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Eurocarni nr. 3, 2018

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 26)

Pet food e dintorni

Numeri da record nelle vendite di cibi per animali domestici. L’esercito degli amici a quattro zampe è sempre più folto e i proprietari sempre più esigenti sulla qualità. Si aprono mercati e si moltiplicano le opportunità, ma si pongono anche questioni di ordine pratico, ambientale, etico

Sono componenti della famiglia e danno valore al vivere quotidiano: è questo il sentire comune di chi ha un animale domestico in casa nei confronti del proprio pet. Che siano gatti, cani, uccellini o pesci, hanno ormai un ruolo sociale ben definito: godono dell’amore dei propri padroni quasi come fossero figli, contribuiscono ad aumentare l’autostima dei più piccoli, migliorano l’atmosfera in famiglia, aiutano a sconfiggere la solitudine; è addirittura dimostrato che i bambini che si occupano di animali domestici si ammalano meno. E molto altro ancora. La nostra legislazione non sarà ancora a passo con i tempi nel riconoscere loro ruolo e diritti, ma in compenso gli italiani attribuiscono ai propri animali domestici un’importanza primaria nella loro vita e nella loro casa.

I segnali erano da tempo evidenti, ma può essere di ulteriore conforto il Rapporto Assalco Zoomarket 2017 (www.assalco.it)  che fa una panoramica a 360 gradi del mondo dei pet, dagli aspetti normativi al mercato di riferimento, passando per una serie di altre questioni, non ultima quella sociale, della salute e dell’alimentazione. Le sorprese sono diverse. Il numero di animali d’affezione nell’Unione Europea corrisponde a più di 200 milioni, distribuiti in 75 milioni di abitazioni circa. I preferiti sono i gatti, che contano più di 70 milioni di esemplari, circa il 35% del totale. I cani invece sono di poco al di sopra della soglia dei 62 milioni e rappresentano il 31%. È la Francia a guidare la classifica, con il maggior numero di felini: 12,6 milioni, record assoluto rispetto agli altri Paesi comunitari più popolati dai gatti, ovvero Germania (11,8 milioni), Regno Unito e Italia, che si attestano entrambi a 7,4 milioni di esemplari. Il Paese dei cani per eccellenza è il Regno Unito, che ne ospita oltre 8,5 milioni, seguito a breve distanza da Francia, Italia e Germania (rispettivamente 7,3 milioni, 7 e 6,8 milioni). In Russia si stima invece una popolazione felina di 21,7 milioni e canina di quasi 16 milioni. Che ci sia una tendenza a sostituire l’affetto di una persona con quella di un animale domestico — al punto che sul tema si è espresso di recente anche il Pontefice — è confermata dal fatto che le famiglie con animali, composte da un unico soggetto, sono aumentate di 2,4 punti in dieci anni, passando da 8,4% a 11,1%, così come sono in aumento i nuclei famigliari composti da due individui che hanno un animale domestico.

Altro elemento importante, che ha ripercussioni su altri aspetti, è l’età media, 53 anni. Il pet owner tipo ha dunque tra i 45 e 64 anni, un diploma di scuola media superiore (ma sono aumentati notevolmente i laureati) e svolge una professione. Le casalinghe rappresentano infatti ormai “solo” il 20,6%, mentre i pensionati sono il 27,6%. Negli ultimi dieci anni è costante il dato sulla presenza di almeno un pet in quasi 6 casi su 10. Probabilmente, per la maggior facilità di accudimento, i gatti fanno registrare un forte aumento: dal 46% al 52%. I felini risultano più amati da single, pensionati e donne laureate, mentre il cane è preferito soprattutto dagli uomini, dai giovani e dai lavoratori autonomi, nei comuni più piccoli, nelle famiglie più numerose e con bambini, e dalle casalinghe. Ma la notizia sta nell’alimentazione dei nostri amici a quattro zampe, sempre più ricercata, sempre più qualitativamente e quantitativamente elevata. Spopolano i cibi per animali domestici, raccomandati dai veterinari in luogo dei piatti casalinghi. Non è solo una questione di praticità e dosaggio giornaliero. L’aspetto salutistico e nutrizionale dei propri animali è infatti divenuto prioritario per i proprietari, che tendenzialmente cercano il meglio, per quanto possibile. Ed ecco che gli alimenti industriali diventano di gran lunga la prima modalità di alimentazione dei pet (77%) e sembrano non conoscere crisi, visto che sono in ulteriore crescita rispetto al passato. Nel 2015, infatti, erano il 64%. Gli avanzi della tavola — spesso sconsigliati dagli stessi veterinari — e i pasti cucinati appositamente risultano in calo. È inoltre il caso di sottolineare che il food industriale non appare come una tendenza a breve o medio termine, ma come scelta consapevole, visto che è raccomandata dai veterinari a cui i proprietari di animali domestici si affidano sempre più, per ogni aspetto della vita del proprio pet.

