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Eurocarni nr. 6, 2018

Rubrica: Comunicare la carne
Articolo di Bartalozzi G.
(Articolo di pagina 50)

La carne non fa male, la falsa informazione sì

Una ricerca di Bloomberg del 2017 ha dichiarato l’Italia come il Paese “più salubre” del mondo per la sua dieta (quella Mediterranea, diventata patrimonio dell’UNESCO nel 2010). Eppure in Italia ci sono 450.000 ammalati di ortoressia, ovvero persone assolutamente impaurite dall’idea di mangiare cibo non adatto o, ancor peggio, dannoso alla salute. Questo tipo di fobia, a vario livello, è spesso alimentata da un tipo di informazione senza basi scientifiche, che colpisce molto frequentemente la carne, soprattutto la carne rossa. Eppure, secondo i dati FAOSTAT, in Italia il consumo medio di carne pro capite è di 96 grammi al giorno, quindi non si può parlare di un consumo eccessivo né tanto meno pericoloso per la salute. Tutt’altro, visto e considerato che nella Dieta Mediterranea il consumo di carne non solo è previsto ma anche auspicato, almeno 2 volte a settimana. La rinuncia dei consumatori alla carne è molto spesso dettata da pregiudizi di tipo salutistico (“la carne fa male”) o ambientale (“la produzione di carne nuoce all’ambiente”), che non considerano il fatto che quello che conta è la quantità della carne consumata. Per sconfiggere questo atteggiamento occorre educare i consumatori a leggere le etichette, controllare la tracciabilità degli alimenti e, soprattutto, verificare le fonti e la completezza di certe informazioni. Non bisogna dimenticare che le paure alimentari colpiscono un settore che in Italia vale 137 miliardi di euro di fatturato: in due casi emblematici, quello della Bse o “mucca pazza” del 1996 e quello della influenza aviaria H5N1 del 2005, le ripercussioni economiche nel comparto zootecnico furono immediate e molto gravi. Ma l’allarme si verificò eccessivo: infatti, l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha calcolato che ci siano stati 231 morti di Bse nel mondo in trent’anni e 454 di aviaria in 15 anni; numeri assolutamente irrilevanti nel panorama sanitario del nostro pianeta. D’altra parte, è verificato che i consumatori reagiscono sempre in maniera irrazionale alle food scares mentre i giornalisti sanno bene che i titoli sensazionalistici e gridati fanno aumentare l’audience e le vendite. Per quanto riguarda la rinuncia alla carne dettata da motivazioni di tipo etico-animalistico, anch’essa andrebbe ridimensionata: per un allevatore il benessere animale va di pari passo alla produttività e al suo ritorno economico, pertanto trattare animali con gli antibiotici (pratica che causerebbe nell’uomo la temuta “antibiotico-resistenza”) non è conveniente e non si fa di abitudine ma soltanto in casi eccezionali. In conclusione, è necessario che scienza e imprese collaborino per aiutare il consumatore a distinguere le fake news dalle informazioni corrette. Di tutto questo si è parlato nel corso di una giornata di studio su “Fake news, sensazionalismo e consumo di prodotti animali”, che si è svolta lo scorso aprile all’Accademia dei Georgofili, su iniziativa del Comitato consultivo per gli allevamenti e le produzioni animali, alla quale hanno partecipato: Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare, insieme ai professori Vittorio dell’Orto, Alessia Cavaliere ed Eugenio Demartini dell’Università di Milano.

 

Cavaliere: il problema di come comunicare la scienza e i possibili strumenti di informazione al consumatore

Alessia Cavaliere dell’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze e politiche ambientali – ESP, ha analizzato i dati relativi al consumo di carne apparente nel 2011. Sulla base dell’elaborazione di dati FAOSTAT, la Cavaliere ha sottolineato che nel 2011 la disponibilità teorica mondiale di carne era arrivata a circa 300 milioni di tonnellate annue, delle quali poco meno del 50% nel solo continente asiatico e con Europa e Nord America che contribuivano in modo più limitato. Le specie di carne più consumate sono il suino, il pollo e il bovino, anche se con trend annui differenti. Il consumo di carne bovina è sostanzialmente stabile da oltre vent’anni, mentre nello stesso periodo i consumi di carne avicola sono raddoppiati. È quindi indubbio il fatto che i consumi di carne abbiano subito, da vent’anni a questa parte, un netto incremento a livello globale. Studiando invece il consumo di carne e salumi in Italia, Alessia Cavaliere ha sottolineato che il valore di consumo apparente si aggira attorno ai 230 grammi di carne pro capite al giorno, mentre il consumo reale è pari a circa 110 grammi. Questa differenza è peraltro coerente ai dati di resa media tra la carne edibile e la carcassa degli animali. Il consumo reale di carne bovina è stimato tra i 10 e gli 11 kg pro capite annuali, lontano dal valore apparente su cui si sviluppano tutti i ragionamenti sull’eccesso di consumi, che è pari a 19,2 kg. Quali sono quindi le motivazioni che spingono gli Italiani a mangiare poca carne? Secondo Alessia Cavaliere i motivi sono molteplici: scelte salutiste e ambientali, prima di tutto, seguite da questioni morali, visioni animaliste, percezione del gusto, della sicurezza del prodotto, del prezzo e, infine, fede religiosa.

