Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 11, 2018

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 28)

La correttezza nei rapportitra i clienti e i fornitori

Da sempre, il tema delle pratiche commerciali sleali turba gli animi dei diversi soggetti che compongono la filiera agroalimentare. Dopo vari tentativi è ora l’Unione Europea a voler trovare una disciplina comune che tuteli gli anelli più deboli e riporti equità nei rapporti commerciali

È una questione tanto delicata quanto sentita e coinvolge ogni ambito del comparto sino ad arrivare al consumatore finale. Ci sono contesti in cui il problema è più grave ma, in generale, la questione investe tutti gli Stati Membri e a tutti i livelli. Stati che, negli ultimi anni, hanno provveduto — dove più, dove meno —, a dotarsi di una legislazione propria che, oltre a non portare sempre risultati apprezzabili, ha generato un quadro ampio e variegato che  in un mercato comune non fa che contribuire a creare disparità di trattamento e confusione. Il legislatore italiano ci aveva provato col famoso articolo 62 del DL 24 gennaio 2012 n. 1, introducendo, tra le altre cose, dei termini di pagamento perentori.
Non hanno fatto meglio altri Stati, alcuni dei quali sono completamente privi di normativa specifica o hanno disposizioni molto deboli e inefficaci. Nella Politica Agricola Comune (Pac) è specificamente prevista la possibilità per gli Stati Membri di imporre contratti scritti tra agricoltori, trasformazione e distribuzione. In materia di pesca si è andati verso il rafforzamento di alcuni soggetti della filiera, sostenendo le organizzazioni di produttori. Ci sono poi norme che riguardano produzioni specifiche come latte, olio di oliva, carni bovine e seminativi, che sono dirette alla riduzione degli squilibri di potere tra agricoltori e altri operatori della filiera. Ma siamo ancora decisamente lontani da quella condizione di legalità ed equilibrio che molti invocano da tempo.
Le norme europee sulla concorrenza — disposizioni non specificamente riferite al comparto agroalimentare — avrebbero una loro valenza, se non si applicassero unicamente in caso di abusi di posizione dominante e di pratiche anticoncorrenziali. Moltissimi operatori si trovano infatti in una posizione di indubbia forza, ma non possono essere considerati dominanti e per questo sono esclusi dall’ambito di applicazione della legge. Allo stesso modo, anche la Direttiva 2011/7/UE sui ritardi di pagamento si è dimostrata ininfluente. Pur stabilendo che le imprese devono pagare entro un massimo di 60 giorni, infatti, consente che il termine possa essere diversamente concordato nel contratto, qualora la deroga non sia gravemente iniqua per il creditore.

 

Necessità di una norma comune
Considerata l’eterogeneità di trattamento di problematiche uguali — inaccettabile se si considera che tutti operano nello stesso mercato — è evidente la necessità di un intervento legislativo deciso. Sollecitazioni che si ripetono negli anni hanno portato la Commissione europea a valutare un’ipotesi di direttiva (Com 2018 173) presentata nell’aprile scorso e che, nel momento in cui scriviamo, non ha ancora visto definitivamente la luce.
Di una norma comune si sente una gran necessità, tanto più che le pratiche sleali si traducono nei comportamenti più disparati e fantasiosi, sempre a danno dei soggetti deboli e, in ultimo, del consumatore finale e dei lavoratori. Inoltre, in certi contesti in cui si annida anche la malavita, condizioni commerciali sempre più incalzanti rischiano di gettare le basi per fenomeni delinquenziali e inaccettabili come lo sfruttamento dei lavoratori e il caporalato. Tra le pratiche di cui gli operatori si lamentano di più vi sono le modifiche unilaterali e retroattive ai contratti, relative a volumi, standard qualitativi e prezzi. Seguono l’annullamento all’ultimo minuto di ordini relativi a prodotti deperibili e i termini di pagamento superiori ai 30 giorni; l’obbligo di contribuire al pagamento di spese promozionali o di marketing; la risoluzione unilaterale di un rapporto commerciale senza alcuna giustificazione oggettiva; la richiesta di pagamenti anticipati per garantire o conservare i contratti; l’obbligo di risarcimento per prodotti scartati o non venduti. E molto altro ancora.
Queste politiche commerciali sbilanciate a favore del soggetto più forte sono possibili e frequenti perché il panorama imprenditoriale europeo dell’agroalimentare è rappresentato prevalentemente da aziende di piccole o medie dimensioni, con una concentrazione importante nella trasformazione alimentare e nel commercio al dettaglio. In questo scenario, le grandi aziende, pur limitate nel numero rispetto al resto del tessuto imprenditoriale, detengono un potere spropositato e lo usano a proprio ed unico vantaggio.

