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Eurocarni nr. 2, 2018

Rubrica: Sicurezza alimentare
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 106)

Moca: tutte le novità

Niente sfugge più al controllo su freschezza e salubrità dei prodotti alimentari. È giunta ormai da qualche tempo una norma — per la quale sono da oggi previste anche le sanzioni — che estende la rintracciabilità ai materiali a contatto con l’alimento, col fine di evitare che trasmettano sostanze nocive o ne modifichino le caratteristiche

È il Regolamento UE 1935/2004 a stabilire le norme generali. I Moca sono i materiali e gli oggetti, compresi quelli attivi e intelligenti allo stato di prodotti finiti, destinati a essere messi a contatto con prodotti alimentari. Sono classificati in un elenco: materiali e oggetti attivi e intelligenti, adesivi, ceramiche, turaccioli, gomme naturali, vetro, resine a scambio ionico, metalli e leghe, carta e cartone, materie plastiche, inchiostri da stampa, cellulosa rigenerata, siliconi, prodotti tessili, vernici e rivestimenti, cere e legno. Per quasi tutti gli elementi citati esiste altresì una normativa verticale e specifica, che va intersecata con quella generale. Non si considerano invece Moca i materiali e gli oggetti forniti come oggetti di antiquariato; quelli di ricopertura o di rivestimento, come i materiali che rivestono le croste dei formaggi, le preparazioni di carni o la frutta, che fanno parte dei prodotti alimentari e possono quindi essere consumati con i medesimi, e gli impianti fissi pubblici o privati di approvvigionamento idrico.

La disciplina sui Moca ha come diretti interessati i produttori di macchinari, attrezzature, imballaggi e qualunque altra cosa entri a contatto con il cibo. Tuttavia, da queste disposizioni derivano obblighi importanti anche per chi produce, trasforma o commercializza alimenti, a qualunque livello di specializzazione. Pertanto, che si tratti di strumentazione, di confezioni, di piatti, bicchieri, posate, bottiglie, coltelli da lavoro, carta da incarto, pellicole di plastica, bicchieri e piatti di plastica, etichette a contatto con gli alimenti, scatole della pizza, imballaggi di varia natura e molto altro, è necessario che a monte vi sia la conformità alle norme produttive comunitarie previste dal Regolamento 1935/2004.

Fatta salva la normativa verticale, i produttori di Moca si devono attenere alle buone pratiche di fabbricazione, più comunemente definite Good Manufacturing Practice o GMP. Si tratta dello standard minimo che ogni produttore deve soddisfare nel proprio processo produttivo: cioè modalità operative adottate per gestirne la produzione, in modo che il risultato finale sia conforme e che ogni aspetto del processo sia sotto controllo. Il principio base è che i materiali di cui sono fatti gli oggetti che andranno a contatto con gli alimenti non devono trasmettere sostanze nocive, né modificare le caratteristiche organolettiche o contribuire al deterioramento degli alimenti. Tuttavia, le Linee guida delle GMP non contengono istruzioni prescrittive sulle modalità con le quali gli articoli devono essere realizzati, ma solo una serie di principi generali obbligatori per tutti. Non è pertanto stabilito cosa fare o non fare esattamente, ma come farlo. È responsabilità dell’azienda produttrice di Moca determinare il processo di qualità più efficace ed efficiente. In determinati casi, oltre alla normativa verticale, corrono in soccorso anche alcuni standard operativi e volontari per alcuni materiali specifici. In questo modo sarà possibile per il produttore di packaging fornire alcune garanzie sulle modalità di lavoro che, essendo previste dallo standard, sono elevatissime per loro natura. A prescindere dal fatto che si applichi un sistema come quello citato, i produttori devono sottostare a regole ben precise, previste da un regolamento generale e, se del caso, da uno specifico, a seconda del materiale impiegato. Sono tenuti a istituire un sistema di qualità, a elaborare e a conservare la relativa documentazione su supporto cartaceo o elettronico. Ovviamente, devono utilizzare solo sostanze e materiali autorizzati, etichettare correttamente l’articolo e produrre la Dichiarazione di conformità.

I trasformatori e gli assemblatori di Moca devono ugualmente gestirli e stoccarli nel rispetto delle GMP e delle norme igienico-sanitarie, ma devono anche verificare l’etichettatura e produrre la traduzione nelle lingue comprensibili nel Paese di immissione in commercio. A loro volta, devono garantire la rintracciabilità, attuando procedure che consentano l’individuazione delle imprese da cui si sono approvvigionate e a cui sono stati forniti i Moca. Le aziende del settore agroindustriale hanno invece degli obblighi differenti. Il primo è quello di acquisire unicamente Moca conformi alle GMP, corredati di etichette a norma e complete di Dichiarazione di conformità. Dichiarazione che deve essere conservata per ogni tipologia di imballaggio utilizzato. Poiché i Moca entreranno a contatto con l’alimento, devono essere anch’essi trattati e stoccati in ambienti salubri, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie, e devono essere utilizzati secondo le condizioni indicate dal produttore. Inoltre, considerato che i Moca entreranno nel circuito della rintracciabilità al pari dei prodotti che andranno a comporre l’alimento finale, devono essere facilmente individuabili, così come lo deve essere la documentazione a corredo (etichetta, Dichiarazione di conformità, ecc…). La rintracciabilità dei materiali e degli oggetti è infatti obbligatoria in tutte le fasi della produzione, per facilitare il controllo, il ritiro dei prodotti difettosi, le informazioni ai consumatori e l’attribuzione delle responsabilità.

