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Eurocarni nr. 2, 2018

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Gaddini A.
(Articolo di pagina 122)

La corrida a Roma

Fino all’Ottocento si sono svolti a Roma dei combattimenti con tori, seguiti con entusiasmo dal pubblico, che rapidamente esauriva i biglietti al botteghino e assisteva agli spettacoli con una passione paragonabile a quella odierna per il calcio. I protagonisti dei combattimenti, detti giostratori o giuocatori, erano oggetto di venerazione come lo sono oggi i fuoriclasse dello sport. Per alcuni aspetti esteriori, come i costumi, gli spettacoli si ispiravano alle corride spagnole, ma si trattava più che altro di esibizioni di coraggio e abilità da parte di giovani macellai o mandriani, e lo scopo della lotta non era l’uccisione dell’animale, anche se spesso questo evento si verificava.

 

Breve storia della tauromachia a Roma

Gli antichi Romani organizzavano combattimenti con animali, tra i quali lotte tra l’uomo e l’uro, l’antena-to selvatico dei bovini domestici. Plinio il Vecchio racconta che Giulio Cesare aveva introdotto a Roma, nel I secolo a.C., degli spettacoli nei quali cavalieri greci della Tessaglia uccidevano dei tori, te-nendoli per le corna e torcendo loro il collo, dopo averli affiancati a cavallo (Naturalis historia, VIII, 70:182). Dopo l’epoca romana, ci sono molte notizie di tauromachie, dette cacce, nel Medioevo e oltre, che si svolgevano nelle piazze, ad esempio piazza Farnese, Campo de’ Fiori, piazza del Campidoglio e addirittura piazza San Pietro. In piazza Navona, a Carnevale, ogni rione della città portava un suo toro da combattimento, che sfilava in corteo insieme con i giostratori, tra il delirio della folla, che porgeva doni, soprattutto generi alimentari. Rimase famosa la giostra del Carnevale del 1492, lo stesso anno della scoperta dell’America, per festeggiare la riconquista di Granada da parte di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, avvenuta il 2 gennaio. Nel 1332 il Colosseo ospitò una tauromachia per un pubblico di dame e nobili. Nell’arena scesero anche giovani aristocratici di Rimini e Ravenna, oltre a quelli romani, e diciotto di essi persero la vita, mentre nove rimasero feriti e furono uccisi undici tori. I nobili ebbero solenni funerali nelle basiliche di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore (Manzi). La passione dei romani per le cacce e le giostre dei tori è testimoniata dall’episodio avvenuto nel 1333 in Campidoglio: il rispettato frate domenicano Venturino da Bergamo aveva suscitato nei romani grande entusiasmo con la sua predica, ma quando propose di destinare ad opere pie il denaro stanziato per i giochi, la folla abbandonò indignata la piazza, dandogli del buffone (Clementi).

A Roma era molto popolare anche una cruenta festa, nella quale si liberavano dei tori, che scendevano a precipizio dalle pendici del monte Testaccio, insieme a dei maiali caricati su carri. Alla base del colle gli animali trovavano una folla armata di ogni strumento da taglio, che li faceva letteralmente a pezzi, per procurarsi carne gratuita, ma molte erano anche le vittime umane dovute alla calca o alle cariche dei tori. Il tributo di vittime umane generò varie proibizioni, come la bolla De Salute Gregis Dominici emessa il 1o novembre 1567 da papa Pio V, rivolta alla salvezza del gregge del Signore, dove per “gregge” si intendeva la popolazione umana (il concetto di benessere animale era di là da venire) e si prevedevano pesanti sanzioni, come la scomunica per i partecipanti e gli spettatori e il diniego alla sepoltura in terra consacrata per i giostratori caduti. Eppure, nel 1508, ai combattimenti con i tori avevano preso parte perfino dei cardinali, che però combattevano con animali sfiniti da giorni di sevizie da parte dei loro servi. La bolla di Pio V fu aggirata facendo combattere buoi e vacche, visto che il bando era riferito a combattimenti con tori e bestie feroci (cum tauris et aliis feris bestiis), e comunque papa Gregorio XIII, il successore di Pio V, cedendo alle pressioni popolari, eliminò già nel 1575 il bando posto dal suo predecessore e le relative sanzioni, mantenendo la proibizione per i giorni festivi, confermata da Clemente VII. Per ottemperare a questo divieto, le giostre si tenevano il lunedì, ma col tempo si riprese a organizzarle di domenica.

