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Eurocarni nr. 4, 2018

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 26)

OGM, questo sconosciuto

Arriva da un gruppo di ricercatori di Pisa un’analisi che segna un punto importante a favore degli OGM. Un lavoro approfondito e qualificato che dovrebbe porre fine al dibattito sulla nocività del transgenico

Ci saremmo effettivamente aspettati un po’ più di entusiasmo. Dopo anni di dibattiti, campagne di sensibilizzazione, ricorsi e regolamenti, un gruppo autorevole di scienziati indipendenti ci rassicura: gli OGM non sono nocivi. Una notizia che segna una pietra miliare nella storia delle biotecnologie, nella storia della stessa agricoltura, a cui però non è stranamente seguita nessuna reazione degna di nota. Il mondo politico e quello dell’associazionismo non rilasciano dichiarazioni né trasmettono comunicati stampa. Rispondono unicamente se sollecitati da qualche giornalista, dando uno sbrigativo e sommario parere. Anche nel web regna il silenzio. Non solo non reagiscono gli innumerevoli contrari, spesso complottari — che forse non hanno desiderio di ammettere che si erano sbagliati — ma non esultano come ci saremmo aspettati nemmeno i pochi coraggiosi sostenitori.

Eppure lo studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa parla chiaro: il mais OGM non è nocivo. Non bastasse, è meno insidioso per la salute dell’uomo e dell’ambiente di quello proveniente da sementi tradizionali. Una notizia che giunge come un fulmine a ciel sereno, in un dibattito che sembrava ormai pigramente chiuso per resa dei favorevoli, vista la devastante campagna mediatica contraria, che si è alimentata negli anni.

Dalla freddezza con cui è stata accolta la notizia si potrebbe forse sospettare che lo studio in questione non sia considerato sufficientemente autorevole per ritenerlo attendibile. Tutt’altro: è l’esito di una revisione di studi pubblicata da quattro ricercatori sulle colonne di Scientific Reports, del gruppo Nature, quest’ultima tra le più antiche e importanti riviste scientifiche esistenti (pubblicata dal 1869), forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio in ambito internazionale e, in quanto tale, tra le più attendibili al mondo. 

I quattro illustri connazionali che hanno lavorato allo studio hanno passato in rassegna 64 ricerche realizzate in oltre 20 anni, dall’inizio della coltivazione del mais transgenico, sino al 2016. L’approfondimento è una meta-analisi, cioè un’analisi di altre analisi, che ha processato 11.699 dati, a loro volta pubblicati su riviste di alto valore scientifico, su colture di Stati Uniti, Europa, Sud America, Asia, Africa e Australia. Non solo, lo studio è indipendente, non essendo stato finanziato da nessun soggetto di parte, ma a sua volta utilizza dati che provengono da ricerche svincolate da qualunque finanziatore.

E i risultati parlano chiaro: le colture di mais transgenico hanno una resa superiore, dal 5,6% al 24,5%, rispetto a quello tradizionale. In più contribuiscono in maniera importante a ridurre gli insetti dannosi ai raccolti e hanno percentuali inferiori di contaminanti pericolosi negli alimenti, come micotossine (–28,8%) e fumonisine (–30,6%).

 

Gli OGM non rappresentano un rischio per la salute

Le conclusioni a cui sono giunti Laura Ercoli, Elisa Pellegrino, Stefano Bedini e Marco Nuti — questi i nomi dei ricercatori di Agronomia generale e coltivazioni erbacee alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che hanno realizzato il lavoro — sono chiare e sentenziose: gli OGM non rappresentano un rischio per la salute. Lo studio italiano ha selezionato con grande severità metodologica i dati più sicuri, mostrando che fumonisine e tricoteceni, pericolosi in gravidanza e potenzialmente cancerogeni, sono risultati più bassi negli OGM, rispettivamente del 30,6% e del 36,5%. Questo perché le tossine sono prodotte da funghi che si sviluppano sulle piante danneggiate dagli insetti e sono proprio questi ultimi il target della modificazione genetica della pianta, che è fatta a posta per resistergli.

Quanto agli insetti innocui, invece, su di loro non si sono visti effetti significativi. E questo fatto è importantissimo dal punto di vista ambientale, perché gli OGM danno un notevole contributo nella riduzione di parassiti deleteri per la pianta, ma limitano gli effetti agli organismi interessati, senza arrecare offesa al resto del sistema.

La questione ambientale rappresentava un aspetto molto delicato dell’impatto degli OGM sugli equilibri delle nostre campagne. Ma lo studio è stato dirimente anche in questo senso, dimostrando performance identiche tra mais OGM e tradizionale in termini di perdita di peso tra i fusti e le foglie, emissione di anidride carbonica dal suolo ed effetti sugli insetti che non rappresentano la causa della modificazione genetica.

