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Eurocarni nr. 12, 2018

Rubrica: Interviste
(Articolo di pagina 50)

Pericolo Peste suina africana vicino all’Italia: ma i servizi veterinari sono un baluardo

Parola di Romano Marabelli

Nel settore zootecnico l’aspetto sanitario riveste un ruolo di fondamentale importanza, perché dal suo andamento dipendono la produttività degli animali e la redditività degli allevatori. E un appuntamento come la Giornata della Suinicoltura — evento giunto alla sua quarta edizione, svoltosi lo scorso 21 novembre a Bologna e organizzato come sempre da Expo Consulting Srl —, non poteva eludere un tema tanto importante come la salute animale. Il titolo di questa edizione è stato “Salute, benessere, obblighi normativi, redditività. La ricerca di un equilibrio quasi perfetto”. A parlarne, in un parterre di relatori di fama internazionale, c’era anche uno dei massimi esperti del settore a livello mondiale: Romano Marabelli, consigliere del direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità animale.

 

Professor Marabelli, qual è la situazione sanitaria del comparto veterinario in Europa e oltre i confini continentali?
«Preoccupante in entrambi i casi, soprattutto a causa della diffusione di malattie fino a qualche tempo fa relegate ad altre latitudini che oggi, attraverso il commercio e i cambiamenti climatici, stanno invece facendo la loro comparsa con effetti spesso letali, imponendo un aumento dei controlli sanitari da parte dei servizi preposti».

 

Per il settore suinicolo in particolare quali sono le minacce epidemiologiche più incombenti?
«Direi l’afta epizootica e la Peste suina classica e africana. Rispetto alla prima, malgrado la sua diffusione al momento sia circoscritta alla zona centro-asiatica e per l’Europa non si prospettino pericoli di contagio incombenti, i controlli dei servizi veterinari europei sono molto scrupolosi perché si tratta di una malattia in grado di diffondersi molto velocemente. Questo vuol dire che solo una capillare azione di monitoraggio può contribuire efficacemente a contrastarne la diffusione. Oggi il pericolo maggiore arriva dalla Peste suina africana (PSA) e in misura minore da quella classica di cui si è registrato di recente un caso in Giappone. La diffusione della Psa è oggi il dato più preoccupante. Finora in Europa i focolai registrati sono stati segnalati nei paesi dell’Est e nei Balcani, ma proprio nelle ultime settimane alcuni casi sono comparsi in Belgio, al confine tra il Lussemburgo e la Francia, in una zona di caccia popolata da cinghiali, animali vettori del virus. La situazione assume connotazioni molto preoccupanti anche per l’Italia, perché il pericolo si avvicina al nostro Paese e la probabilità che contagi i nostri allevamenti si fa più concreta. Fortunatamente anche in questo caso l’efficienza dei servizi veterinari rappresenta un baluardo fondamentale nella difesa da questa malattia, che se irrompesse negli allevamenti italiani causerebbe danni molto ingenti a iniziare dal blocco del mercato. È stato infatti calcolato, tanto per fare un esempio, che in Germania un solo caso di PSA provocherebbe un danno da 1 miliardo di euro».

 

Come si stanno muovendo i Paesi europei per fronteggiare questo pericolo? L’Oie sta seguendo da vicino questo problema. Come giudica le iniziative adottate dai singoli Paesi?
«La Commissione ha chiesto a tutti i Governi di individuare immediatamente il punto di contatto alla eventuale quanto scongiurata comparsa della malattia. L’Oie da parte sua ha adottato un sistema di allerta permanente. Il vero problema non è certo rappresentato dalla qualità dei servizi veterinari quanto dal contagio involontario, che potrebbe arrivare anche da prodotti contaminati e non solo dagli animali selvatici infetti».

 

Quali sono i parametri da adottare/rispettare per garantire alla suinicoltura italiana e più in generale europea le opportunità di sviluppo a livello globale?
«Non si può che partire dalle norme di biosicurezza. Nella stragrande maggioranza degli allevamenti intensivi esse sono in gran parte rispettate. Un po’ più complesso il discorso per i piccoli allevamenti a conduzione familiare che magari allevano suini allo stato brado. A questi allevatori va indirizzata un’informazione adeguata che faccia capire loro quanto sia importante partecipare tutti insieme alla tutela del settore. La minaccia epidemiologica esiste e il mercato internazionale non distingue se la malattia arriva da un solo animale o da un intero allevamento: l’effetto sarebbe identico perché un solo animale infetto può causare il blocco del mercato».