In effetti degli spettacoli che coinvolgevano i bovini continuavano ad avvenire tutti i giorni nelle strade di Roma: erano le macellazioni del bestiame necessario per il consumo ordinario, eseguite davanti alle botteghe dei macellai, che spesso le trasformavano in spettacoli a beneficio dei passanti. Il giovedì e il venerdì, giorni di mercato del bestiame al Foro Boario, fuori Porta del Popolo, il bestiame era distri-buito nelle botteghe attraversando le strade di Roma, costringendo i passanti a rifugiarsi nei portoni per evitare di essere travolti. In un’occasione una mandria (detta capata, che significa “scelta”) invase la chiesa di San Lorenzo in Lucina, adiacente a via del Corso, costringendo la cavalleria a intervenire per farla uscire. Anche questo trasferimento di bestiame, operato da mandriani a cavallo con bastoni armati di punte di ferro, era considerato uno spettacolo, e spesso la fanteria e la cavalleria dovevano intervenire per ristabilire l’ordine. L’incisore romano Bartolomeo Pinelli (1781-1835) ha lasciato numerose stampe che rendono in modo vivace la concitata atmosfera del passaggio delle mandrie. Una traccia di questa distribuzione capillare dei luoghi di macellazione è rimasta nel nome di alcune vie romane, come via Due Macelli (presso piazza di Spagna), o via Macel de’ Corvi, dove abitava Michelangelo, sparita a inizio ‘900 per la costruzione del Vittoriano. Solo nel 1825 si pose fine alle scorribande delle mandrie nelle strade di Roma, costruendo un mattatoio in piazza del Popolo, che si trovava comunque in città, cioè nel luogo di consumo della carne, dato che, non esistendo i frigoriferi, il tempo tra la macellazione e l’acquisto della carne doveva essere necessariamente breve.

Altre giostre dei tori si svolgevano in molti altri comuni del centro Italia: a Siena in piazza del Campo, a Macerata, a Todi, dove proseguirono fino al 1848, a Terni, patria di molti valenti giostratori attivi a Roma, e dove nel 1860 si giostrava ancora. A Napoli la dominazione spagnola aveva introdotto delle vere e proprie corride, mentre a Venezia, fin dal 1151, si svolgevano cacce dei tori, ricalcando forse la tradizione degli antichi veneti, le buthysiae, citate dallo storico latino Svetonio (Nerone, XII, 3).

 

Svolgimento della giostra

Nell’Ottocento le giostre si trasferirono in un luogo chiuso, con ingresso a pagamento. Il luogo scelto fu il mausoleo di Augusto, presso via del Corso, dal 1780 trasformato in anfiteatro, detto il Corea, dal nome di una famiglia di imprenditori di origine portoghese che ne era proprietaria. Lo spettacolo che si svolgeva al Corea prendeva il nome di Giostra delle vaccine, dove il termine “giostra” indicava una gara di abilità, mentre “vaccine” si riferiva al bestiame bovino in generale. Scopo della giostra era di stancare i bovini, anche con l’aiuto di cani, per poi atterrarli prendendoli per le corna. I bovini indocili, che non “stavano al gioco”, erano catturati con cappi a nodo scorsoio e fatti uscire dall’arena, tra la disapprovazione del pubblico. Viceversa, i tori che combattevano valorosamente, quando morivano suscitavano “dispiacere universale” (Verdone, 1963). Le giostre prendevano il via a ferragosto e terminavano l’ultima domenica di settembre. Lo spettacolo iniziava la sera, a partire da due ore prima del buio (cioè le 22), secondo l’orario allora in vigore, corrispondenti alle attuali 5 del pomeriggio (“a las cinco de la tarde”, anche qui!), e si concludevano all’Ave Maria con lo sparo di una “forte batteria” di fuochi d’artificio. I giostratori erano romani o forestieri, detti anche ercoli o alcidi, spesso macellai o mandriani della campagna romana, come i butteri o infrociatori, così chiamati perché controllavano i bovini prendendoli per le narici (in romanesco frosce). Gli animali erano bovini maschi castrati, detti maglioni, che dalle numerose rappresentazioni pittoriche tramandate hanno i caratteri somatici dell’attuale razza Maremmana, che d’altra parte era la più diffusa a Roma come animale da lavoro agricolo, da trasporto pesante e da carne.