L’etichetta dei Moca deve contenere particolari informazioni, quali la dicitura “per contatto con i prodotti alimentari” o un’indicazione specifica circa il loro impiego (ad esempio: macchina da caffè, bottiglia per vino, cucchiaio per minestra), oppure il simbolo riprodotto nell’allegato II del Regolamento, salvo che non sia evidente che gli articoli in questione, per loro natura e caratteristiche, siano destinati ad entrare in contatto con i prodotti alimentari. Inoltre, vanno riportate, se necessario, le istruzioni d’uso per un impiego sicuro (informazioni aggiuntive per i materiali attivi e/o intelligenti), il nome o la ragione sociale, e, in entrambi i casi, l’indirizzo o la sede sociale del fabbricante, del trasformatore o del venditore responsabile dell’immissione sul mercato, stabilito nella UE. L’etichettatura deve altresì fornire elementi sufficienti per assicurarne la rintracciabilità. Come per i prodotti alimentari, le informazioni relative ai Moca vanno riportate in modo visibile, chiaramente leggibile e indelebile, in una lingua comprensibile per gli acquirenti. In alternativa, ne è infatti proibito il commercio. I materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con le sostanze alimentari devono essere accompagnati, nelle fasi diverse dalla vendita al consumatore finale, da una dichiarazione che attesti la conformità alle norme loro applicabili, rilasciata dal produttore. Considerata la sua finalità, deve accompagnare il materiale o l’oggetto in ogni fase del suo percorso di vita.

La Dichiarazione di conformità — questo il suo nome — è un’assunzione di responsabilità da parte del soggetto che la emette, rispetto all’idoneità del Moca ai fini di un utilizzo a contatto con gli alimenti. Normalmente ha una validità di due anni, ma in caso di cambiamenti significativi in sede di produzione, che possano determinare variazioni di migrazione, oppure in presenza di nuovi elementi o di evoluzioni della legislazione attinente, la Dichiarazione di conformità dovrà essere tempestivamente aggiornata. Nella filiera del Moca, il produttore emette la prima Dichiarazione di conformità; il trasformatore o assemblatore, se presente, la conserva e ne emette una propria, al pari dell’importatore o del distributore (anche questi, se presenti). L’utilizzatore invece, che normalmente è l’impresa agroalimentare o un’impresa commerciale che effettua solo la vendita, semplicemente conserva la dichiarazione del fornitore.

La Dichiarazione di conformità deve contenere degli elementi minimi per essere considerata tale. Innanzitutto è necessario un riferimento esplicito di rispetto della normativa (sia orizzontale, del Reg. UE 1935/2004, sia verticale, e quindi relativa al materiale utilizzato nello specifico). Sono altresì obbligatori: i dati identificativi del produttore e/o dell’importatore, se coinvolto nella filiera; i dati relativi ai materiali utilizzati e le eventuali limitazioni e/o condizioni d’uso; il codice alfanumerico di identificazione univoco della Dichiarazione al prodotto; la data e la firma del responsabile. Tra i vari adempimenti è inoltre prevista una comunicazione alla ASL che ha lo scopo di censire, per ogni passaggio della filiera, i soggetti che ne fanno parte e che, in quanto tali, possono essere sottoposti a controlli ufficiali in materia di imballaggi. L’obbligo — a cui si può assolvere con ordinaria comunicazione tramite il SUAP competente per territorio del comune di pertinenza — riguarda tutti gli operatori economici di cui al Regolamento 2023/2006 e si applica a tutti i settori e a tutte le fasi di produzione, trasformazione e distribuzione di materiali e oggetti destinati al contatto con alimenti. Non è invece tenuto alla comunicazione alla ASL il soggetto che non opera alcuna trasformazione dell’imballaggio e che si limita a utilizzarlo tal quale, oppure a venderlo direttamente al consumatore finale.

Il DLgs 29/2017 prevede un’ampia gamma di irregolarità e sanzioni severe, per ogni violazione. Si parte da un minimo di 1.500 euro per arrivare a 80.000 come punizione massima, qualora la produzione, l’importazione o l’utilizzo, in qualunque fase della produzione, della trasformazione o della distribuzione, preveda l’impiego di materiali che trasferiscono agli alimenti componenti in quantità tale da costituire un pericolo per la salute umana.

Sebastiano Corona

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