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Eurocarni nr. 4, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 34)

Pregiudizio per l’Italia

A febbraio, in occasione di un incontro tenuto dal presidente della Commissione UE Jean-Claude Junker con l’ex commissario europeo Joaquín Almunia, è stato previsto, per il nostro Paese, lo scenario peggiore, “con un governo non operativo”, dopo le elezioni italiane. L’affermazione predetta è stata sostenuta, con impudenza diplomatica e politica, dal presidente Junker, non nuovo a molte gaffe già fatte in passato, nonostante egli ricopra l’importante carica di presidente della UE già da quattro anni e, per chi non lo sapesse, sia un illustre avvocato lussemburghese che per molti anni è stato anche presidente del Consiglio del Granducato, oltre che ministro del Tesoro e delle Finanze del suo Paese. Ebbene, l’ennesima battuta, poco felice, ha scosso fortemente i mercati facendo volare lo spread oltre quota 130, tanto che lo stesso Junker, spinto dal coro di reazioni negative e dall’accusa di ingerenza negli affari interni di un paese comunitario, è stato costretto a fare marcia indietro e a mettere nero su bianco, in un comunicato, che “qualunque sarà l’esito elettorale, sono fiducioso che avremo un governo che assicurerà che l’Italia rimanga un attore centrale in Europa e nella definizione del suo futuro”.

Al di là dei commenti che si potrebbero fare su tali affermazioni, appare evidente il pregiudizio spesso manifestato nei confronti dell’Italia, che non riesce ad ottenere, a così alti livelli di responsabilità, rispetto e credibilità. Altri Paesi della Comunità stanno attualmente mostrando paralisi istituzionali, tuttavia non sollevano altrettante obiezioni da parte di nessuna delle autorità di Bruxelles. È il caso del Belgio, da 540 giorni (al momento della stesura dell’articolo, Ndr)senza governo, ma con un periodo di crescita evidente; della “grande” Germania, per cinque mesi senza governo, con mercati che non se ne sono accorti; della Francia, che non sta meglio dell’Italia; della Spagna, alle prese con la sua incerta politica internazionale, ma con prospettive a breve termine molto positive sul piano economico.

Sull’Italia, purtroppo, pesa il grande macigno del debito pubblico (mai risolto dai vari governi che si sono succeduti alla guida del nostro paese), visto sempre con grande preoccupazione data la mancanza di una inversione di tendenza finora dimostrata e la volontà delle nostre forze politiche, anche in questa campagna elettorale, di evitare il problema. Eppure la congiuntura italiana sta andando meglio delle attese negative che erano state vaticinate. Infatti l’export, nel 2017, è stato molto positivo, gli investimenti privati stanno crescendo a doppia cifra, grazie agli interventi concessi, la crescita del fatturato manifatturiero è la maggiore dal 2008 (l’Italia sembra tornata su livelli pre-crisi) e anche in termini tendenziali il fatturato è salito del 7,2%, con incrementi del 7,3% sul mercato interno e del 7,1% su quello estero. Inoltre, all’aggancio solido della domanda internazionale, testimoniata dai successi dell’export, si aggiunge qualche segnale di ripresa della domanda interna, superiore al pessimismo antecedente.

L’Italia resta un punto sotto la media di crescita dell’Eurozona, ma le attese erano di una frenata italiana e invece sembra avvenire il contrario. Il Paese, bisogna ammetterlo, resta afflitto da seri problemi di carattere strutturale, come la bassa produttività, comparata da metà degli anni Novanta: si conoscono le ragioni che la determinano e i settori interessati, ma si fa poco per aumentarla, perché significa aprire alla concorrenza e all’innovazione settori pubblici e privati che preferiscono non rinnovarsi, anche se ciò significa offerta di retribuzioni basse e rapporti di lavoro a tempo determinato.

Aggiungasi una demografia sempre più carente, una spesa sociale squilibrata e avara verso poveri, giovani e famiglie, con il 50% di occupati e l’aggravamento del divario territoriale di reddito, infrastrutture e legalità tra Nord e Sud; oltre al citato debito pubblico elevato, a un fisco pesante e a un capitale umano non rispondente agli standard richiesti da imprese e mercato. Ma questi sono problemi di lungo periodo.

Nel presente, secondo le indagini statistiche, i principali dati economici e i conti pubblici sono in miglioramento e non viene prevista, dopo le elezioni, una forte reazione dei mercati; ne sono convinti analisti finanziari e operatori di borsa, nonostante il pessimismo di Junker.

Quello che potrebbe pesare sui mercati sono le attese sui tassi d’interesse in aumento negli Stati Uniti e magari, più in là, anche in Europa. Secondo accreditati operatori, i mercati non guardano più ai temi politici bensì ai dati economici favorevoli, ed è l’augurio che vorremmo vedere realizzato nel dopo elezioni.

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