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Eurocarni nr. 5, 2018

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 96)

Gli effetti dell’alimento sul benessere dei bovini da carne

Convegno Sivar: benessere dei vitelloni da carne. La modalità di presentazione della razione, la sua appetibilità e la presenza di fibra influenzano notevolmente l’accrescimento degli animali. Ma anche il loro welfare. E, addirittura, il comportamento, attraverso l’asse intestinale-cerebrale

Sono solo pochi anni che si studia la relazione fra alimentazione, popolazione microbica intestinale e stato immunitario di un soggetto. Ma le indagini si sono già estese fino a confini davvero inconsueti: oggi anche alcuni aspetti del comportamento infatti vengono messi in qualche modo in collegamento con la dieta. È il cosiddetto asse intestinale-cerebrale o gut-brain axis, quello che fa definire da alcuni l’intestino come “il nostro secondo cervello”. Si è visto che la popolazione del microbiota (l’insieme dei microrganismi che vivono nell’apparato digerente) produce delle molecole che attraversano la parete intestinale e raggiungono il cervello, dove hanno la possibilità di svolgere un ruolo di mediatore, di influenzare alcune risposte del cervello stesso. Sono studi che interessano sia la medicina umana, sia quella veterinaria e al congresso internazionale della Sivar, che ogni anno si tiene a Cremona (quest’anno dal 16 al 18 maggio), sono stati presentati alcuni studi sul vitellone da carne.

 

Comportamenti anomali e intestino

La ricercatrice catalana Maria Devant Guille, esperta di nutrizione e management dei bovini, che oggi lavora alla Ruminant Production dell’IRTA spagnolo, ha presentato alcuni studi che aprono la strada all’ipotesi che il tipo di alimentazione e la popolazione dei microrganismi presente nell’apparato digerente possano avere forti influenze sul benessere e sul comportamento degli animali. «La nostra ricerca è partita un po’ per caso, quando abbiamo iniziato a notare il diffondersi di comportamenti che riteniamo aberranti nei vitelloni da carne» ha spiegato. «Si tratta sia di comportamenti aggressivi mai registrati prima, quali ad esempio la tendenza a mordere, sia di un cosiddetto comportamento orale non alimentare: l’insistente leccamento di cose e degli altri componenti del box. Abbiamo pensato di mettere in relazione questi comportamenti con condizioni di cattiva alimentazione, dopo aver notato che gli animali sottoposti a un’integrazione con lieviti probiotici vivi erano più tranquilli. Sono studi partiti da poco, basati su intuizioni che devono essere confermate. I risultati al macello però li abbiamo già e indicano che la parete ruminale presenta un colore differente, più chiaro se gli animali ricevono i probiotici». La Devant ha anche raccontato che, di fronte a sperimentazioni con diete estreme, in cui non si è somministrata paglia, ma solo farina e pellet, la parete del rumine è risultata modificata, con una fusione delle papille ruminali (che sono il punto di assorbimento degli acidi grassi volatili da parte dell’animale e anche di interazione maggiore con il microbiota). Inoltre, la parete risultava vacuolizzata e il pH ruminale abbassato a 5 (il range fra 5,8 e 5,4 rappresenta i valori ottimali di pH, ha spiegato la Devant). In compenso, se non si somministrava paglia, la presenza di peli nel rumine risultava molto superiore. Questi risultati confermano quanto sia indispensabile fornire paglia, o fieno o comunque un foraggio fibroso idoneo, e nelle quantità necessarie per permettere agli animali di ruminare e di trascorrere così il tempo e stare bene. Se si mette a disposizione poco foraggio, gli animali assumono anche meno concentrato (e quindi crescono meno) perché le condizioni del loro pH ruminale cambiano e non sono più ottimali. «Riteniamo che l’insoddisfazione data dalla ridotta o addirittura assente attività di ruminazione possa essere causa di comportamenti anomali. Oppure, ed è un’ipotesi particolare, le alterazioni che si sviluppano a livello della parete del digerente inducono l’animale ad assumere comportamenti anomali».

