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Eurocarni nr. 11, 2018

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 144)

L’antibioticoresistenza

Con un utilizzo indiscriminato, gli antibiotici diventano inefficaci. Somministrazioni scorrette o inutili in allevamento costituiscono un costoso spreco e rendono più difficile la lotta alle infezioni

Il contrasto alla diffusione della capacità dei batteri di resistere agli antibiotici è una priorità. Sicuramente lo è per la salute u­ma­na, visto che le infezioni in cui sono coinvolti questi “superbatteri” provocano migliaia di morti ogni anno e sono destinate a crescere verti­ginosamente se non intervenia­mo con forza. Ma lo è anche per la gestione e la sostenibilità economica di un allevamento. Ora che il fenomeno ha acquisito dimensioni allarmanti in medicina, si cercano soluzioni percorribili che coinvolgano anche il mondo zootecnico e veterinario. Giuseppe Diegoli, del Servizio Prevenzione collettiva e sanità pubblica della Regione Emilia-Romagna, è uno dei relatori della mattinata dedicata alla presentazione delle Linee guida sull’uso prudente dell’antibiotico nell’allevamento del bovino da latte e del suino che si è tenuta il 13 giugno a Bologna. Un documento destinato ad allevatori e veterinari per aiutarli ad individuare le terapie necessarie e ad eliminare il sovrautilizzo, con le versioni specifiche per i suini, per i bovini da latte e per gli animali da compagnia scaricabili gratuitamente dal sito della Regione: www.alimenti-salute.it/taxonomy/term/30
Anche se secondo i monitoraggi raccolti con il PNR (Piano Nazionale Residui, attivo da un decennio), a livello nazionale, risulta positivo alla presenza di antibiotico solo lo 0,04% dei campioni di carni analizzati — dunque non è affatto frequente il contatto fra consumatori e residui di antibiotici nell’alimento, fattore che si ritiene favorisca la diffusione dell’antibioticoresistenza — è giusto modificare il nostro modo di lavorare. E di usare finalmente con criterio una risorsa preziosa come sono queste molecole. «La Sanità pubblica non ha mai messo in discussione le modalità di diagnosi né le quantità di antibiotico utilizzate negli allevamenti. È stato un errore che la rende corresponsabile della situazione attuale», ha detto Diegoli.
Secondo i dati raccolti, le filiere più esposte sono quelle del coniglio, del suino e degli avicoli e fra questi quella del tacchino in particolare. In questi allevamenti si fa un ampio uso dell’antibiotico anche per metafilassi e profilassi, quindi non solo sui soggetti clinicamente malati. Inoltre, i trattamenti di massa non associati a diagnosi erano una consuetudine, almeno fino a non molto tempo fa. Tutto ciò innalza molto il rischio di sviluppare resistenze: ecco perché serve cambiare metodo di lavoro, per riuscire a conservare l’efficacia di queste molecole negli allevamenti, oltre che per contrastare la diffusione del fenomeno della resistenza.
L’allevamento del bovino da latte, invece, non riveste un ruolo di primo piano nella lotta all’anti­bioticoresistenza: secondo dati ri­portati da Norma Arrigoni della Se­zione di Piacenza dell’IZS, su un totale di vendite di antibiotici a uso zootecnico di 1.300 tonnellate annue, quelle destinate alle bovine da latte sono appena 18 tonnellate, pari all’1,38%. Nonostante questo, l’allevamento da latte è spesso oggetto di restrizioni a livello europeo. Ad esempio, giustamente, le Linee guida UE 2015/C299/04 vietano di somministrare ai vitelli il latte di scarto contaminato dai trattamenti antibiotici. Ed è possibile che la prassi di effettuare una terapia antibiotica di routine, al momento della messa in asciutta, venga messa seriamente in discussione. Andrea Luppi, della Sezione di Reggio Emilia dell’IZS, ha spiegato il meccanismo di diffusione dell’antibioticoresistenza, «un fenomeno naturale, che in una certa misura è sempre esistito, ma che un uso sconsiderato di queste molecole sta rendendo molto più diffuso di un tempo».
Alcuni batteri sono naturalmente resistenti agli antibiotici grazie a diversi possibili meccanismi di difesa. Ad esempio, questi batteri hanno modificato il target verso cui l’antibiotico è attivo, oppure hanno sviluppato sistemi per espellere rapidamente la molecola. Talvolta i batteri sono da subito resistenti a una classe di antibiotici perché non presentano la caratteristica che l’antibiotico colpisce, ad esempio la Bordetella è da sempre resistente al Ceftiofur. Altre volte, invece, questa capacità è acquisita o per mutazione genetica spontanea o per trasfe­rimento di materiale genetico. Queste capacità, infatti, sono codificate nel DNA del batterio oppure in plasmidi (piccoli anelli di materiale genetico) presenti all’interno del microrganismo.