 

Ritiene che i servizi veterinari pubblici e quelli aziendali siano attrezzati per scongiurare o affrontare un virus così minaccioso? Possiamo dire di avere imparato dall’esperienza che ha vissuto il comparto suinicolo sardo?
«Il compito dei servizi veterinari pubblici come quelli aziendali è fondamentale nell’ambito dei controlli e della formazione. Sono loro che accompagnano l’allevatore in un percorso di maggiore conoscenza, soprattutto se riferito alle realtà zootecniche di piccole o medie dimensioni. Si tratta di un lavoro sinergico che spesso vede lavorare insieme sindaci e veterinari pubblici. Stiamo gestendo un’allerta molto importante, come forse non capitava da decenni. L’esperienza sarda è stata molto importante e oggi con il Piano di risanamento possiamo dire di avere una situazione ormai sotto controllo. Sicuramente però, fino al giorno in cui anche l’ultimo focolaio non sarà stato debellato non potremo dire di avere risolto totalmente il problema».
 

La peste suina africana (PSA)

La peste suina africana (PSA) è una malattia virale dei suini e dei cinghiali, compresi quelli selvatici, altamente letale. Non colpisce gli esseri umani e, poiché non esistono vaccini e data l’elevata capacità di diffusione, è in grado di mettere in ginocchio interi comparti, quali le produzioni italiane d’eccellenza di prosciutti e salumi, con conseguenze socio-economiche devastanti. Dal 2014 è esplosa un’epidemia in alcuni Paesi dell’Est della UE quali Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria: ad oggi sono già stati registrati oltre 1.000 focolai negli allevamenti di suini domestici e quasi 4.000 casi di cinghiali selvatici. Il 13 settembre 2018 il Belgio ha segnalato i primi due casi nei cinghiali selvatici, facendo registrare un preoccupante balzo in avanti verso l’Europa occidentale. La peste suina africana ha colpito inoltre, fuori dalla UE, numerosi Paesi africani, Russia, Ucraina, Moldova e Cina. Pur essendo presente dal 1978 in Sardegna, dove la situazione è sotto controllo, la PSA non ha mai varcato i confini dell’Italia continentale. La malattia si diffonde per contatto diretto con altri animali infetti o, indirettamente, attraverso attrezzature e indumenti contaminati o con la somministrazione ai maiali di scarti di cucina, pratica vietata dai regolamenti europei oramai dal 1980. Tutti coloro che transitano o rientrano ciclicamente in Italia in provenienza da aree in cui la malattia è presente, possono rappresentare veicoli inconsapevoli di trasmissione del virus agli animali attraverso pratiche igieniche o di smaltimento rifiuti alimentari non corrette. Inoltre i cinghiali selvatici, liberi di avvicinarsi alle zone antropizzate, possono rappresentare uno dei mezzi di diffusione del virus, qualora dovessero entrare in contatto con allevamenti che non rispettano le norme di biosicurezza. Il Ministero ha deciso di divulgare il video realizzato da EFSA (www.youtube.com/watch?v=eyQ4t1wHl2M&feature=youtu.be), Autorità europea per la sicurezza alimentare, con l’obiettivo di sostenere una serie di comportamenti corretti e promuovere le giuste precauzioni da adottare:

  • non portare in Italia, dalle zone infette comunitarie, prodotti a base di carne suina o di cinghiale, quali, ad esempio, carne fresca e carne surgelata, salsicce, prosciutti, lardo, salvo che i prodotti non siano etichettati con bollo sanitario ovale;
  • non portare in Italia prodotti a base di carne suina o di cinghiale, freschi o surgelati, salsicce, prosciutti, lardo da Paesi extra-europei;
  • smaltire i rifiuti alimentari, di qualunque tipologia, in contenitori idonei e non somministrarli per nessuna ragione ai suini domestici;
  • non lasciare rifiuti alimentari in aree accessibili ai cinghiali;
  • informare tempestivamente i servizi veterinari il ritrovamento di un cinghiale selvatico morto;

per i cacciatori:

  • pulire e disinfettare le attrezzature, i vestiti, i veicoli e i trofei prima di lasciare l’area di caccia;
  • eviscerare i cinghiali abbattuti solo nelle strutture designate;
  • evitare i contatti con maiali domestici dopo aver cacciato;

per gli allevatori:

  • rispettare le norme di biosicurezza, in particolare cambiare abbigliamento e calzature quando si entra o si lascia l’allevamento e scongiurare i contatti anche indiretti con cinghiali o maiali di altri allevamenti;
  • notificare tempestivamente ai servizi veterinari sintomi riferibili alla PSA e episodi di mortalità anomala.

 

Fonte: Giornata della Suinicoltura — Expo Consulting Srl
www.giornatadellasuinicoltura.it

 

Didascalia: Romano Marabelli.

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