Anche i bufali, molto diffusi nell’Agro Pontino, erano usati come animali da tiro e da carne e scendevano nell’arena per le giostre. Gli animali erano scelti dagli stessi giostratori nelle tenute di Maccarese e condotti in città la notte prima del combattimento, dove erano accolti dai nobili a cavallo con i propri servitori, muniti di torce, e dalla folla in attesa. Lo spettacolo si apriva con una banda che suonava marcette e proseguiva con gare di abilità a cavallo tra i butteri, come il gioco della rosa, che consisteva nell’afferrare, lanciati al galoppo, tre rose, che dopo l’Unità d’Italia ebbero i colori della bandiera italiana. Per aizzare i bovini e renderli più combattivi, i giostratori si avvicinavano muniti di un bastone armato di una punta di ferro su cui era in parte avvolto un drappo rosso (come nella corrida spagnola, secondo l’idea che il rosso eccita i bovini), sostenuta già da Seneca (De ira, III, 30), autore latino di origine spagnola. I giostratori attaccavano anche con la pece, sulla fronte degli animali, degli oggetti (nastri, fiocchi, monete), per poi schivarne la carica, o legavano loro dei petardi accesi alla coda o alle corna. Venivano anche rilasciati dall’alto dei fantocci che scorrevano lungo un filo, fino ad arrivare davanti al muso degli animali, oppure venivano fatti saltare fuori da botole aperte nel piano dell’arena.

Già in età romana si usavano fantocci, detti pilae, per aizzare i tori nell’arena, come menzionato da Marziale, anch’egli di origine spagnola (Epigrammi, X, 86; De spectaculis, 9, 19 e 22). Il mezzo per aizzare i tori preferito dal pubblico erano comunque i cani, di razze molossoidi, addestrati alla lotta contro i tori, e spesso vittime dei combattimenti. I cani erano oggetto di com-pravendite a prezzi vertiginosi e facevano vincere ai loro proprietari dei premi in denaro o in natura (posate d’argento), se riuscivano a tenere fermo il bovino tenendolo per un orecchio (ossia orecchiandolo), e per questo compito si esercitavano fin da cuccioli su teste di bovini macellati. I maglioni erano anche aizzati dai bottaroli, assistenti del giostratore, che si trovavano in botti di vimini, imbottite e foderate esternamente di tela colorata, che si avvicinavano ai tori, per poi ritrarsi all’interno della botte, quando questi caricavano, rovesciando il contenitore e facendolo rotolare per l’arena. I giostratori avevano la possibilità di scampare alle cariche di tori o bufali arrampicandosi sulle staccionate in legno che circondavano l’arena. Gli spettatori assistevano anche a numeri buffoneschi: l’incisore romano Bartolomeo Pinelli (1781-1835) rappresentò la scena di un gruppo di nani che fingevano di combattere un toro di cartapesta. L’artista francese Antoine Jean Baptiste Thomas ha lasciato una vivace descrizione della giostra delle vaccine e di molti altri aspetti della vita romana, corredata da litografie a colori, in un libro, Un an à Rome, scritto dopo aver trascorso un anno nella città, tra il 1817 e il 1818, beneficiando di una borsa di studio per artisti presso l’Accademia di Francia a Roma.

Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863), il maggiore dei poeti romaneschi, descrive nel sonetto La ggiostra a Ggorea, del 1831, un combattimento particolarmente cruento, nel racconto di un popolano che vi aveva assistito, mentre nel sonetto Le capate, del 1832, rimpiange, sempre con la voce di un cittadino romano, la fine delle corse delle mandrie verso i macelli di destinazione, per l’apertura del nuovo macello (i sonetti sono riportati nei box al  termine dell’articolo).