Il caso di mutazione genetica spontanea è poco preoccupante, perché il batterio-madre trasferisce la resistenza ai batteri-figli, ma il processo è poco efficiente e in genere, nell’arco di poche generazioni, si esaurisce. Il problema sorge quando la resistenza passa da un batterio all’altro per trasmissione di materiale genetico, sia per trasduzione che per trasformazione o per coniugazione. In questi tre processi, infatti, il plasmide può passare da un battere all’altro numerose volte e anche fra batteri di specie diverse. È il caso del gene MCR1 che consente agli E. coli e ad altre specie batteriche di essere resistente alla colistina. Quando un batterio ha la capacità di resistere all’antibiotico, la presenza di questo nell’ambiente in cui il batterio vive comporta un’eliminazione dei batteri concorrenti non resistenti: il batterio resistente ha in sostanza campo libero e si diffonde. Ma c’è un però. La caratteristica di resistere all’antibiotico costa in termini energetici al batterio: comporta una carica di DNA maggiore, un’esigenza di nutrienti superiore e altri svantaggi.
Nel momento in cui l’ambiente non è più contaminato dall’antibiotico, il vantaggio della resistenza mostra tutti i suoi difetti e in breve tempo i batteri non più sottoposti a questa pressione selettiva si “sbarazzano” della caratteristica di antibioticoresistenza per essere più competitivi. In sostanza, è un fenomeno dinamico che non ha mai fine. Le popolazioni di batteri resistenti aumentano di numero e con velocità crescente in base al livello di esposizione agli antimicrobici presenti nell’ambiente. Italia, Cipro e Spagna sono i Paesi europei che registrano le maggiori vendite di antibiotici a uso veterinario in proporzione alla popolazione di animali zootecnici. In Italia, soprattutto nel periodo 2010-2015, si sono vendute tetracicline, penicilline, sulfamidici, macrolidi e polimixine.
Luppi ha anche spiegato l’importanza degli antibiotici classificati con l’acronimo di CIA: si tratta di quelle molecole antibiotiche di importanza critica per l’uomo secondo il WHO. Spesso sono farmaci salvavita perché non esistono altre opzioni terapeutiche a queste quattro categorie di antibiotici. Queste sono principalmente quattro: le cefalosporine di terza, quarta e quinta generazione, i macrolidi, le polimixine e i chinoloni (soprattutto i fluorochinoloni). Ecco perché in Italia dobbiamo modificare le nostre abitudini, perché se osserviamo i volumi di vendita, ricorriamo troppo spesso all’uso di queste molecole in generale e anche — cosa ben più grave — usiamo i CIA in numerosi contesti. Il consumo stimato di CIA in Italia in genere, infatti, è molto superiore alla media UE. Più di quattro volte per i macrolidi. Quasi il doppio per le cefalosporine. Tre volte superiori per le polimixine (le cui vendite ora sono in calo). Solo per i fluorochinoloni rimaniamo nella media di vendita degli altri Paesi UE. Studi condotti dai nostri IZS su campioni di materiale zootecnico nel periodo 2002-2011 hanno rilevato che per dieci tipi di antibiotici la resistenza è passata da circa 0% fino al 25%. Certo i campioni utilizzati rappresentano sicuramente situazioni particolarmente critiche, ma la situazione non può essere sottovalutata. Il problema però non è solo quello della quantità di prodotti acquistati e conseguentemente utilizzati in zootecnia. Alcune prassi aumentano il rischio di sviluppare resistenze e vanno ridotte, ad esempio i trattamenti per os, quelli preventivi e metafilattici eseguiti di routine. Perché gli antibiotici non possono essere usati per coprire carenze strutturali o di management, con ricadute sulla biosicurezza o sul benessere animale.
È ormai entrato in vigore il Piano Nazionale di Contrasto all’Antibioticoresistenza (PNCAR) 2017-2020. Questo ha l’obiettivo di monitorare l’utilizzo degli antimicrobici grazie alla raccolta dati resa possibile dall’entrata in vigore, il 1º gennaio 2019, della ricetta elettronica. Il PNCAR potrà così classificare gli allevamenti in base al livello di rischio di insorgenza, mantenimento e diffusione dell’antibioticoresistenza. Gli obiettivi al 2020 nel settore veterinario, rispetto ai dati del 2016, sono quelli di una riduzione della somministrazione di antibiotici pari al 30%; di una riduzione della modalità di somministrazione per os del 30%; di un calo di utilizzo dei CIA del 10% e della colistina in particolare, in modo da arrivare ad essere al di sotto dei 5 mg/PCU. Le Linee guida per l’uso prudente dell’antibiotico nell’allevamento sono allora degli strumenti, delle indicazioni utili per guidare veterinari e allevatori nella scelta dei trattamenti, nell’individuazione delle vie di somministrazione più opportune e nella riduzione dell’utilizzo poco oculato di queste molecole. Non sono punitive, né coercitive. Rappresentano una fotografia della situazione attuale e uno strumento per riuscire ad allevare in maniera più moderna ed efficiente.

Giulia Mauri

 

Didascalia: secondo i dati raccolti, le filiere più esposte ad un sovrautilizzo di antibiotici sono quelle del coniglio, del suino e degli avicoli e fra questi quella del tacchino in particolare. In questi allevamenti si fa un ampio uso dell’antibiotico, anche per metafilassi e profilassi, quindi non solo sui soggetti clinicamente malati.

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