 

L’importanza della fibra

L’importanza del foraggio nella dieta dei bovini è nota, ma non verrà mai ripetuto abbastanza spesso e forte che i bovini devono poter ruminare a sazietà e indisturbati. Per questo — oltre a fornire il foraggio nella razione — è necessario che tutti gli animali possano accedere alla mangiatoia prima e poi possano coricarsi senza timore di essere disturbati dai compagni di box. La formulazione della razione è importante non solo per garantire ai bovini un buon equilibrio fra le varie componenti e la fibra, ma anche per ottimizzare i costi dell’ingrasso. E anche per permettere agli animali di ruminare, come detto. «Quando non si raggiungono gli standard di crescita previsti — ha spiegato la Devant — è indispensabile guardare con attenzione gli animali, come si comportano, come assumono l’alimento. Solo dopo è possibile decidere come intervenire». Sicuramente, quello che gli animali vogliono è un alimento fresco: non è difficile vederli spostare e talvolta buttare fuori dalla mangiatoia quello che il sole e l’aria hanno essiccato. Negli studi condotti nel centro di ricerca spagnolo vi erano due differenti mangiatoie: una per la fibra e una con erogatore per il concentrato (che è più costoso e va quindi somministrato con maggiore attenzione agli sprechi). Ebbene, quando c’erano degli avanzi di quest’ultimo alimento nella mangiatoia, i bovini lo gettavano bellamente a terra per poter pretendere concentrato fresco. Con buona pace dell’allevatore e del suo portafogli. «Quando andiamo in stalla per individuare l’alimento e la forma di somministrazione più idonea, dobbiamo valutare moltissime variabili: le materie prime, la loro lavorazione, le modalità di somministrazione e di miscelazione, il calibro del pellet, oppure la grana dello sfarinato. E poi il clima e la struttura della stalla, ma anche il tipo di animali cui è destinato quel cibo: età e razza innanzitutto». Individuare i punti su cui intervenire non è sempre facile. Alla domanda: qual è la miglior razione possibile per ottimizzare l’accrescimento, garantire il benessere e far quadrare i costi di produzione?, la risposta è che non c’è una risposta. Bisogna valutare caso per caso, in base appunto al tipo di animali e di strutture che si hanno, oltre che al costo delle materie prime e delle lavorazioni. La velocità di fermentazione di un concentrato influenza la possibilità di incorrere in acidosi e quando questa situazione si instaura effettivamente la conversione dell’alimento risulta bassa. Quando invece la degradazione dell’amido avviene lentamente, i risultati sono buoni. Quindi la composizione del concentrato è rilevante, ma anche la sua dimensione e la sua presentazione all’animale sono importanti. Ad esempio, un concentrato di grana troppo fine riduce l’assunzione di alimento, danneggia le papille ruminali e induce rigonfiamenti addominali. Se invece il concentrato viene fornito come pellet, il costo della lavorazione viene addebitato all’allevatore, ma i costi di trasporto possono essere ridotti, non servono grossi silos (come nel caso di sfarinati) e per la digeribilità dell’amido di solito il pellet garantisce migliori performance. Sempre che i pellet non si sfaldino con troppa facilità. Nel corso della giornata, infatti, il pellet si spezza e polverizza: in questi casi l’assunzione da parte degli animali cala e per di più aumentano gli sprechi. In generale, un’associazione pellet di buona qualità e ricco di amido e paglia ad libitum costituiscono la formulazione ideale per la maggior parte dei capi.