Anche il giro d’affari dei prodotti per l’alimentazione di cani e gatti, distribuita nei tre canali del grocery, petshop tradizionali e catene petshop, nel 2016 è stata ragguardevole: 1.971 milioni di euro per un totale di 559.200 tonnellate di cibo commercializzate, con un incremento del fatturato del 2,7% rispetto all’anno precedente e un aumento dei volumi dell’1,3%. Il settore mostra così un tasso di crescita, a valore, superiore a quello del Largo Consumo Confezionato. In questo scenario il grocery (ipermercati, supermercati, libero servizio, tradizionali, micromarket inferiori ai 100 m2 e discount) canalizza il 56,8% del fatturato complessivo del mercato petfood (ossia 1.222,5 milioni di euro) e il 75,1% dei volumi (420.234 tonnellate). Prosegue nel 2016 lo sviluppo del mercato, con un trend positivo a valore di +1,4% e a volume +0,9%, guidata soprattutto dai supermercati (quasi 9.000 punti vendita) che sviluppano il 30,1% del fatturato e il 33,6% dei volumi.

Le catene petshop, cioè l’insieme di punti vendita specializzati negli alimenti e articoli per animali (che in Italia sono poco più di 500), rappresentano il 7,2% dei volumi e l’11,2% dei valori, pari a 40,2 tonnellate e 221,2 milioni di euro. Elementi che, nel 2016, hanno continuato a crescere per due cifre percentuali.

I petshop tradizionali (circa 4.912 punti vendita) rappresentano il principale canale del trade-non grocery, in cui sono distribuiti i prodotti per animali da compagnia nel nostro Paese. Coprono il 17,7% dei volumi (corrispondenti a 98.777 tonnellate circa), ma generano il 31,8% dei valori (627,7 milioni di euro di fatturato). Per il terzo anno consecutivo il canale continua a mostrare una crescita del fatturato (+1,8%) e una dinamica negativa a volume (–1,1%). Il petshop tradizionale continua quindi a rimanere il canale a più alta redditività, insieme alle catene specializzate.

Il segmento degli alimenti umidi è ancora il più importante: registra 972 milioni di euro circa, che equivalgono al 49,3% di quota sul totale mercato. Questo grazie all’importanza, ormai consolidata, dei prodotti a maggior valore aggiunto in piccola grammatura e caratterizzazione gastronomica o funzionale, in particolar modo nel gatto. Nel 2016, gli alimenti umidi hanno registrato una crescita a valore dell’1,4%, pur sempre inferiore a quella degli alimenti secchi, che crescono del 2,8%.

Nelle catene tutti i segmenti sono in crescita e le dinamiche sono quasi sempre a due cifre. Gli alimenti secchi valgono 840 milioni di euro e detengono il 42,6% di quota, relativa per il 24,4% al cane e per il 18,2% al gatto. Stesse dinamiche importanti di crescita (+10,3% a valore) si registrano per i cosiddetti snack funzionali e fuori pasto. È interessante anche osservare la distribuzione geografica dei consumi riferiti al grocery e ai petshop tradizionali. Il Nord Italia sviluppa oltre la metà delle vendite (53,9%) distribuite tra il Nord-Ovest, che rappresenta quasi un terzo dei volumi totali (32,4%), e il Nord-Est, che segue con il 20,4%. Il Centro e la Sardegna, con il 28,4% delle vendite, risultano la seconda area, mentre il Sud copre un modesto 18,7%.

Considerati questi numeri, qualcuno ha voluto giustamente approfondire il tema dell’impatto dei nostri pet sul pianeta. Gli animali domestici, infatti, non meno degli uomini consumano un quantitativo di carne e di pesce piuttosto significativo, la cui produzione richiede l’impiego di risorse legate in maniera indissolubile agli allevamenti intensivi. Ci sono poi una serie di implicazioni indirette (vedi la produzione e lo smaltimento del packaging, solo per fare un esempio) che hanno ugualmente conseguenze importanti sul piano ambientale. Alcuni dati in merito li ha forniti un ricercatore dell’Università della California, Gregory Okin, di Los Angeles. I risultati della sua ricerca, seppur riferita unicamente agli Stati Uniti, sono impressionanti e danno la misura del fenomeno. Negli USA, infatti, ci sono 163 milioni tra cani e gatti (su 321 milioni di popolazione umana), la cui dieta carnivora è responsabile del 25-30% dell’impatto della filiera della carne ed è associata all’emissione di 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. Un impatto pari a quello di 13,6 milioni di automobili e a quanto deriva dal consumo di carne di una popolazione pari a quella francese.