 

Buffalo Bill a Roma

Un ritorno della tauromachia a Roma si ebbe il 6 marzo 1890, grazie allo spettacolo Wild West Show del mitico Buffalo Bill. L’anziano duca di Sermoneta lanciò una sfida ai cow-boy, per una gara contro i butteri della campagna romana, guidati da Augustarello Imperiali di Cisterna di Latina, basata sulla doma di cavalli e la cattura di vitelli. La gara si svolse in un’arena costituita appositamente sui Prati di Castello, dove oggi si trova il quartiere Prati, davanti a circa ventimila spettatori, compreso il meglio dell’aristocrazia romana. L’esito della scommessa è controverso, in quanto sia i cow-boys sia i butteri reclamarono la vittoria. Nello stesso periodo e nella stessa zona dei Prati di Castello, inoltre, venivano montati capannoni o tendoni per vari spettacoli. In uno di questi, il Politeama, si svolgevano giostre simili a quelle del Corea, ma meno cruente e spesso aventi come protagoniste delle vacche.

 

La tauromachia in Italia oggi

La Giostra delle Vaccine fu definitivamente abolita nel 1829 e, al di là delle bolle papali, la tauromachia è vietata in Italia da circa un secolo: la Legge 12 giugno 1913 n. 611 (legge Luzzatti) proibiva infatti “gli atti crudeli su animali” e “i giuochi che importino strazio di animali”, mentre l’articolo 129 del Regio Decreto 6 maggio 1940 n. 635 (Regolamento di esecuzione del testo unico di pubblica sicurezza) proibiva “le corse con uso di pungolo acuminato, i combattimenti tra animali, le corride” e altri giochi con animali. Il vecchio codice penale del 1930, con l’art. 727, puniva “chiunque organizza o partecipa a spettacoli o manifestazioni che comportino strazio o sevizie per gli animali”. Attualmente, la Legge 20 luglio 2004 n. 189 recante “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate” ha modificato il libro II del codice penale inserendo, dopo il titolo IX, un nuovo titolo IX bis “dei delitti contro il sentimento per gli animali”, che contiene, tra l’altro, l’articolo 544 quater (Spettacoli o manifestazioni vietati), che punisce “chiunque organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali” con la reclusione da quattro mesi a due anni e con la multa da 3.000 a 15.000 euro, con sanzioni maggiori in caso di legame con scommesse clandestine o se l’animale muore.

Andrea Gaddini

Dottore in agraria

 

Bibliografia

  • Aa.Vv. (1990), Antologia delle sagre e tradizioni popolari nel Lazio, Fondazione Cesira Fiori, Roma.
  • Belli G.G. (1886), I sonetti romaneschi, vol. II, a cura di Luigi Morandi, S. Lapi Tip. Ed., Città di Castello (da: archive.org).
  • Clementi F. (1938), Il carnevale romano nelle cronache contemporanee, RORE-Niruf, Città di Castello.
  • Davis R.C. (1996), The Trouble with Bulls. The Cacce dei Tori in Early-Modern Venice, Social History, 29 (58): 275-290.
  • Fernandez Truan J.C. (2006), Orígenes de la tauromaquia. Sport and violence, Universidad Pablo de Olavide, Sevilla, pag. 80-90.
  • Manzi G. (1818), Discorso sopra gli spettacoli, le feste e il lusso degli italiani nel secolo XIV, Carlo Mordacchini, Roma.
  • Rea R. (2001), Il Colosseo, teatro per gli spettacoli di caccia: le fonti e i reperti, in “Sangue e arena” a cura di Adriano La Regina, Electa, Milano.
  • Thomas A.J.B. (1823), Un an a Rome et dans ses environs, F. Didot, Paris (ripr. facs A. Marotta, Napoli, 1971).
  • Verdone M. (1963), Cacce e giostre taurine nelle città italiane, L.S. Olschki, Firenze.
  • Verdone M. (1970), Spettacolo romano, Editrice Golem, Roma.
  • Verdone M. (1980), Lo spettacolo taurino in Italia, in “Storia dell’arte” diretta da Giulio Carlo Argan, n. 38/40: 457-469.
  • Verdone Mario (1993), Feste e spettacoli a Roma: circhi e arene, cortei e cavalcate, cacce, giostre, caffè concerto, teatri e cinema, Newton Compton, Roma.

 

La ggiostra a Ggorèa* (La giostra al Corea)

di Giuseppe Gioachino Belli (25 novembre 1831) – Traduzione: Andrea Gaddini

 

Jeri sì che ffu ggiostra! Che bbisbijjo!