 

Comportamento assunzione alimento

La Devant ha spiegato che gli animali hanno un comportamento alimentare in base a come si presenta loro il cibo. E le performance di accrescimento risultano modificate. Ad esempio, con il pellet i pasti sono più veloci e numerosi, mentre lo sfarinato di per sé in genere è meno appetibile e viene spiluccato dal bovino. Se si forniscono in un’unica miscela gli alimenti concentrati e il foraggio, la miscelazione deve essere omogenea e accurata perché altrimenti gli animali trascorrono molto tempo alla mangiatoia selezionando ogni singolo boccone e imparando a farlo con sempre maggior competenza. Questo fa sì che i primi capi che accedono alla mangiatoia hanno un vantaggio sugli altri e di conseguenza aumenta l’aggressività fra animali dello stesso box per essere i primi a poter compiere la selezione dei migliori elementi della miscela. Questo accade non solo laddove il fronte mangiatoia è inferiore al necessario, e quindi non è possibile un accesso contemporaneo di tutti gli animali, ma anche laddove la mangiatoia è conformata in modo che un bovino possa spintonare via il suo vicino e mangiare anche dalla sua postazione. Per ovviare a questo comportamento a noi sgradito, può essere utile sistemare delle pareti divisorie sulla mangiatoia in grado di evitare spintonamenti e movimenti oscillatori della testa a destra e sinistra troppo bruschi.

 

Gli alimentatori a tunnel

Infine, la Devant ha spiegato pregi e difetti di un alimentatore a tunnel, in cui un solo animale per volta può accedere per consumare il concentrato. Fra i vantaggi si contano l’impossibilità di sprecare il cibo buttandolo a terra e quindi il risparmio economico conseguente, soprattutto nelle fasi finali di allevamento, quando l’assunzione è maggiore. Fra gli svantaggi si ha il lungo tempo necessario per far abituare tutti gli animali ad accedere a questo tipo di mangiatoia. Soprattutto con gli animali giovani, l’assunzione di concentrato così fornito all’inizio è ridotta, anche perché i giovani subiscono molto l’influenza dei compagni di box e anzi hanno una netta preferenza a mangiare tutti insieme contemporaneamente. La competizione invece non risulta particolarmente ridotta con la mangiatoia a tunnel: si sposta semplicemente dall’accesso al concentrato all’accesso alla paglia e all’abbeveratoio.

 

In conclusione

Anche la razza è rilevante: i Frisoni Holstein sono tipicamente più nervosi delle razze ad attitudine da carne: assumono più alimento, compiono un numero maggiore di accessi alla mangiatoia e sprecano maggiormente il cibo. Quello dello spreco alimentare è un tema che evidentemente tocca tutte le specie animali, non è una nostra prerogativa, purtroppo. Ogni caso è a sé, ha spiegato la Devant: prima di decidere quale formulazione utilizzare andrebbero proposti agli animali sia lo sfarinato sia il pellet, per valutare quale viene effettivamente sprecato di meno (anche in base alla conformazione delle mangiatoie). Ma, in generale, con lo sfarinato i tempi alla mangiatoia aumentano e anche lo spreco derivante dallo spostare l’alimento col muso fino a farlo cadere fuori dalla mangiatoia. E quando questo capita, tutto l’alimento che cade a terra non viene più degnato di uno sguardo dal bovino. In conclusione, dalle ricerche eseguite pare che il comportamento alimentare, la quantità di prodotto scartato e l’assunzione di alimento siano variabili che si modificano in base a diversi fattori, comprendenti il tipo di presentazione dell’alimento stesso, il tipo di mangiatoia e la disponibilità di paglia per poter tamponare il pH ruminale e quindi raggiungere una condizione di maggior benessere.

Giulia Mauri

 

“L’importanza del foraggio nella dieta dei bovini è nota, ma non verrà mai ripetuto abbastanza spesso e forte che i bovini devono poter ruminare a sazietà e indisturbati. Per questo, oltre a fornire il foraggio nella razione, è necessario che tutti gli animali possano accedere prima alla mangiatoia e poi possano coricarsi senza timore di essere disturbati dai compagni di box”

 

Didascalia: i Frisoni Holstein sono tipicamente più nervosi delle razze ad attitudine da carne: assumono più alimento, compiono un numero maggiore di accessi alla mangiatoia e sprecano maggiormente il cibo.

 

 

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