In sostanza, se i cani e i gatti statunitensi fossero una nazione a sé, si piazzerebbero al quinto posto nel mondo per consumo di carne, dietro solo a Russia, Brasile, Stati Uniti e Cina. Cani e i gatti statunitensi richiedono circa il 19% delle calorie necessarie agli uomini e a voler essere pignoli, in termini di impatto complessivo della loro presenza sul pianeta, ci sarebbe da valutare anche l’incidenza delle feci, che secondo lo studio in questione vale per 5,1 milioni di tonnellate ogni anno, pari a 90 milioni di americani. Discorso a parte e non meno importante sarebbe quello della spazzatura indirettamente prodotta, tra lattine, involucri, sabbia dei gatti e quant’altro, che, sempre per fare paragoni con gli umani, sarebbe, secondo lo studio in questione, pari a quella dell’intero Stato del Massachussets. Non è però solo una questione di quantità ma anche di qualità del cibo. Un tempo gli animali domestici consumavano gli avanzi di casa oppure mangiavano tagli di carne o parti del pesce che l’uomo avrebbe comunque buttato alla spazzatura, vuoi per questioni di gusto, vuoi per motivi culturali o religiosi. Oggi, invece, è sempre maggiore — soprattutto nelle linee Premium — l’impiego di cibi “pregiati”, che potrebbero essere quindi destinati, in alternativa, al consumo umano. Okin ha calcolato anche questo fattore, giungendo alla conclusione che circa un quarto della carne oggi destinata a cani e gatti potrebbe essere consumata dall’uomo e sfamerebbe 26 milioni di Americani (noti tra l’altro per la loro ricca dieta, che non risparmia proteine). Si pongono quindi una serie di questioni. Innanzitutto verrebbe da chiedersi come si posiziona, di fronte a queste cifre, l’enorme esercito di vegetariani e vegani che rifiutano la carne, il pesce, talvolta i derivati, per motivi etici ed ambientali e che spessissimo sono anche proprietari di un cane o di un gatto. Per molti l’orientamento è quello di far seguire anche ai propri pet una dieta priva di proteine animali, nel vano tentativo di confutare dati scientifici evidenti, compreso il fatto che i primi siano onnivori e i secondi carnivori. La questione, già in tempi non sospetti, è stata all’attenzione dei veterinari di tutto il mondo, molti dei quali costretti a sottolineare ai pet owner la natura dei propri animali domestici, che richiede necessariamente un certo apporto di proteine animali nella dieta. Piaccia o non piaccia. Un esempio per tutti è il caso, ormai datato, del gatto salvato in extremis da una veterinaria australiana a causa di una dieta esclusivamente vegana, che ha fatto discutere i medici veterinari di mezzo mondo, anche perché è stato solo il più famoso di una lunga serie. Che senso avrebbe, infatti, per un vegano o per un vegetariano porre delle questioni etiche sul consumo umano di cibo di origine animale, se poi provvede all’alimentazione del cane di casa con scatolette di pollo? E nel caso in cui questo non accada, e il proprietario dell’animale si ostini ad imporgli una dieta vegetale, non si sta comunque facendo un enorme torto all’animale, violentandone la sua stessa natura? O peggio ancora, una simile condotta — com’è stato denunciato da alcune associazioni — non si dovrebbe addirittura considerare “maltrattamento”?

Il dibattito è molto interessante, tanto più che è legato ad una serie di altri elementi che si intersecano con il mercato, con l’etica, con i nostri nuovi stili di vita. Le domande che dovremmo porci sono tante: in un pianeta dove la popolazione si sta progressivamente dirigendo verso i 9 miliardi di persone e il problema di sfamarle tutte si pone come una questione non rinviabile, come si soddisfa l’esigenza di garantire agli animali domestici cibi in quantità e di qualità? È possibile continuare ad assicurare proteine così nobili che potrebbero essere consumate dall’uomo? Si può rinviare la discussione sulla sostenibilità di una simile popolazione animale? E se Paesi emergenti, o anche solo la Cina, acquisissero le stesse abitudini degli statunitensi in fatto di pet, a cosa andremmo incontro? E ancora: perché il mondo veg e animalista, tanto severo nel giudicare le abitudini dell’uomo potenzialmente nocive per il pianeta e per gli altri animali, non è altrettanto attento quando si tratta degli amici a quattro zampe? Potrebbe l’impiego degli insetti, sempre più probabile anche per l’alimentazione umana in Occidente — oltre che in Oriente — essere introdotto anche nel regime alimentare dei nostri amici animali? Gli aspetti degni di analisi sono innumerevoli e molti di questi non più rinviabili. C’è da scommettere che su questi temi si tornerà a breve.

Sebastiano Corona

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