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Eurocarni nr. 2, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 24)

Tassi d’interesse tra Stati Uniti e BCE. Problemi per l’Italia

I botti di fine anno anche per il 2017 non sono mancati: due importanti decisioni hanno infatti occupato gli spazi e le considerazioni di osservatori internazionali e operatori finanziari interessati a verificare l’evoluzione, per il prossimo futuro, della situazione riguardante i tassi di interesse, che, come noto, condizionano l’attività di operatori e produttori. Il primo avvenimento riguarda la Federal Reserve e coincide, peraltro, con la fine del mandato della presidente Janet Yellen, la quale ha lasciato al suo successore Powell il compito di dirigere, per i prossimi anni, l’importante macchina della Banca Centrale statunitense. Più precisamente, per la terza volta nel corso del 2017, è stato deciso un aumento dei tassi d’interesse ed ora il nuovo indice è compreso tra 1,25% e l’1,50% e rappresenta il quinto scatto di crescita, a decorrere dalla fine del 2015, quando la stessa FED ha ripreso ad applicare aumenti dopo sette anni di tassi a zero. La governatrice Yellen, nella sua ultima conferenza stampa, ha fornito anche una dettagliata analisi dell’attuale momento che vive l’economia degli USA, i quali si trovano nel pieno di una fase di crescita solida anche se meno robusta rispetto al passato. La stima della crescita del PIL, per il 2017, si attesta al 2,5%, così come previsto per il corrente anno. Sul calcolo che viene fatto per dette cifre pesa l’aspettativa dell’impatto che potrà avere l’applicazione della nuova legge fiscale, varata ultimamente dalla nuova amministrazione americana, che stabilisce tagli alle imposte per 1.400 miliardi di dollari per dieci anni e aspira a raggiungere il +4% del PIL. Nel frattempo, la crescita citata fa diminuire la disoccupazione, attestatasi ora al 4,1% ed ancora in discesa (raggiungerà il 3,9% nei prossimi due anni). Inoltre, a causa dei rincari non molto incoraggianti, resta la preoccupazione per un’inflazione piuttosto debole, che, per ora, è attestata all’1,7% e che, a seguito degli interventi del fisco, dovrebbe attestarsi al livello del 2% per il prossimo biennio, livello cui aspira anche l’Europa.

La Yellen ha infine sostenuto che il sistema bancario è rafforzato ed è pronto ad assorbire eventuali ritocchi alla valutazione degli asset azionari mentre la leva dell’indebitamento è al di sotto della soglia di allarme. Tuttavia, non ha mancato di sottolineare prudenza alla banche poiché i rischi eventuali sono sempre in agguato e spetta ora al nuovo presidente misurarsi con il prossimo divenire della situazione economica generale del Paese.

Il secondo importante avvenimento di fine anno riguarda la Banca Centrale Europea, la quale ha deciso di mantenere immutati per i prossimi mesi i due orientamenti di fondo della sua politica monetaria. Restano, perciò, al livello attuale, e vi resteranno a lungo, i tassi di interesse, mentre sono confermati, almeno fino a settembre, gli acquisti mensili per 30 miliardi di euro di titoli dell’eurozona, in presenza della citata decisione americana di ritoccare verso l’alto i loro tassi di interesse. L’orientamento della BCE tende a tenere basso il valore dell’euro sui mercati valutari, aiutando così le esportazioni, le quali sono, per ora, il motore unico della ripresa in Europa e soprattutto nel nostro Paese. Nell’ultima conferenza stampa del 2017, il presidente Draghi ha scelto la linea della prudenza e, pur in presenza di un’economia europea che corre più degli USA, ha voluto riaffermare l’attuale livello dei tassi d’interesse, ma la BCE continua a mantenere la possibilità di accelerare nuovamente il Quantitative easing, se necessario, e continuerà a reinvestire il capitale dei bond che arrivano a scadenza di nuovo per tutto il tempo necessario. Tuttavia, è soprattutto nelle nuove stime macroeconomiche che emerge la prudenza della BCE. Infatti i dati indicano un forte trend di crescita, che, dice Draghi, farà risalire l’inflazione.

La stima di crescita per il 2017 intanto sale al 2,4% e per il corrente anno addirittura al 2,3% dall’1,8%. Per l’inflazione è tutt’altra situazione, poiché i prezzi si manterranno a livelli contenuti almeno fino al 2020, ed è per tali motivi che la BCE intende avere mani libere ed un notevole stimolo monetario “è ancora necessario per sostenere l’inflazione nel medio termine”.

Ecco perché si può comprendere come la BCE intenda avere mani libere, anche contrapponendosi ad alcuni paesi, come la Germania, che vorrebbero una rapida uscita dal Quantitative easing. Ma molti si domandano: per quanto tempo, poi, potrà reggere l’orientamento della BCE? È da ricordare, in proposito, che nel 2019 verrà a scadenza il mandato del presidente Draghi ed un nuovo soggetto si insedierà alla BCE, certamente più vicino alle aspettative dei paesi forti dell’eurozona, attenti più alla stabilità finanziaria che alla ripresa economica e ciò varrà soprattutto per il nostro paese, il quale, in questi ultimi anni, ha visto crescere il rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale e non si è avuta, nonostante una certa stabilità di governo, la volontà di predisporre e varare alcun piano — neanche approssimativo —, per affrontare e risolvere il problema.

Il governo che verrà formato dopo la tornata elettorale si potrà trovare di fronte ad un quadro di politica economica europea che potrà mutare, tassi d’interesse eventualmente compresi, con conseguenti riflessi sul nostro debito pubblico. Sarà in grado il nuovo governo di impostare una politica economica che tenga conto di tali realtà? Il prossimo anno sarà galantuomo.

Cosimo Sorrentino

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