 

Demartini: le responsabilità negli “scandali alimentari” dei direttori dei giornali e dei ricercatori

Interessante anche l’intervento di Eugenio Demartini dell’Università di Milano, che ha studiato la sensibilità dei consumatori ai cosiddetti “scandali alimentari” come la Bse del 1996 o l’influenza aviaria. Che impatto ebbero i titoli allarmistici dei media sulla quantità di carni consumate? Crollo di prezzi e consumi, panico e confusione. Ma di chi fu “la colpa” di questa disinformazione? Secondo Demartini i responsabili furono per il 50% i direttori di giornali e per il restante 50% i ricercatori che non furono in grado di comunicare in modo efficace. «Se gli scienziati davvero credono nella portata del loro lavoro, devono smettere di parlare in maniera specialistica e offrire anche ai comuni cittadini gli strumenti per comprendere la realtà delle cose di scienza» ha ribadito Demartini.

 

Scordamaglia, fake news e false mode nel settore alimentare: danni e pericoli per produttori e consumatori

Il presidente di Federalimentare e AD di Inalca, Gruppo Cremonini, ha fatto luce sugli ingredienti della cattiva informazione. Primo fra tutti è l’approccio scandalistico, ovvero quell’atteggiamento ostile da parte dei media che si relazionano ai temi alimentari senza alcun tipo di approfondimento. C’è poi la scarsa attendibilità delle fonti: in assenza di una comunicazione chiara e fruibile, gli utenti si appellano più al “sentito dire” che alla realtà scientifica. È poi noto a tutti il dramma delle fake news che proliferano sul web, dove circolano notizie false, reperite on-line e diffuse da siti il cui unico scopo è quello di ottenere traffico. Infine, c’è il tema della scarsa autorevolezza dei personaggi dello spettacolo: spesso chi viene contattato dai giornali o convocato nelle trasmissioni televisive non ha alcuna autorità per parlare di temi delicati come food safety, nutrizione, qualità dei prodotti alimentari, ecc… Sul web i cittadini sono esposti a miti infondati che li portano verso diete sbagliate e da siti spesso non attendibili c’è un proliferare di flussi informativi non certificati, senza adeguata base scientifica, che avanzano risposte infondate e devianti alle richieste dei cittadini, generando pesanti impatti negativi. «Per 3 Italiani su 10 la reputazione di chi produce alimenti è più importante del prezzo e per 5 su 10 è importante almeno quanto il prezzo! Pertanto, la demonizzazione infondata di alimenti genera un danno enorme per le imprese e per interi settori (e su questo punto non sottovalutiamo il ruolo dei food influencer)» ha detto Scordamaglia. «È sul web che il 67% degli Italiani cerca informazioni sui prodotti alimentari, mentre il 16% vi acquista/ordina direttamente il cibo».

Giulia Bartalozzi

Accademia dei Georgofili — www.georgofili.info

 

Altre notizie

 

Zandbergen World’s Finest Meat dal mese di luglio è il distributore di Beyond Meat® per il mercato europeo

La sede è in Olanda e per la precisione a Zoeterwoude. Da qui Zandbergen World’s Finest Meat si appresta ad offrire ai clienti del foodservice di tutta Europa (ad esclusione di Germania e UK) Beyond Burger®, il prodotto di punta di Beyond Meat®. L’attività inizierà nel mese di luglio. «Il mercato europeo rappresenta un’importante opportunità per Beyond Meat® e siamo davvero felici di aver siglato questo accordo commerciale con uno dei maggiori distributori presenti attualmente sul mercato» ha dichiarato l’AD e fondatore di Beyond Meat® Ethan Brown. Il Beyond Burger® ha fama di essere un prodotto “rivoluzionario” poiché è interamente realizzato con prodotti vegetali, senza soia e senza OGM. Si tratta di un burger vegetale che la start-up californiana, fondata nel 2009 a Los Angeles, produce garantendo un gusto e una consistenza simili alla carne. Adriaan Figee, chief communications officer di Zandbergen World’s Finest Meat, ha sottolineato che «in Beyond Meat® abbiamo trovato un partner innovativo con prodotti davvero rivoluzionari, pensati per consumatori che sono alla ricerca di alternative alle proteine animali». Beyond Meat® ha tra i suoi investitori anche personaggi come Bill Gates, Leonardo DiCaprio e la multinazionale Tyson Foods. L’azienda californiana punta a sostituire la carne che mangiamo con proteine di tipo vegetale con la volontà di assicurare ai propri consumatori la sicurezza alimentare, riducendo al contempo l’impatto ambientale e prestando la massima attenzione alle risorse naturali e al benessere animale. Punti di vista e strategie di mercato che oggi significano una presenza in 27.000 tra negozi specializzati e ristoranti negli USA, Hong Kong e Australia.

