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Eurocarni nr. 11, 2018

Rubrica: Memento
Articolo di Parmeggiani T.
(Articolo di pagina 152)

Al caro amico Mimmo Richeldi

Raccontare la vita di Mimmo Richeldi richiederebbe non un semplice articolo; ci vorrebbero mesi e tante persone che lo hanno conosciuto, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. La sua vita, tutta dedicata al lavoro, lo ha portato nei Paesi dell’Est all’epoca del comunismo. «Non sarò mai comunista — mi diceva — ma meno male che ci sono»; si riferiva al suo lavoro, le budella, che in Italia nessuno voleva lavorare. Negli anni Settanta, pur non parlando nessuna lingua straniera se non il modenese, in un misto di italiano e dialetto, col suo sorriso e il tipico gesticolare italiano riusciva a farsi capire. Ricordo una sera in cui volle che andassi a cena nella sua vecchia casa di Portile, perché doveva incontrare un cinese per parlare di lavoro. Inutile dirgli che non parlavo cinese o altro al di là dell’italiano e che non sarei potuto quindi essergli di aiuto: sono dovuto andare. Fu una serata indimenticabile, al limite del comico: il cinese diceva sempre sì e rideva; Mimmo parlava in modenese, rideva e gesticolava; ogni tanto, rivolto verso di me, mi incitava «dai, diglielo anche tu». Non ho ancora capito cosa avrei dovuto (o potuto) dirgli, così anch’io ridevo; non ricordo nemmeno cosa abbiamo mangiato, quella era una casa dove qualcosa da mangiare, a tutte le ore, la trovavi, magari una buona pasta e fagioli, ma non mancavano mai i salumi e del buon lambrusco.

La conquista della Cina
Mimmo, al seguito di Franco Grosoli, che negli anni Sessanta aveva fatto delle conoscenze quando l’Italia importava la carne di suino dalla Cina, riuscì in un’impresa che ha fatto la storia ovvero inventare le vesciche per la cottura delle mortadelle utilizzando la budellina di maiale. Partendo non dalle tradizionali vesciche di bovino, che erano quasi introvabili e avevano pesi e forme con enormi differenze, utilizzò appunto la budellina di maiale, tagliandola a strisce che venivano poi incollate, una ad una, su un sacco di tela ripieno di segatura che riproduceva in modo regolare la forma della mortadella.
Non sto qui a raccontare il percorso complicato prima di arrivare al risultato finale. La difficoltà maggiore era rappresentata dalla colla: purtroppo in Cina non esisteva un prodotto resistente alle temperatu­re di cottura della mortadella, che arrivavano a superare i 90 gradi. Nelle prime ore di cottura, infatti, tutto procedeva bene, ma quando la temperatura si avvicinava ai valori massimi la colla cinese si scioglieva e le mortadelle si aprivano. Facemmo decine di prove, ma il problema non si risolveva. Finché un lunedì, in mercato a Modena, si presentò Mimmo con un pacchetto contenente una trentina di vesciche, dicendomi che era andato in America insieme ad un professore universitario e che avevano trovato una colla resistente alle alte temperature. Mi mostrai scettico, ma dalle prove in azienda risultò che era proprio vero: le mortadelle non si aprivano più. Sta di fatto che ancora oggi, dopo oltre cinquant’anni, la vescica per insaccare e cuocere le mortadelle è quella inventata dalla caparbietà e dal genio di Mimmo Richeldi, che ha lasciato un grande patrimonio per tutti, sia alla sua azienda che a tutto il settore dei salumi: grazie Mimmo! Non ho mai conosciuto un imprenditore del nostro settore che non parlasse bene di lui. Non che nel lavoro fosse perfetto, anzi: poche volte i suoi budelli erano come te li aveva promessi, in particolare la calibratura non era mai uniforme, ma la sua simpatia, il suo sorriso, il suo gesticolare, alla fine avevano il sopravvento. Credo sia giusto anche ricordare la persona che più di tutte è stata vicino a Mimmo, la sua memoria storica, il suo “luogotenente” Beppe Cavani (Beppe Manola), che ha iniziato da ragazzino a lavorare al suo fianco e che ancora oggi lavora per la ditta Richeldi.

Le cene di Villa Quiete
Mimmo amava i salumi, ma non era un grande mangiatore. Gli piaceva avere tanta gente a cena, soprattutto i salumai modenesi. Alle sue cene non mancavano mai personaggi come Giuliano Cavazzuti, Paolo Maletti, Pippo Villani, Pierluigi Natalini, Santino Levoni, Luigi Cremonini, Giuseppe Cremonini, Onelio Benedetti (editore delle riviste Eurocarni e Premiata Salumeria Italiana), Attilio Montorsi, Giorgio Bedeschi, Gigi Gualerzi da Parma, Giuseppe Ganapini, tanti amici di Portile, di Castelnuovo, ma anche gli “amici degli amici” che si aggregavano alla già numerosa compagnia. Naturalmente erano sempre presenti i familiari, tutti intorno a Mimmo. Bellissima famiglia… Ricordo i nipoti, allora ragazzini, i fratelli Grani, che non solo hanno continuato il lavoro dello zio nel settore della lavorazione delle budella, ma hanno cercato nuove attività, creando e importando dalla Cina molti oggetti, i famosi gadget, dei quali i bimbi andavano e vanno matti. Mi scuso se non ho ricordato tutti, anche perché di volta in volta i commensali cambiavano. Mimmo aveva nominato Giorgio Bortolotti e me maestri di cerimonia delle serate a Villa Quiete. Il menù era stupendo. Ogni serata era dedicata ad una ditta, che portava i suoi prodotti, così si potevano gustare i salumi di tutti e di ogni tipo. Non mancavano mai i vini, in particolare il lambrusco, e anche un buon piatto di pastasciutta, ben condita da abbondante ragù modenese; così come non poteva mancare il Parmigiano Reggiano dei migliori caseifici di montagna. Fu durante una di quelle cene che Onelio Benedetti suggerì di creare una confraternita che riunisse i salumieri modenesi, e così nacque, anche grazie ai suggerimenti di Attilio Montorsi, l’Ordine dei Maestri Salumieri Modenesi. Quello che però ricordo oggi con piacere, oltre ai buonissimi salumi, sono la gioia, la felicità, il piacere di stare assieme che accompagnava quelle serate e la sua grande generosità: era questo che il nostro indimenticabile Mimmo, nella sua bellissima villa di Portile, offriva a tanti amici, in onore dei buoni salumi italiani.

Il ricordo e il ringraziamento ad un amico
Una sera eravamo a cena nella vecchia casa di Portile, erano i primi anni Settanta. Vidi un quadro molto bello che rappresentava una coppia di nomadi seduti vicino al loro carro ed al cavallo che mangiava l’erba. Dalla luce si intuiva che era l’ora del tramonto, i colori della natura quelli dell’autunno. Chissà cosa pensava Mimmo guardando quel quadro, forse alla sua vita, certamente un po’ da nomade. «Ti piace — mi chiese — se ti piace te lo regalo». Io non volevo accettare ma non ci fu niente da fare: lo staccò dalla parete e me lo mise in macchina. Oggi lo tengo appeso nella mia camera da letto, sopra una piccola scrivania dove mi siedo la sera per leggere un libro prima di addormentarmi. Sono felicissimo di averlo: è il più bel ricordo di un carissimo amico.

Tiziano Parmeggiani

 

Didascalia: Mimmo Richeldi.

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