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Eurocarni nr. 6, 2018

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 114)

L’aggressività fra bovini da carne

Gestire questo comportamento è indispensabile per ottenere carcasse di buona qualità commerciale e per tutelare il benessere degli animali. Le cause sono molteplici e gli interventi devono essere valutati con attenzione

Maria Devant Guille esperta di nutrizione e management dei bovini della Ruminant Production dell’IRTA spagnolo è intervenuta alla sessione sul benessere dei vitelloni da carne del convegno internazionale della Sivar (Cremona, Centro Studi EV, 10-12 maggio 2017), durante il quale si è anche parlato del comportamento aggressivo degli animali. Un problema, se gestito in maniera non adeguata, perché le lesioni e lo stress che i vitelloni si producono hanno effetti diretti sulla qualità e il prezzo della carcassa: gli ematomi sono visibili subito al macello e comportano un calo di reddito per l’allevatore, ma anche per il macellatore perché le carni di animali stressati sono più facilmente DFD: più scure e con possibilità di conservazione più breve. Ma ancora di più, l’aggressività può costituire un punto critico per l’allevatore a monte, quando ha delle ricadute sull’accrescimento dei capi e sul loro accesso a mangiatoia e abbeveratoio. L’aggressività è un fatto normale nei giovani maschi: è legata al loro sviluppo e all’influsso degli ormoni sul comportamento. Va tenuto conto di questo fatto quando si ha un problema di lesioni degli animali che stanno per essere inviati al macello. Ma esistono anche elementi strutturali e gestionali che favoriscono il manifestarsi di questo tipo di comportamenti. Ad esempio, la formulazione della razione influenza il comportamento dei bovini, compreso quello di aggressività (ne abbiamo parlato nell’articolo “Gli effetti dell’alimento sul benessere del bovino da carne”, in Eurocarni n. 5/2018, pagina 96). Sono rilevanti poi anche l’organizzazione dei gruppi — che vengono rimescolati al loro arrivo e che sono stati rimescolati anche al momento della loro partenza dai luoghi di origine —, la densità dei capi nel box, la conformazione di questo, soprattutto per quel che riguarda l’accesso alla mangiatoia e all’abbeveratoio, la presenza di lettiera e la sua pulizia… Tutti questi elementi giocano un ruolo sul comportamento anche aggressivo degli animali.

 

Comportamento interattivo

Questo comportamento, però, è quasi sempre multifattoriale. Ecco perché di ogni allevamento deve essere valutata l’incidenza dei singoli possibili fattori scatenanti. L’osservazione diretta degli animali per un tempo sufficientemente lungo permette di farsi un’idea della problematica della stalla. Tenendo conto che è necessario saper distinguere fra interazione e aggressività. Ad esempio, sono comportamenti sociali l’horning — lo spingersi reciprocamente ponendosi testa contro testa— e il grooming (attività di leccamento) reciproco o rivolto verso se stessi (il cosiddetto self grooming). Quando si assiste ad una lotta fra bovini, invece, si vedono altri tipi di comportamento, principalmente tre: la monta, lo “spiazzamento” (un capo spintona via l’altro animale) e le testate rivolte su varie parti del corpo.

 

Aggressività sessuale

Una certa percentuale di aggressioni è però riconducibile alle caratteristiche sessuali. L’aggressività tra maschi, infatti, è notoriamente correlata alla concentrazione ematica dell’ormone testosterone. È un tipico comportamento sessuale l’aggressività finalizzata al controllo del territorio. Questo tipo di aggressività comincia a manifestarsi verso i 6 mesi, con il sopraggiungere della pubertà, e si intensifica sensibilmente dopo i 9 mesi di età. Il testosterone influenza i circuiti encefalici che regolano il comportamento sessuale e, nei maschi, anche quelli aggressivi. Ecco perché le castrazioni che riducono fino a estinguere la presenza di testosterone nel sangue riducono l’aggressività. Sterilizzando i tori si assiste ad una riduzione (non alla completa estinzione però) dei fenomeni di lotta quali le testate sul corpo, gli spiazzamenti e le monte.

 

Castrazione chirurgica

La sterilizzazione può essere eseguita chirurgicamente oppure chimicamente. Quella chirurgica è definitiva, ma non è facile da affrontare. Attualmente è consentita dalle normative se eseguita con analgesia e anestesia. Tuttavia, è possibile che in futuro venga fortemente limitata o bandita a causa di motivazioni etiche avanzate da settori della società. Ma finché rimane legale, quando e come è opportuno procedere con la castrazione chirurgica? Eseguita a differenti età, si riverbera in maniera differente sia sul benessere dell’animale sia sulla qualità della carcassa. Dati alla mano, la Devant ha spiegato che, se condotta prima dei tre mesi di età, la castrazione è di facile esecuzione, ma comporta un calo di performance sia per quanto riguarda l’accrescimento sia per la qualità della carcassa poiché la massa muscolare si riduce. «Superati i tre mesi di età del torello invece è molto dolorosa, anche se eseguita con sedazione. Su capi superiori ai sette mesi inoltre diventa davvero di difficile esecuzione».