>> Link: www.zandbergen.combeyondmeat.com

 

 

AZOVE: bilancio in netta crescita e consumi che fanno ben sperare

Si è svolta a Vicenza lo scorso 27 aprile l’assemblea ordinaria dei soci di AZOVE per l’approvazione del bilancio dell’esercizio 2017. Con l’occasione sono state rinnovate le cariche sociali con la conferma del presidente Fabio Scomparin della provincia di Treviso e, alla vicepresidenza, di Paolo Zecchin della provincia di Venezia. Scomparin di recente è stato inoltre confermato quale coordinatore del settore zootecnico di Fedagri Veneto. L’occasione è stata propizia anche per fare il punto sulla situazione della zootecnia bovina da carne, che sembra aver imboccato una fase di ripresa dopo anni di persistente difficoltà. L’organizzazione di produttori veneti, che controlla l’intera filiera zootecnica della carne, chiude il 2017 con un fatturato del bilancio consolidato di oltre 127 milioni di euro. Positivo il risultato economico della cooperativa e in miglioramento anche la marginalità per gli allevamenti soci. Il 2017 rappresenta l’anno di inversione di tendenza dei consumi in quanto dopo anni di pesante e continua diminuzione si registra un aumento dell’1,7% in volume. A ciò si affianca un aumento della macellazione in Italia e una diminuzione dell’importazione di carne bovina da altri paesi.

 

Le novità del 2017: uno stabilimento per la macellazione e lavorazione delle carni a Cittadella e la nuovissima linea di porzionati di scottona e vitellone confezionati in skin pack

Gli interventi del presidente e del direttore Giuseppe Borin, durante l’assemblea, hanno evidenziato le recenti novità della cooperativa. Nel corso del 2017 è stata perfezionata la fusione tra AZOVE e AZOVE Carni con effetto al 01/01/2018. Oggi quindi AZOVE gestisce direttamente tutte le fasi della filiera del bovino da carne, dalla selezione dei bovini al supporto tecnico-sanitario agli allevatori, dall’informazione e formazione alla lavorazione industriale e, infine, alla commercializzazione delle carni. A tal proposito è stato acquistato uno stabilimento per la macellazione e lavorazione delle carni a Cittadella (PD) che diventerà operativo entro il 2018 dopo i necessari adeguamenti tecnologici. A Cittadella sarà trasferita anche la sede di AZOVE e diverrà quindi centro di direzione e controllo di tutte le attività. In occasione della fiera Cibus 2018, è stata presentata la nuovissima linea di prodotti porzionati di scottona e vitellone confezionati in skin pack, soluzioni ideali per evidenziare la qualità della carne e salvaguardarne le caratteristiche organolettiche. Tutto questo per instaurare un rapporto diretto con il consumatore fornendogli un prodotto di qualità supportato dalla certificazione di filiera e dal marchio “Qualità Verificata” della regione Veneto. «Da sempre AZOVE — ha detto Scomparin — persegue una politica di massima attenzione verso l’ambiente, il territorio e la qualità lungo tutta la filiera e questo ci permette di offrire sulle tavole dei consumatori un prodotto certificato, tracciato, sicuro e pieno di gusto. In quest’ottica Azove ha partecipato in qualità di socio fondatore sia alla costituzione del Consorzio Sigillo Italiano per l’applicazione del Sistema di Qualità Nazionale e la valorizzazione delle carni, sia alla costituzione del Consorzio di tutela e promozione e valorizzazione dei prodotti a marchio “Qualità Verificata” della regione Veneto».

 

I numeri di AZOVE:

  • 127.000.000 euro di fatturato;
  • 40.000 bovini allevati dai soci;
  • 52.000 tonnellate di mangimi e materie prime acquistate per l’alimentazione del bestiame;
  • +26% dei capi macellati rispetto all’esercizio precedente.

>> Link: www.azove.it

 

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