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Eurocarni nr. 11, 2018

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 106)

Turn On The Bright Lights, Interpol

“Shhhh
C’mon, c’mon
Hey, my best friend’s a butcher,
he has sixteen knives
He carries them all over the town
at least he tries
— oh look, it stopped snowing
My best friend’s from Poland and,
oh, he has a beard
But they caught him with his case
in a public place,
that is what we had feared”

Interpol, Turn On The Bright Lights, 2002

Sono versi da Roland, un brano da Turn On The Bright Lights, l’esordio di Interpol. Racconta di un assassino, un macellaio che porta con sé i suoi coltelli e che, forse girando nell’attuale Meatpacking District, un tempo conosciuto come La macelleria di New York, viene fermato e scoperto. Il motivo? Perché non si può girare con coltelli in posti pubblici nella metropoli statunitense post 11 settembre 2001. È trascorso quasi un anno quando viene pubblicato questo album, che fin dal titolo vuole raccontare, attraverso il personale, il tentativo di reagire di una città e della sua gente. Non ci sono riferimenti politici, né rabbia verso qualcosa o qualcuno, ma solo il desiderio di rilasciare il dolore ed esprimere il ritorno alla normalità, anche se in fondo si sa che è impossibile. Sezione ritmica e chitarre che affilate sottraggono e completano, con la voce di Paul Banks che è una medicina che non vuoi mandare giù, ma sai essere necessaria. Come un risveglio, cresce tra le melodia di chitarre che prima suonano come tastiere poi arrivano ad urlare prima di assopirsi, untitled.

Non potrebbe avere titolo migliore per aprire l’album, alla luce di quello che abbiamo detto fino ad ora. Obstacle 1 è una di quelle canzoni che ti entra in testa prima del ritornello e non se ne andrà mai più: ci sono echi di Joy Division, soprattutto nella drammaticità e nel baritono di Banks, ma è tutto il resto che la alza e la trasforma in una sorta di intimo inno. È nella sigla della loro città NYC che, pur essendo solo al terzo brano, tocchiamo uno dei vertici di questo disco: un po’ come dopo una sbronza, reggendosi a fatica in  piedi ma comunque camminando, raggiungiamo un posto illuminato dove poter dire che ci siamo, che vogliamo un cambiamento, che ne abbiamo bisogno:
“It’s up to me now, turn on
the bright lights (got to be
some more change in my life)
New York cares
(Got to be some more change in my life)
New York cares
Oh, it’s up to me now, turn on
the bright lights (got to be
some more change in my life)
(Got to be some more change in my life)”

Nemmeno un attimo per elaborare che parte la batteria di PDA, il secondo singolo veloce e solenne in cui troviamo altri riferimenti meno immediati della già citata band di Curtis: Sonic Youth, Television, Chameleons e certi Wire. Tutto vero, ma i quattro newyorchesi sono capaci di una identità comunque forte e di una scrittura personale.

Dopo cinque brani così importanti, Say Hello To Angels arriva a confermare senza stupire, anche se certe chitarre prima marziali e poi in levare lasciano il segno.

È invece Hands Away a colpire. Torniamo alle atmosfere rarefatte di untitled ma ancora più mini­mali, senza perdere in consapevo­lezza. Tra brusii e synth il brano sterza e non può prescindere dall’urgenza. Un Lato A davvero importante, che già così ha preso spazio e si è insediato in chi ascolta. Girando il 33 giri è come se si volesse sottolineare una continuità con ciò che abbiamo appena lasciato, a partire dal titolo: in Obstacle 2 infatti ritroviamo determinate dinamiche ed è il basso a certi passaggi ritmici a guidarci per rimanerci impresso senza fatica alcuna. Un’inedita esperienza psichedelica, prima in un rimpiattino concentrico tra la sezione ritmica e la chitarra di Daniel Kessler che poi ad un certo punto riesce a liberarsi e danza prima di essere trascinata di nuovo giù.

Stella Was A Driver And She Was Always Down: in questo come in altri brani, anche la voce di Banks contribuisce a comporre una sorta di tracciato che viene percorso collettivamente, nel ripetere senza ossessione, ma con costanza, certe frasi, come un mantra. Roland desta dalla fascinazione con un schiaffo new wave e porta via, con in bocca un sapore aspro.

Un inedito intro acustico ci porta a The New, che ha luce particolare, guidata dalla dolcezza del basso di Dengler, fino alla disarmonia di Kessler, che devia il corso del brano portandolo in territori opposti e contrari.

L’epilogo è affidato a Leif Erikson che come una somma comprende e racchiude diverse espressioni emerse nella sequenza dei brani e racconta, tra bagliori, un mare di oscurità e intricate tessiture strumentali, il viaggio di una nave che si perde al largo nelle acque di New York.

Turn On The Bright Lights è un disco importante, emozionale, che racconta di catarsi e risvegli, di smarrimento e disorientamento, di quella New York. È un debutto che emerge, sia in quel periodo ispirato e florido che sono stati i primi Duemila, discograficamente parlando, sia ora, in cui la musica è liquida ed effimera. Un album che vuole raccontare e lo fa con riferimenti al passato inequivocabili, ma con brani che hanno una potenza espressiva rara e indimenticabile.
Giovanni Papalato

 

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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