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Eurocarni nr. 3, 2018

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 88)

Stinchi e melodie indie pop

Se vi dico Albuquerque, New Mexico, voi a cosa pensate? La prima associazione di idee, probabilmente, è Breaking Bad. Ma qui parliamo di musica e non c’entra la colonna sonora della meravigliosa serie TV. E nemmeno Neil Young e la sua Tonight’s The Night. Stinchi. Un nome bizzarro per una band che viene da lì e che nulla ha a che vedere con la spirale di violenza, potere ed emancipazione che vede protagonisti Walter White e Jesse Pinkman. The Shins pubblicano “Chutes To Narrow” nel 2003, il fatidico secondo album che succede all’esordio di due anni prima “Oh, Inverted World”. Di solito il secondo album è problematico, soffre di ansia da prestazione quando il primo è stato acclamato. Qui ciò non accade: immediato, diretto, leggero, senza zavorre. Ma si badi bene, le cose leggere non per forza sono semplici.

Melodie che nella loro luminosa grazia sono sostenute da complessità e profondità rare. Cominciando dalla copertina, ci troviamo in un contesto colorato, vivace, armonioso e bizzarro. Man mano che il disco gira ce ne convinciamo, siamo proprio nei Sixties! Sì, ma quelli in cui il rock non è una forma di insurrezione e contrasto, sperimentazione o protesta sociale. No. Musicalmente qui siamo in un ideale pop, inteso come meraviglia dell’espressività.

Nella progressione e negli slanci di Turn A Square, che poi si libera in campi di chitarre che spingono ancora più in là la voce di James Mercer. Oppure in A Call To Apathy dove lo il giro country camuffa un lirismo che sa di classico al primo ascolto. Mine’s Not A High Horse si muove tra synth, chitarre acustiche e una batteria che sembra marziale e invece serve per scappare più su. Il primo singolo So Says I è lì che ti si appiccica addosso già prima del ritornello: anarchico ad ogni ascolto, completamente slegato dal resto ma cosi perfettamente incastrato, tra filtri alla voce e agli strumenti, cori e versi stratificati.

Sì, perché i testi sono in simbiosi con l’immaginario che la musica ci mostra e le liriche, frammentarie e lisergiche, come polaroid che volteggiano in un vento amministrato sono immagini mai banali. E alla fine non sono passati nemmeno 35 minuti e quello che ti rimane è lo stupore per un disco in cui tanti dettagli cosi curati danno vita a canzoni cosi semplici e cosi cariche emotivamente. E quando accade, ci si trova davanti ad un grande disco indie pop. Diffidate da chi vi dice che è un genere minore.

Ah sì, dimenticavo, ad Albuquerque risiedevano Bill Gates e Paul Allen quando crearono la Microsoft, ma a noi in fondo interessano di più gli Stinchi, quelli che fanno dischi e quelli di qualche maiale magari, con delle patate di Montese al forno, che dite?

 

Nota

Photo © Lucio Pellacani.

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