 

Produttori agricoli più vulnerabili
È la stessa Commissione Europea nella proposta di direttiva a denunciare uno spostamento, negli ultimi anni, del potere di contrattazione verso il commercio al dettaglio — dove esiste anche una certa concentrazione di imprese transnazionali — a scapito dei fornitori, soprattutto di quelli del settore primario. I produttori agricoli sono infatti particolarmente vulnerabili, perché raramente dispongono di un potere contrattuale pari o simile a quello della controparte commerciale e perché hanno l’ulteriore problema della deperibilità immediata del prodotto a peggiorare la situazione. Nel complesso, il danno stimato causato dalle pratiche commerciali sleali a carico di agricoltori e cooperative ammonterebbe a oltre 10 miliardi di euro l’anno, con un’incidenza dello 0,5% del fatturato delle imprese. Queste ed altre considerazioni, hanno portato la Commissione europea a valutare l’introduzione di un livello minimo di tutela comune, che comprenda un elenco di pratiche commerciali sleali totalmente vietate e un elenco di pratiche ammesse, se concordate in termini chiari e univoci, al momento della conclusione dell’accordo di fornitura. Nel primo sono contemplati i pagamenti tardivi per i prodotti alimentari deperibili; la cancellazione degli ordini all’ultimo minuto; le modifiche unilaterali o retroattive ai contratti; l’obbligo imposto al fornitore di pagare per gli sprechi generati dal distributore. Nelle altre è permesso, sempre che ci sia accordo tra i due soggetti, che l’acquirente restituisca al fornitore i prodotti alimentari invenduti o che imponga un pagamento per garantire o mantenere un accordo di fornitura relativo a prodotti alimentari. Così come è ammesso, nel caso, che il fornitore sostenga i costi legati alla promozione. Nella proposta di direttiva è altresì previsto che gli Stati Membri si dotino di un’autorità pubblica di contrasto, col compito di far rispettare la norma in ambito nazionale, di svolgere indagini, sia su richiesta che di propria iniziativa, di comminare sanzioni e pubblicare le proprie decisioni e i nomi dei trasgressori. Viene altresì incoraggiata la cooperazione tra le diverse autorità nazionali di contrasto ed è lasciata agli Stati Membri la facoltà di mantenere o adottare norme più rigorose rispetto a quelle comunitarie. La Direttiva ha lo scopo di tutelare i soggetti economici di piccole e medie dimensioni, i produttori agricoli — comprese le relative organizzazioni, come le cooperative — e altre piccole e medie imprese fornitrici della filiera, come venditori al dettaglio, trasformatori di prodotti alimentari e grossisti. In merito all’oggetto delle transazioni, deve invece trattarsi di “prodotti alimentari”, ossia i prodotti agricoli ad uso alimentare elencati nell’allegato I del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (Tfue), inclusi quelli della pesca e dell’acquacoltura, nonché i prodotti agricoli trasformati ad uso alimentare (che non rientrano nel citato allegato I) ma sono commercializzati lungo tutta la filiera alimentare. Una certa attenzione è data al fatto che le pratiche commerciali sleali non sono sempre stabilite in un contratto scritto e possono verificarsi in qualsiasi fase del rapporto commerciale, anche a posteriori, dopo la conclusione di un contratto. Tra le disposizioni degne di nota, oltre quelle già citate, vi è la possibilità che un fornitore presenti una denuncia all’autorità di contrasto dello Stato Membro in cui ha sede l’acquirente sospettato di avere attuato una pratica commerciale vietata. Inoltre, a tutela del singolo, anche le organizzazioni o associazioni di produttori possono presentare una denuncia. Deve essere l’autorità di contrasto a garantire la riservatezza sull’identità del denunciante, se da lui appositamente richiesto. Questo elemento è importantissimo, considerato che difficilmente un’impresa denuncia un suo cliente nella paura delle conseguenze che ne potrebbero derivare in termini commerciali. La direttiva — se approvata —integra, senza sostituirlo, il codice di condotta volontario del settore privato Supply Chain Initiative (Sci – Iniziativa della catena di approvvigionamento) e all’articolo 6 disciplina i poteri che gli Stati Membri sono tenuti ad assicurare alle autorità di contrasto: avviare indagini di propria iniziativa o a seguito di una denuncia; chiedere agli acquirenti e ai fornitori di produrre tutte le informazioni necessarie al fine di effettuare indagini; adottare una decisione che constati la violazione dei divieti di pratiche commerciali sleali e imporre all’acquirente di porre fine alla pratica commerciale vietata. E ancora, gli Stati Membri potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive e che tengano conto della natura, della durata e della gravità della violazione pecuniaria, all’autore della stessa. Potranno altresì prevedere ulteriori norme volte a combattere le pratiche commerciali sleali, che vadano al di là del livello minimo garantito dall’Unione. La proposta è senza dubbio valida, ma mostra margini di miglioramento. Si potrebbe, per esempio, ipotizzare un’estensione al settore florovivaistico e alla mangimistica. Un altro elemento dibattuto è l’ipotesi di applicare la norma a tutti i fornitori della Gdo. Il problema, infatti non dipende dalle dimensioni dell’azienda, ma dai rapporti di forza che si possono creare nella relazione commerciale. Paradossalmente ci possono essere pratiche sleali anche da parte dell’industria alimentare sulla Grande Distribuzione Organizzata.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: nella filiera dell’agroalimentare il settore primario risulta il più svantaggiato nei rapporti commerciali attuali. Nel complesso, il danno stimato causato dalle pratiche commerciali sleali a carico di agricoltori e cooperative ammonterebbe ad oltre 10 miliardi di euro l’anno (photo © Dominique Vernier – stock.adobe.com).

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