Questo studio dà elementi importanti per una valutazione dal punto di vista oggettivo, ma giunge anche con una certa tempestività rispetto a quanto affermato solo alcuni mesi or sono dalla Corte di Giustizia europea, che aveva condannato la decisione di alcuni Paesi di vietare la coltivazione di piante geneticamente modificate, pur in assenza di un’evidenza significativa sul serio rischio alla salute umana, animale e ambientale. La sintesi era: se un reale pericolo non è dimostrato, perché vietarne la coltivazione?

Oggi però abbiamo addirittura una conferma del contrario. Pertanto la faccenda è destinata a subire ulteriori sviluppi, tanto più che alcuni produttori sono pronti, adesso più che mai, a portare avanti la loro battaglia per l’utilizzo delle tanto vituperate sementi transgeniche.

Sono 17 gli Stati europei in cui è vietata la coltivazione di OGM. Tra questi, l’Italia. L’unica pianta transgenica che può essere coltivata è una varietà di mais resistente alla piralide. Ma la sua coltivazione resta comunque confinata a cinque Paesi, dove tra l’altro gli ettari impegnati sono in regresso.

Esiste però un paradosso che pesa come un macigno: il divieto si limita alla coltivazione, ma è ammessa l’importazione, mentre in etichetta la presenza di OGM va dichiarata solo se supera lo 0,9%, e non è obbligatoria per niente nei prodotti di animali alimentati con OGM. In sintesi, non ci tuteliamo fino in fondo dagli ipotetici rischi, ma in più lasciamo che a guadagnarci siano altri: una contraddizione non da poco.

È così che ogni anno entrano in Europa 30 milioni di tonnellate di soia e sino a 3 milioni di tonnellate di mais geneticamente modificati. Un’assurdità priva di ogni logica.

Si vedrà però, solo d’ora in poi, quale sarà la posizione di istituzioni e legislatore europeo, anche alla luce della ricerca del Sant’Anna. Sinora, infatti, l’Unione Europea ha adottato, nei confronti degli OGM, il principio di precauzione. In sostanza, visti i dubbi del mondo scientifico e considerata la scarsa presenza di prove oggettive sulla natura degli OGM e i loro effetti sulla salute umana e sull’ambiente, il legislatore ha assunto a suo tempo una posizione di cautela e prudenza, che implica appunto anche il divieto di coltivazione. Ma dal momento in cui queste prove sono state portate all’attenzione del mondo scientifico, quale linea assumerà l’Europa? Gli aspetti da considerare sono infatti molti e di varia natura.

Nel sito di Slow Food, per esempio, la posizione dell’organizzazione sul nuovo studio si nasconde tra molte altre notizie di importanza decisamente minore. Cosa anomala — a nostro modesto parere — per un soggetto che della lotta contro gli OGM ha fatto il proprio cavallo di battaglia per anni, vantando più certezze che dubbi.

E facendo riferimento alle nuove scoperte, Slow Food specifica in tono freddo: “Sì, abbiamo visto. Peccato che la posta in gioco, almeno per noi, non sia mai stata questa. Come nel caso dell’olio di palma, appiattire il dibattito sul ritornello ‘fa male/non fa male’ serve soltanto a guadagnare le prime pagine. E a zittire le voci in dissenso, confinandole nel ghetto dell’antiscientificità. Così facendo si eludono i veri nodi irrisolti, quelli che non riguardano i singoli OGM, ma ciò di cui sono portatori. Cioè un modello piegato alle esigenze dell’agroindustria, dove ai contadini si impone di rinunciare a ogni controllo sul proprio lavoro, dalla semina al contrasto delle erbe infestanti. Quella che vent’anni fa ci veniva venduta come una seconda rivoluzione verde si è limitata, nei fatti, a promuovere poche varietà di coltivazioni redditizie per le multinazionali […]”. È così che Slow Food chiude la questione: con queste ed altre poche righe dai contenuti condivisibili, ma forse troppo scarni, per un tema così delicato.

Peggio si è visto da chi, dopo aver fatto per decenni una caccia alle streghe, nei giorni scorsi e sino al momento in cui scriviamo non ha osato pronunciare una sola parola, ignorando l’ultima ufficiale e autorevole uscita a livello scientifico, che dovrebbe far crollare — o almeno vacillare — convinzioni granitiche. Qualcuno, però, tirato per la giacchetta dalla stampa, interviene per dire che il fatto che i cibi transgenici siano innocui per la salute umana sarebbe cosa di per sé irrilevante, perché quel tipo di coltura è invasivo nei confronti dei confinanti e non può restare arginato alla superficie in cui viene utilizzato. Tanto più che ci troviamo in un Paese dove le aziende sono di piccole dimensioni e le barriere naturali insufficienti a proteggere dalla contaminazione le coltivazioni biologiche e quelle convenzionali.

