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Eurocarni nr. 5, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 34)

Misure restrittive degli Stati Uniti: conseguenze per l’Europa

Recentemente il presidente americano Donald Trump ha deciso di imporre, in via unilaterale, corposi dazi all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e 10%, giustificando, col suo ordine esecutivo, una pretesa emergenza di sicurezza nazionale, e introducendo poi, a sorpresa, una sorta di flessibilità. In base a tale ultima decisione è stata introdotta la possibilità di alzare o abbassare i citati dazi in ogni momento, escludendo provvisoriamente alcuni paesi amici come Australia, Canada e Messico. Nello stesso tempo, sono state rivolte parole dure alla Germania, sostenendo che «alcuni si sono approfittati enormemente di noi, da anni, su commercio e difesa» e, riferito specificamente a detto Paese, «in ambito NATO paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% del PIL, molto più importante. Non è giusto». Il resto dei Paesi amici avrà comunque un rimedio di appello, poiché potranno fare domanda di modifica dei termini dello scambio commerciale e la loro posizione sarà giudicata caso per caso, con la possibilità che i dazi siano completamente annullati nei loro confronti o che abbiano un’entità variabile, parametrata alla qualità degli scambi che conducono con gli USA.
I dazi imposti vengono definiti tariffe “giuste e flessibili”: i partner internazionali devono sapere che gli USA intendono ora essere i “guardiani” e gli amministratori del proprio mercato, che è anche il più ricco del mondo. Chi vorrà scambiare con loro dovrà sottoporsi al loro insindacabile giudizio e sottostare alle condizioni che loro vorranno dettare. Il presidente Trump avrebbe scelto i dazi a difesa del milione di operai del settore metallurgico che, negli ultimi dieci anni, hanno perso il lavoro. Bersaglio principale è la Cina, che ufficialmente esporta negli USA il 3% del fabbisogno annuale di acciaio e alluminio, ma in realtà introduce un volume ben più alto tramite le importazioni parallele da altri Stati ombra. In seconda linea c’è Canada, che provvede ad esportare il 16% dell’acciaio. Le misure adottate sono quindi rivolte in maggior misura soprattutto alla Cina, coinvolta in altre questioni commerciali già di lunga durata, ma non escludono anche l’Europa, coinvolta, oltre che per questioni di carattere commerciale, anche per questioni di carattere militare, come accennato, che riguardano soprattutto la Germania. Infatti, nel 2016 il surplus commerciale accumulato dalla UE nei confronti degli Stati Uniti era di 144 miliardi di euro e la Germania vi contribuiva per 45 miliardi.
Per quanto riguarda gli scambi delle sole merci, lo scorso anno il deficit americano verso la Germania era di circa 64 miliardi di dollari, stabile rispetto al 2016, mentre nel 2011 era leggermente più della metà e nel 2000 era di circa 30 miliardi. Questi provvedimenti confermano per gli Stati Uniti un colpevole egoismo internazionale, mentre per la Germania è la dimostrazione della competitività certa del suo sistema, il che, certamente, è una virtù, ma al contempo è anche motivo di critiche in Europa per gli effetti depressivi derivanti, nella zona euro, dalle scelte di politica economica interna; del resto, le stesse critiche vengono formulate anche dal Fondo Monetario Internazionale, per il quale il surplus tedesco “è troppo grande e crea squilibri”. Non va tuttavia dimenticato che la Germania è il terzo investitore più importante negli USA e rappresenta circa il 10% di tutti gli investimenti esteri là diretti: per questo motivo i dazi potrebbero rivelarsi un boomerang per gli stessi USA. L’obiettivo americano, secondo unanime convincimento degli osservatori, sarebbe la riduzione del deficit commerciale, ponendo il “ricatto” dei dazi verso le diversificate aree del mondo, paese per paese, settore per settore, prodotto per prodotto, e generando così timore in Europa, senza escludere Canada, Messico e Cina. Quest’ultima, in particolare, risulta essere, per ora, il Paese maggiormente penalizzato, poiché vedrà gravate le sue esportazioni verso gli USA per circa 1.300 prodotti, come calzature, abbigliamento ed elettronica, dei quali i consumatori americani hanno fatto man bassa negli ultimi 17 anni, da quando cioè la Cina è entrata a far parte del WTO(stando ai valori attuali delle importazioni, l’imposta ammonterebbe a 50-60 miliardi di dollari). L’Europa, per il momento, è esonerata dall’applicazione dei dazi già decisi del 25% per acciaio e alluminio, ma bisogna vigilare perché il futuro non è tranquillo: esiste una certa imprevedibilità del presidente Trump e la sua esclusiva attenzione è rivolta agli interessi del proprio Paese. «American first», è solito affermare e come più volte viene ripetuto, soprattutto dalla Germania, l’Europa deve fare di tutto per prendere il proprio destino nelle sue mani, in modo unitario, auspichiamo noi.
Per quanto riguarda l’ambito più strettamente economico, non riteniamo sia opportuno rispondere con la ritorsione, mettendo in atto, come da qualcuno auspicato, la minaccia di dazi su prodotti tipici americani, perché questo provocherebbe poi analoghe rivalse sulle automobili o su altri beni importati negli USA, dando inizio a una spirale senza futuro. Perciò, auspichiamo fermezza e azioni unitarie dell’Europa per il rispetto delle regole del commercio internazionale, che, pur con le loro debolezze, hanno finora permesso lo sviluppo dell’economia mondiale.
Cosimo Sorrentino

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