Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 12, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 34)

Patto di stabilità e nuova manovra del Governo

“Una deviazione senza precedenti, un non rispetto particolarmente serio degli obblighi del Patto di Stabilità”: è la durissima reazione, senza appello, manifestata da parte della Com­mis­sione UE. Il problema sembra spie­garsi da solo, semplicemente a partire dal significato proprio di “Patto di Stabilità”: azzeramento del deficit e riduzione al minimo del debito pubblico. La manovra proposta dall’Italia prevede l’esat­to contrario, con un disavanzo al 2,4% del rapporto deficit/PIL, rispetto allo 0,8% promesso, e quel­l’1,5% di deficit in più destinato ad aumen­tare il debito. Si tratta di una bocciatura netta e attesa, che si basa soprattutto sui due numeri ora indicati, che fanno apparire l’Italia fuori dalle regole del debito, e cioè contro l’art. 126 dei Trattati europei. Ma stavolta il problema di Bruxelles non ci appare tanto, o non solo, la violazione dei citati parametri quanto i rumours di una speculazione pronta ad abbattersi sull’Italia, e quindi sull’euro, con il pericolo di una reazione a catena che ha indotto il presidente della BCE a intervenire, con l’invito a meditare sui rischi che si corrono se si mettono in discussione le regole nella UE: esiste cioè la possibilità di “portare ad un peggioramento delle condizioni nel settore finanziario e quindi danneggiare la crescita”. Aggiungasi che i conti “non tornano” neanche per la Banca d’Italia, l’Istat, la Corte dei Conti e persino per l’Ufficio parlamentare di bilancio, il quale non ha vidimato il progetto della manovra.
Per maggiore comprensione dei nostri lettori, vediamo in dettaglio i rilievi critici della UE. Il primo riguarda lo “sforzo strutturale”, cioè il miglioramento che il bilancio italiano dovrebbe evidenziare nel 2019 rispetto all’anno precedente in termini di disavanzo strutturale. La Commissione UE aveva raccomandato uno sforzo dello 0,6% mentre ora risulta un peggioramento dello 0,8%; la distanza tra le posizioni sfiora il punto e mezzo di PIL.
Il secondo riguarda il nodo del nostro debito pubblico; la relativa regola non risulta rispettata per il 2019 come non lo era in anni passati, ma allora il fatto di essere in linea con le altre norme del Patto di Stabilità era stato considerato un fattore a nostro favore, che ora viene meno. La tolleranza applicata a suo tempo potrebbe quindi essere revocata ora in via retroattiva.
Col terzo rilievo viene contestata la mancata validazione del quadro programmatico da parte del citato Ufficio parlamentare di bilancio. Come sempre è avvenuto, non sono mancati i moniti e i rilievi da parte delle agenzie di rating, che immediatamente hanno declassato l’Italia, abbassando il livello di affidabilità del nostro debito pubblico, ponendo, bontà loro, l’outlook di “stabile” invece che “negativo”. Questo vuol dire che il nostro Paese, almeno per il momento, non rischia di precipitare ulteriormente, per ritrovarsi in compagnia di Paesi i cui titoli pubblici, ritenuti troppo rischiosi, non possono essere acquistati dai grandi investitori istituzionali mondiali.
Il potere, soprattutto quello che rivestono le “tre sorelle” Moody’s, Standard e Fitch, non ci è mai piaciuto, in quanto si tratta di organizzazioni private che servono gli interessi dei grandi investitori e per la maggior parte sono nelle loro mani. Gli stessi soggetti che realizzano utili, con l’ascesa e la discesa del valore dei bond, sono anche quelli che controllano le agenzie, in buona parte responsabili, con le loro previsioni, delle crisi che abbiamo dovuto attraversare.
Tanto premesso, il Governo italiano, nel quadro di un “dialogo costruttivo”, ha difeso la sua posizione, giustificando la scelta di abbandonare il percorso verso il pareggio di bilancio menzionando la crescita ancora contenuta, la distanza dai livelli pre-crisi, il fatto che il debito pubblico è previsto comunque in discesa e che, sempre di poco, già è stato avvertito un provvidenziale ridimensionamento negli ultimi mesi di quest’anno. È stata aggiunta anche la valorizzazione della componente degli investimenti, inserita nella manovra, per giustificare l’ottimismo delle stime di crescita programmatica, e nel farlo ci si potrebbe forse spingere a rivedere leggermente verso l’alto la sua incidenza sul totale. Per il nostro Governo non si tratta di una deviazione senza precedenti, poiché si doveva partire da un riallineamento all’1,2%; con le clausole IVA si andava al 2%, poi si è arrivati al 2,4%, il tetto massimo, che però non è detto debba essere per forza raggiunto.
I valori fondamentali dell’Italia, secondo quanto affermato più volte dal Governo, “sono ottimi e il paziente è in ottima salute”. Non ci sarà “muro contro muro”, ma, aggiungiamo noi, ci sembra giusto aver tenuto dei punti fermi, poiché la politica del rigore, al di là delle regole, che pur vanno cambiate, non ha finora prodotto quella ricchezza che ci si aspettava, pur essendo una finalità prevista dagli stessi trattati.

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