L’elenco degli ostacoli che persistono non finisce qui: le sementi sono nelle mani di poche multinazionali sempre più forti. Soggetti che vantano una concentrazione di potere in ambito agricolo che aumenta di continuo e a dismisura, considerato che le grandi aziende, poste sul banco degli imputati, non sono titolari solo del seme, ma anche dei pesticidi, delle reti di distribuzione e spesso anche di farmaci e prodotti sanitari.

A favore degli OGM si sosteneva che avrebbero salvato il mondo dalla fame e tuttora, seppure con minore enfasi, questo elemento viene richiamato. Ma nella pratica e negli anni tutto ciò non è avvenuto. Il problema è tutt’altro che risolto, mentre le multinazionali del settore hanno visto crescere vendite e profitti, soprattutto laddove la povertà dilaga.

Anche in Coldiretti la condanna resta, senza se e senza ma. «Le produzioni agricole italiane sono richieste perché di qualità e legate a tradizione e biodiversità. Gli OGM sono invece l’opposto, principale alleato di omologazione e standardizzazione. E poi dal punto di vista della sicurezza ambientale, al di là di quello che dice lo studio, il dibattito è ancora aperto», sentenzia il presidente nazionale Roberto Moncalvo.

L’altro elemento di condanna è che gli OGM non abbiano legami storici o culturali con territorio alcuno, e questo, per un Paese come l’Italia che basa su identità e varietà dei prodotti locali buona parte del proprio messaggio comunicativo, è un problema. Aprire un varco agli OGM significherebbe rompere il patto con il consumatore e insinuare il dubbio sulla qualità del nostro cibo, che a quel punto non verrebbe più considerato a priori come il migliore del mondo, per trovarsi invece, in una ipotetica scala della qualità, né più né meno di dove sono collocati altri Paesi con storia e patrimonio enogastronomico nemmeno paragonabili al nostro.

Allora ci sarebbe da chiedersi se — al di là dell’aspetto salutare o meno degli OGM — valga la pena di lanciare, in ambito commerciale, un messaggio che cozza completamente con tutto ciò che nei secoli e nei millenni il nostro Paese ha voluto esprimere. Non sarebbe, insomma, una questione di scienza e di verità, ma di opportunità e di marketing.

Diverse sigle del mondo associazionistico e datoriale restano fortemente contrarie agli OGM, nonostante i dati di oggi. Ma c’è anche chi, avendo sostenuto la causa in tempi non sospetti, plaude ai risultati della ricerca. È Confagricoltura che dichiara che vent’anni di divieti hanno portato a perdite consistenti nelle rese e nel reddito degli agricoltori italiani, per più di 125 milioni di euro di mancato guadagno all’anno. Ed è della stessa opinione la senatrice Elena Cattaneo che sostiene: «questa ricerca è una conferma di quanto scientificamente già appurato da tempo». E aggiunge: «chi sventola sondaggi d’opinione, per difendere divieti legali imposti a tutti i coltivatori e ricercatori, lo fa dopo decenni di bufale cucite ad arte».

Gli effetti di certa comunicazione sono evidenti: nell’opinione comune regna indisturbata l’idea che gli OGM siano cosa da bandire perché fortemente dannosi, al di là delle valutazioni di carattere economico e sociale. Non è un caso se il risultato di una recente indagine, condotta da Coldiretti/Ixè, dimostri che quasi 7 cittadini su 10 (69%) considerano gli alimenti transgenici meno salutari di quelli tradizionali e che l’81% non mangerebbe mai carne e latte proveniente da animali clonati o modificati geneticamente.

La campagna denigratoria ha avuto conseguenze pratiche importanti. Negli anni, i vari gruppi di pressione hanno chiesto e ottenuto l’aumento dei controlli o il parallelo divieto di coltivazione. Con il risultato che si sono bloccate sperimentazioni e ricerche e sono nel contempo aumentati certificazioni e costi. L’Italia è diventata dunque uno dei Paesi con le regole più restrittive in Europa sugli OGM e la nostra ricerca scientifica sul bio-tech, un tempo all’avanguardia, ha perso drammaticamente terreno, lasciandosi altresì sfuggire un mercato potenziale stimato tra i 100 e i 125 milioni di euro all’anno.

L’opportunità o meno degli OGM non è certo solo una questione di nocività e molti degli argomenti portati dal fronte dei contrari sono validissimi. Tuttavia, lasciar intendere che i prodotti geneticamente modificati siano da bandire perché dannosi alla salute è tanto scorretto quanto pericoloso. Lo è ancor più in una fase storica in cui bufale e verità si confondono come fossero sullo stesso piano, generando disorientamento, sfiducia, diffidenza nella stampa quanto nella conoscenza. È così che da tempo si è rotto il patto tra scienza e consumatori, nel cercare, spesso con successo, di sostituire i fatti con le opinioni. Con tutte le conseguenze nefaste che ne derivano.

Sebastiano Corona

 

Nota

Alle pagine 26 e 27, photo © Bad Man Production.

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