Figùrete che Mmèo de Bborgonovo,

A vvent’ora, er bijjetto nun l’ha ttrovo:

Epperò dde matina io me li pijjo.

 

Oh cche ggran ccarca 1! pieno com’un ovo!

Nun ce capeva ppiù un vago de mijjo!

Le gradinate poi! … Io e mmi’ fìjjo

paremio 2 propio du’ purcini ar covo.

 

Che accidente de toro! D’otto cani,

A ccinque j’ha ccacciato le bbudella,

E ll’antri l’ha schizzati 3 un mîo 4 lontani.

 

E cquer majjóne 5 vói ppiù ccosa bbella?

Eppoi, lo vederai doppodomani:

Bbast’addi ch’ha sfonnato 6 Ciniscella 7!

 

Ieri sì che fu giostra! Che frastuono!

Figurati che Meo di Borgonovo.

Alle tre il biglietto non l’ha trovato:

Io però me li compro la mattina.

 

Oh che gran calca! pieno come un uovo!

Non c’entrava più un grano di miglio!

Le gradinate poi! … Io e mio figlio

Sembravamo proprio due pulcini nel nido.

 

Che accidente di toro! Di otto cani,

A cinque ha tirato fuori le budella,

E gli altri li ha lanciati un miglio lontani.

 

E quel castrone, vuoi una cosa più bella?

E poi, lo vedrai dopodomani:

Basti dire che ha sfondato Cinicella!

 

Note (di G.G. Belli)

* Anfiteatro detto di Corèa, dal palazzo già della famiglia di tal nome, al quale è aderente. È fabbricato sulli avanzi del famoso Mausoleo di Angusto. 1. Calca. 2. Parevamo. 3. In senso attivo, scagliati. 4. Un miglio. 5. Toro castrone. 6. Ferito con lacerazione. 7. Cinicella, soprannome di un famigerato giostratore nativo di Terni (NdT: all’epoca il termine “famigerato” era usato nell’accezione di “famoso”).

 

Le capate

di Giuseppe Gioachino Belli (11 gennaio 1832) – Traduzione: Andrea Gaddini

 

Co’ st’antre ammazzatore 1 sgazzerate 2

C’hanno vorzùto 3 arzà 4 ffòra de porta, 5

Nun ze 6 disce bbuscìa che Roma è mmorta

Più ppeggio de le bbèstie mascellate.

 

Dove se 7 gode ppiù com’una vorta

Quer gusto er venardi dde le capate 8

Quanno tante vaccine indiavolate

Se 9 vedeveno annà ttutte a la sciorta? 10

 

Si 11 scappava un giuvenco o un mannarino, 12

Curreveno su e ggiù ccavarcature 13

Pe’ Rripetta, p’er Corzo e ’r Babbuino. 14

 

Che rride 15 era er vedé ppe’ le pavure

L’ommini mette mano 16 a un portoncino,

E le donne scappa cco’ le crature! 17

 

Con questi altri mattatoi inutili

Che hanno voluto costruire fuori porta,

Non si dice bugia che Roma è morta

Peggio delle bestie macellate.

 

Dove si gode più come una volta

Quel gusto al venerdì delle mandrie,

Quando tanti bovini indiavolati

Si vedevano andare tutti liberi?

 

Se scappava un giovenco o un mannarino,

Correvano su e giù mandriani a cavallo

Per Ripetta, per il Corso e il Babbuino.

 

Che ridere era il vedere per la paura

Gli uomini mettere mano a un portoncino

E le donne scappare con i bambini!

 

Note (di G.G. Belli)

1. La pubblica ammazzatoia di animali destinati al cibo. 2. Voce di spregio. 3. Voluto. 4. Alzare. 5. Del Popolo. 6. Si. 7. Si. 8. Erano dette capate que’ branchi di bestie vaccine che sino agli ultimi tempi s’introducevano in Roma disciolte nel giovedì e venerdì d’ogni settimana per portarsi ai macelli. 9. Si. 10. Alla sciolta. 11. Se. 12. Mandarino: nome che si dava a ciascuno de’ quei buoi, muniti di un campanaccio al collo, destinati a guida delle altre bestie. 13. Butteri a cavallo. 14. Le tre vie che mettono capo alla Piazza del Popolo. 15. Che ridere! Ecc. 16. Metter mano, per “entrare”. 17. Creature.

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