 

Castrazione chimica

L’immunosterilizzazione o immunocastrazione si ottiene invece intervenendo chimicamente sull’animale. Influenza il rilascio dell’ormone GnRH e non ha effetto permanente. Per poter essere efficace sono necessarie due inoculazioni. È diffusa in Nuova Zelanda e in Brasile: in questi Paesi si effettua il pascolo libero, che renderebbe probabilmente troppo pericolosa per l’uomo la presenza di bovini interi. Ma, cosa fondamentale, in questi Paesi i consumatori apprezzano la carne marezzata, tipica degli animali castrati. Il Canada sta valutando l’opportunità di consentire nuovamente questa pratica. Che invece non è consentita in Europa: la Devant ha spiegato che da noi non ci sono i presupposti culturali per portare avanti la richiesta di diffondere questa pratica, che modifica il peso delle carcasse e, soprattutto, la qualità delle carni in maniera peggiorativa per le nostre esigenze di mercato. E probabilmente la società avrebbe da ridire sulla diffusione di questo procedimento: è facile immaginare la circolazione incontrollata di allarmismi sugli effetti deleteri delle carni di animali trattati in questo modo sulla salute dei consumatori.

 

Aggressività nel gruppo

Un’altra causa di aggressività nei tori è la nostra abitudine di raggruppare per l’ingrasso gli animali di diversa provenienza. I gruppi sono costituiti in base a età e peso corporeo omogenei e si dà per scontato che nei giorni successivi le interazioni fra gli animali, soprattutto quelle di tipo aggressivo, saranno numerose. È un fattore di stress in più, che va a sommarsi allo stress del viaggio, del cambio di alimentazione, di clima e di stabulazione. I torelli combattono per costituire le relazioni di dominio, che sono molto stabili, una volta definite. Una volta che si sono presi reciprocamente le misure, infatti, ogni animale è in grado di stimare le sue probabilità di vittoria e mantiene la posizione ottenuta attraverso i precedenti combattimenti. Stabilitasi la gerarchia, il torello che è risultato essere dominante sugli altri utilizza solo atteggiamenti di minaccia (gli basta uno sguardo) per mantenere il suo rango, mente quelli con posizione più incerta proseguono più a lungo i loro scontri. Si è visto che peso corporeo ed età definiscono molto spesso l’esito delle interazioni aggressive, anche se non sono gli unici fattori che entrano in gioco: ad esempio le tecniche apprese nel comportamento di horning e le esperienze sociali pregresse possono essere “l’asso nella manica” di qualche animale meno prestante ma più baldanzoso degli altri. Si sa che vitelli che hanno potuto interagire fin dalla nascita con conspecifici sono più sicuri di sé e appaiono dominanti su quelli allevati isolati, anche a distanza di tempo (si veda l’articolo Box singoli per vitelli: effetti deleteri sul comportamento pubblicato su Eurocarni n. 4/2017). Invece, si sa ancora poco studi sui reali vantaggi che alcune caratteristiche delle corna possono portare all’animale nelle sue interazioni con il resto del gruppo, ha spiegato la Devant. Ma tutti questi fattori — abilità nell’horning, esperienze sociali, peso ed età —, per quanto importanti, non sono sotto il controllo dell’allevatore italiano, che in genere segue solo la parte di ingrasso e finissaggio dell’animale. Invece, la composizione del gruppo e le caratteristiche della stalla possono essere decise da chi segue le fasi finali di allevamento. La Devant ha spiegato che esistono due differenti scuole di pensiero per la formazione dei gruppi: alcuni sostengono sia meglio comporre gruppi eterogenei per taglia in quanto — se l’alimento è fornito in maniera adeguata a tutti gli animali — col tempo raggiungeranno tutti la stessa taglia. In compenso, la struttura sociale di questi gruppi si forma con maggior tranquillità in quanto i capi più piccoli sono ben consci delle loro possibilità, rinunciano in partenza a competere con quelli più robusti e si accontentano di accedere alla mangiatoia anche in un secondo momento. L’importante, in questi casi, è riuscire ad avere una razione ben miscelata, che non permetta ai primi di selezionare i bocconi più appetibili. La taglia degli animali più grandi del gruppo verrà raggiunta da tutti i membri del gruppo. Altri invece sostengono che comporre gruppi omogenei permetterà di avere a fine ciclo più omogeneità negli animali e, in generale, che sia più facile da un punto di vista gestionale lavorare su gruppi di animali della stessa taglia ed età. Anche perché con taglie ed età differenti ci si trova magari nella necessità di inviare gli animali dello stesso box al macello in momenti differenti. Il che è sicuramente poco pratico ed espone a un raggruppamento sul camion di vitelloni di diversi box — e il viaggio è di per sé già stressante — con un innalzamento del rischio di avere picchi di stress e carni a rischio DFD. In realtà gli studi sono molto contraddittori: a volte sembra che vi siano più monte nei primi tempi di composizione dei gruppi eterogenei, altre volte invece che siano messe in atto soprattutto nei gruppi omogenei in quanto la creazione dei rapporti di dominanza risulta più difficile. «Quello che appare chiaro con gli studi è che i gruppi formati con animali giovani presentano meno episodi di monta. Questo perché probabilmente i giovani comprendono prima le relazioni di dominanza che possono instaurarsi» ha spiegato la Devant. Dunque sarebbe opportuno concentrarsi sull’età degli animali più che sulla loro omogeneità. «Capisco che gli allevatori vorrebbero sentirsi dire suggerimenti più chiari in merito, ma al momento non abbiamo abbastanza studi per spingere con la massima convinzione la composizione di gruppi non omogenei» ha concluso la ricercatrice.

Giulia Mauri

 

Didascalia: le lesioni e lo stress che i vitelloni si producono hanno effetti diretti sulla qualità e il prezzo della carcassa. Gli ematomi sono visibili subito al macello e comportano un calo di reddito per l’allevatore, ma anche per il macellatore perché le carni di animali stressati sono più facilmente DFD: più scure e con possibilità di conservazione più breve.

 

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