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Eurocarni nr. 4, 2018

Rubrica: Osservatorio internazionale
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 46)

Crescita demografica e squilibrio climatico

Lo squilibrio climatico e la crescita demografica hanno in comune il fatto che le loro conseguenze negative si manifestano solo a distanza di venti o trent’anni. È quindi oggi che occorre agire se si vuole evitare una crisi sociale ed economica talmente grave da provocare una terza guerra mondiale verso la metà di questo secolo

Il 17 novembre dell’anno scorso si è conclusa a Bonn la ventitreesima conferenza delle Nazioni Unite sui mutamenti climatici (COP23) che, come le precedenti, ha ignorato il problema della crescita demografica. Eppure si tratta di un problema strettamente connesso con quello dello squilibrio climatico. In dieci milioni di anni la popolazione umana è passata da qualche migliaio d’individui a un miliardo e negli ultimi duecento anni da uno a quasi otto miliardi! Un’accelerazione che certamente non è estranea all’aumento della concentrazione del diossido di carbonio e del metano nell’atmosfera, registrato dal 1750 in poi, rispettivamente del 36% e del 148%, raggiungendo livelli molto più alti di quelli raggiunti negli ultimi ottocentomila anni (1).

Cinquant’anni fa il problema della crescita demografica non era ignorato e non mancavano, nei congressi scientifici internazionali, gli oratori per denunciarne la potenziale pericolosità. Ma questo problema è diventato un tabù da quando George W. Bush, eletto presidente degli Stati Uniti, ha minacciato di sopprimere i sussidi agli istituti di ricerca che avessero osato ancora denunciare i rischi della crescita demografica. Purtroppo la maggioranza dei dirigenti politici e degli esperti scientifici sostiene che la crescita demografica non è un problema ma, al contrario, il rimedio per risolvere almeno in parte taluni problemi che affliggono la società moderna. Un esempio recente è l’attitudine di taluni governanti europei di fronte all’immigrazione di massa, considerata come un mezzo per risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione. In tal modo si sottovalutano le difficoltà dell’integrazione di milioni di immigrati e si finge d’ignorare che oggi il principale problema economico è la disoccupazione, cioè la mancanza di posti di lavoro e non la carenza di manodopera. Poiché si prevede che la popolazione mondiale aumenterà ancora di un terzo da oggi al 2050, il fenomeno demografico non può essere ignorato in un piano globale destinato a fronteggiare lo squilibrio climatico. A tal fine è utile esaminare gli argomenti “a favore” e quelli “a sfavore” della crescita demografica.

 

Argomenti a favore

Il primo argomento che si suole citare a favore della crescita demografica è il principio secondo il quale occorre lasciare a ciascuno la “libera scelta del numero dei figli”. Ma sarebbe logico aggiungere “a condizione di essere capaci di soddisfare ai loro bisogni”. È questo il motivo che ha indotto il governo cinese ad imporre, fino a poco tempo fa, l’obbligo del “figlio unico”. Quest’obbligo ha contribuito a fare della Cina uno dei paesi più ricchi del mondo e anche se oggi le coppie cinesi hanno il diritto di avere due figli, esse continuano ad averne, in media, uno solo. Si deve inoltre osservare che il principio della “libera scelta” non è rispettato da quei governi che incitano le famiglie (con gli assegni familiari e con le riduzioni fiscali) ad aumentare il numero dei figli. Il secondo argomento a favore della crescita demografica è che, aumentando il numero delle nascite, si aumenterà il numero degli attivi in grado di finanziare le pensioni di coloro che, sempre più numerosi, raggiungono i limiti d’età. Questo argomento, in apparenza assai logico, non tiene conto però di una serie di elementi. In primo luogo, a causa dei progressi tecnologici, il numero dei posti di lavoro (e, quindi, degli attivi) è destinato a diminuire nei prossimi anni. In secondo luogo, poiché la durata media di vita aumenta, sembrerebbe logico aumentare la durata del lavoro (come alcuni governi hanno iniziato a fare) prima di ripercuotere il costo delle pensioni sui futuri lavoratori. In terzo luogo, da molti anni la disoccupazione dei giovani è in aumento, in contraddizione evidente con la pretesa necessità di aumentare il numero delle nascite. Infine, questo argomento non tiene conto del pesante onere che i giovani rappresentano per le famiglie e per la società prima di poter accedere al mondo del lavoro. Un terzo argomento a favore della crescita demografica è il vecchio slogan secondo cui questa crescita renderebbe più forte e più dinamica la nazione. Argomento, questo, puramente sentimentale e senza nessuna base razionale. Inoltre si suole affermare che la crescita demografica può essere favorita poiché sarà sufficiente diminuire i consumi per combattere lo squilibrio climatico. Ma i fatti provano che, da un lato, a mano a mano che nei paesi emergenti aumenta il livello di vita, la tendenza è quella di un aumento e non di una diminuzione dei consumi. Dall’altro lato, nei paesi più sviluppati nessun governo si fissa come obiettivo la riduzione della crescita economica e, quindi, dei consumi.

In conclusione, nessuno degli argomenti che si suole citare a favore della crescita demografica è veramente valido. Si tratta piuttosto di un’attitudine dettata da motivi irrazionali e da un’adesione più o meno cosciente al “politicamente corretto”.

