nazionale, riaprendo il negoziato sull’accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico, denunziando le pratiche commerciali cinesi, definendo l’OMC come un “disastro” per gli USA, minacciando di aumentare i dazi sulle importazioni delle automobili europee e, finalmente, aumentando i dazi sulle importazioni d’acciaio e d’alluminio.

Su questo terreno, se si fa astrazione dal linguaggio usato, Trump non si distingue dai suoi predecessori, poiché sia Barak Obama che George W. Bush avevano denunziato le pratiche cinesi e adottato misure per proteggere l’industria statunitense. Nel marzo 2002 il presidente Bush impose dazi fino al 30% sull’acciaio ma venti mesi dopo dovette abrogarli in seguito alle misure di ritorsione adottate dai partner commerciali. Il successore di Bush, Obama, fece adottare un dazio del 35% sui pneumatici provenienti dalla Cina. Ne conseguì un aumento di 1.200 posti di lavoro nell’industria statunitense dei pneumatici, ma ad un costo estremamente elevato, che fu stimato a novecentomila dollari per ogni nuovo impiego. In realtà, l’aumento attuale dello squilibrio della bilancia commerciale statunitense ha le sue radici nella crisi mondiale del 2008. Per superare la conseguente recessione economica molti Paesi hanno voluto favorire le esportazioni ricorrendo a misure protezionistiche ma soprattutto a provvedimenti di carattere monetario. La Cina ha registrato un eccedente commerciale senza precedenti grazie ad una politica di credito molto generosa in favore delle imprese esportatrici ma anche dei clienti stranieri. Il Giappone ha svalutato lo Yen per ristabilire l’equilibrio della bilancia commerciale compromesso, segnatamente, dopo la catastrofe di Fukushima nel 2011. I Paesi della zona euro, soprattutto la Germania, hanno approfittato della politica della Banca Centrale Europea (che ha impedito un rincaro eccessivo dell’euro) ed hanno potuto registrare un eccedente commerciale molto significativo.

Non c’è dubbio che le misure protezioniste degli USA rischiano di provocare misure di ritorsione dei partner potenzialmente danneggiati, con la conseguente moltiplicazione di barriere doganali lesive per tutti. La storia offre molti esempi di misure protezionistiche che hanno provocato più danni che vantaggi. Nel 1931 il c.d. Smoot-Hawley-Act (dai nomi di due uomini politici dell’Utah e dell’Oregon) aumentò fino al 60% i dazi su circa 10.000 prodotti, soprattutto per proteggere i prodotti agricoli statunitensi. Le conseguenze furono disastrose, i Paesi partner aumentarono a loro volta i dazi e il volume delle esportazioni statunitensi diminuì dei due terzi. Oggi, tuttavia, gli USA, le cui esportazioni non rappresentano che il 13% del Pil, sono in grado di sopportare le conseguenze di una guerra commerciale molto meglio di paesi come Cina, Giappone o Germania, le cui economie dipendono in maniera rilevante dal commercio internazionale. In primo luogo una guerra commerciale penalizzerebbe pesantemente l’industria siderurgica europea: secondo alcune stime l’esportazione di acciaio dall’UE verso gli USA sarebbe ridotta di metà. Inoltre, le barriere tariffarie USA orienterebbero gran parte della produzione mondiale di acciaio verso l’UE, con un conseguente crollo dei prezzi, poiché nell’UE già oggi l’offerta tende a superare la domanda. Viceversa, l’aumento eventuale dei dazi sulle importazioni delle automobili europee, per le quali gli USA rappresentano il primo mercato d’esportazione sia in termini di volume (20%) che di valore (29%), non dovrebbe avere conseguenze troppo rilevanti. Occorre notare, innanzitutto, che i dazi USA sulle automobili importate sono soltanto del 2,5%, mentre i dazi europei sulle automobili provenienti dagli USA ammontano al 10%. Inoltre, le esportazioni delle fabbriche francesi, spagnole e italiane sono relativamente modeste. Soltanto i prodotti tedeschi soffrirebbero in seguito ad un aumento dei dazi USA. Infatti, quasi il 10% della produzione tedesca di automobili è esportata negli USA e più di 1,5 milioni di posti di lavoro dipendono direttamente o indirettamente dalle vendite in quel mercato.

Tuttavia, i fabbricanti tedeschi dispongono di un’importante base industriale sul suolo americano. Per esempio, la più grande fabbrica di BMW (17% della produzione totale) si trova a Spartanburg nella Carolina del Sud ed un eventuale aumento dei dazi potrebbe essere neutralizzato aumentando la produzione locale (BMW ha in programma un investimento di oltre 600 milioni di dollari). Anche se i costi di produzione dovessero aumentare in seguito all’aumento dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio (alcune stime valutano l’aumento dei costi a circa 200 dollari per veicolo), le marche di lusso, come BMW e Daimler, potrebbero facilmente ripercuotere questo aumento sulla clientela. Non sono mancati, soprattutto da parte dei rappresentanti dell’industria siderurgica europea, gli inviti ad attaccare in seno all’OMC le misure protezionistiche USA. Ma si sa che una procedura siffatta è destinata a durare per anni con scarse possibilità di successo, tanto più che gli USA disertano attualmente i tribunali arbitrali dell’OMC (2). Si deve solo sperare che sia negoziabile un accordo per evitare una guerra commerciale.

Questa guerra sarebbe lo scenario peggiore per l’UE, il cui benessere economico dipende per oltre il 30% dalle esportazioni (3).

Sergio Ventura

 

Note

  1. Misure restrittive degli Stati Uniti: conseguenze per l’Europa, in Eurocarni n. 5/2018, pp. 34-35.
  2. Sull’OMC è bene leggere (o rileggere) Stefano Cingolani (2000), Guerre di mercato, Laterza, pp. 452-458.
  3. Purtroppo, la recente decisione del presidente Trump di recedere dal cosiddetto “accordo nucleare” con l’Iran e di ristabilire il regime di sanzioni contro questo paese, mette in pericolo i legami commerciali dei paesi europei con l’Iran. Infatti, anche se questi paesi e segnatamente Germania, Francia e Regno Unito, hanno affermato di volere continuare a rispettare l’accordo, sussiste il rischio che l’esportazione in Iran di taluni prodotti, per esempio nel settore dell’aeronautica, sia ostacolata qualora questi prodotti contengano uno o più elementi provenienti dagli USA.

 

Didascalia: la firma del decreto sui dazi per acciaio e alluminio alla Casa Bianca lo scorso marzo (photo © Mandel Ngan).

 

Photogallery

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.