 

E argomenti a sfavore

Viceversa, non mancano solidi argomenti “a sfavore” della crescita demografica. Innanzitutto il nostro pianeta è incapace di assicurare un tenore di vita decente a tutta la popolazione mondiale (2). Attualmente i Paesi sviluppati, che rappresentano soltanto il 20% di questa popolazione, consumano l’80% delle risorse terrestri. Se si volesse assicurare ai Paesi in via di sviluppo il tenore di vita dei Paesi sviluppati, occorrerebbe moltiplicare per quattro le risorse, cosa evidentemente irrealizzabile tenendo conto, tra l’altro, delle necessità ecologiche. Ma anche se ciò fosse possibile, il problema non sarebbe risolto senza bloccare la crescita demografica. Parimenti, questa crescita rende vani i tentativi di ridurre lo sfruttamento delle risorse terrestri, poiché i progressi in tal senso sono annullati dall’aumento della popolazione. Infine, anche se i progressi tecnologici e scientifici potessero incrementare le risorse terrestri senza danneggiare ulteriormente il clima, sarebbe comunque necessario frenare l’aumento della popolazione per permettere a tutta l’umanità di approfittare dell’aumento delle risorse. Un secondo argomento a sfavore della crescita demografica riguarda il clima e il territorio. L’aumento della popolazione implica, purtroppo, un aumento dell’inquinamento atmosferico e del riscaldamento climatico. La situazione delle grandi città in continua espansione (Pechino, Città del Messico, Il Cairo), dove l’inquinamento atmosferico ha raggiunto limiti insostenibili, è un esempio irrefutabile. Inoltre, l’aumento della popolazione non può che aggravare i problemi connessi con la restrizione dello spazio territoriale, come gli ingorghi del traffico nelle città e sulle autostrade, la diminuzione delle terre agricole e delle foreste, l’estinzione di centinaia di specie animali. Un terzo argomento a sfavore della crescita demografica riguarda la crisi economica mondiale. Si suole attribuire l’origine di questa crisi alla politica bancaria estremamente rischiosa degli USA negli anni 2006-2008 (i cosiddetti Subprimes), ma se la crisi perdura lo si deve in parte alla crescita demografica di paesi come la Cina, che sono i produttori di tutti i beni che necessitano di molta manodopera a buon mercato e le cui esportazioni hanno provocato un deficit commerciale e un debito finanziario colossale nei paesi importatori come gli USA. Inoltre, il mondo occidentale deve affrontare altri due problemi legati alla crescita demografica: l’allungamento della durata media della vita e lo squilibrio migratorio tra paesi ricchi e paesi poveri. Se il primo problema può essere parzialmente risolto, nei Paesi ricchi, modificando tra l’altro l’età pensionabile, il secondo ha gravi conseguenze sociali ed economiche. In primo luogo, gli immigrati sono troppo numerosi e la loro presenza sul mercato del lavoro è la causa principale del basso livello dei salari minimi. In secondo luogo, una parte notevole degli immigrati non trova un impiego e resta a carico dei paesi di accoglienza. All’origine del flusso migratorio c’è la consapevolezza dei migranti di non poter raggiungere un livello di vita decente nel loro Paese d’origine, destinato a restare sottosviluppato per una serie di motivi tra cui, non ultimo, l’aumento della popolazione che conduce a veri e propri disastri umanitari quando esso coincide con la persistenza di conflitti armati o con fenomeni estremi di squilibrio climatico. Lo squilibrio climatico e la crescita demografica hanno in comune il fatto che le loro conseguenze negative si manifestano solo a distanza di venti o trent’anni. È quindi oggi che occorre agire se si vuole evitare una crisi sociale ed economica talmente grave da provocare una terza guerra mondiale verso la metà di questo secolo. All’indomani della seconda guerra mondiale, nel 1950, la popolazione terrestre era di circa due miliardi e mezzo e il clima non poneva alcun problema. Oggi, con una popolazione di oltre sette miliardi e mezzo d’individui, la situazione non è più la stessa. Sembra difficile (per non dire impossibile) che il solo progresso tecnologico possa metter fine allo squilibrio climatico all’orizzonte del 2050. L’obiettivo che si era fissata la COP21 (un riscaldamento climatico non superiore a due gradi) è stato proclamato per ragioni politiche e non riposa su basi scientifiche solide. Come sola condizione (necessaria ma non sufficiente) per fronteggiare nel breve e medio periodo lo squilibrio climatico resta quindi la limitazione della crescita demografica. Non c’è dubbio che frenare la crescita demografica significa combattere tradizioni ancestrali. Eppure basterebbe evocare la storia europea per capire la necessità di quel freno. Nel V secolo, la caduta dell’Impero romano d’Occidente fu provocata dalle invasioni barbariche, a loro volta conseguenza della crescita demografica nelle regioni limitrofe dell’Impero. Nell’XI secolo, il progresso tecnico permise di aumentare la produzione agricola, ma non di ridurre la povertà della popolazione, poiché la crescita demografica annullò in gran parte i vantaggi derivanti dall’incremento della produzione. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale avrebbe potuto consentire di migliorare le condizioni di vita della classe operaia, ma la crescita demografica ebbe l’effetto opposto e la classe operaia visse uno dei periodi peggiori della sua storia. Una delle conseguenze di questo periodo fu la prima guerra mondiale, il cui esito, come si sa, gettò le basi della seconda. Se si vuole evitare un terzo conflitto mondiale, che implicherebbe la distruzione del nostro pianeta, sarebbe tempo che i nostri governi si rendessero conto che la terra non è infinita e che, quindi, occorre frenare la crescita demografica.

Sergio Ventura

 

Note

Cf. Sergio Ventura, “Dalla COP21 alla COP22: quale futuro per il nostro pianeta?”, in Eurocarni n. 1/17, pag. 26 ss.

Su quanto segue sarebbe utile leggere (o rileggere) due saggi dell’economista francese Daniel Cohen: Le monde est clos et le désir infini (2015) e Homo economicus, prophète (égaré) des temps modernes (2012), ed. Albin Michel

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