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Eurocarni nr. 10, 2018

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 144)

More Songs About Buildings and Food

David Byrne e New York, sapere dove si è, dove si vuole arrivare e l’importanza del come ci si arriva

“I wouldn’t live there
if you paid me.
I couldn’t live like that,
no siree!
I couldn’t do the things
the way those people do.
I couldn’t live there
if you paid me to”

Talking Heads, The Big Country, 1978

 

Quando penso a quale disco raccontare, cerco nella memoria tra copertine, canzoni, testi, titoli. A volte è una connessione facile, mentre altre ci giro intorno e poi ci arrivo come se dovessi raggiungere un luogo e, dopo qualche curva, passare tra edifici che me ne occludono la posizione.

 

Edifici e cibo
Sono stato a New York la prima volta che avevo già più di trent’anni e ricordo, tra le tante suggestioni e i fatti concreti che si sono verificati, una presa di coscienza empirica ed allo stesso tempo ingenua delle sue dimensioni. Dopo qualche giorno in cui mi ero abituato ad andare sotto l’iconico Flatiron Building per questioni pratiche, pensai di poterci arrivare da una zona limitrofa senza l’ausilio di mappe. Lo vedevo lontano, ma non troppo, e mi convinsi che ci sarei arrivato senza particolare affanno.
Scomparve dalla mia visuale dopo pochi secondi naturalmente, coperto dai grattacieli della città verticale, ma ero sereno che lo avrei ritrovato dopo poco. Ovviamente mi sbagliavo e mi si stampò in viso un sorriso divertito dalla mia ingenuità. Il senso di disorientamento lasciò presto posto alla consapevolezza che in quell’enorme ma semplice reticolo in cui avenues e streets si alternano e si incrociano non ci si può perdere: è sufficiente sapere dove si è e dove si vuole arrivare. Sul come ce ne sarebbero da raccontare. Ma… aspetta… edifici e cibo. Ecco!
Proprio a New York fu scritto, registrato e pubblicato nel 1978 “More Songs About Buildings and Food”, il secondo, importante album di Talking Heads. Nato in Scozia ma trasferitosi fin da bambino e cresciuto prima in Canada e poi nel Maryland, David Byrne è un talentuoso studente della Rhode Island School of Design, nella quale conosce Chris Frantz e Tina Weymouth, futura sezione ritmica, futuri sposi e, infine, futuri fondatori dei Tom Tom Club.
Sono anni in cui New York vive le avanguardie di Warhol, la nascita e l’esplosione della disco music, i prodromi del punk che verrà fatto esplodere a Londra, una città in cui tutto come un organismo vivo e pulsante si autoalimenta, tra fermenti e contaminazioni. Come in una centrifuga ogni cosa è sovraccaricata e gli effetti sono diversi e contrastanti: accanto all’euforia e alla celebrazione c’è il senso di alienazione di una società che macina cose e persone a ritmi ossessivi. È in un contesto come questo che nel 1974, dopo qualche esperienza precedente a livello personale, i tre formano la band includendo il chitarrista Jerry Harrison, ex Modern Lovers.
Iniziano ad essere una delle band con più impatto per pubblico e critica, partendo dallo storico fondamentale CBGB nel Lower East Side, e pubblicano il loro esordio Talking Heads: 77. Un approccio personale e unico, un avanguardismo pop assolutamente identificabile, apologia della nevrosi postmoderna.
Di loro si accorge anche Brian Eno che non può lasciarsi scappare una tale forma di genio: sarà il membro aggiunto della band e soprattutto il produttore del loro secondo, cruciale album. Dopo aver lasciato i Roxy Music, Eno dal 1973 ha pubblicato 8 dischi, tra cui l’acclamato e precoce capolavoro Before and After Science, prodotto Fear di John Cale, collaborato a Low e Heroes di Bowie: ha solo 30 anni ma, come sempre accade ai precursori, vede prima di tutti. E vede nell’amalgama strutturata e nervosa delle teste parlanti il prospetto della musica che verrà.
È un ordinato insieme di fascinazioni, associazioni di immagini, cliché e stereotipi, critica ed emancipazione. A partire dal sarcastico titolo, in riferimento all’acclamato precedente trainato dal singolo Psycho Killer, ci troviamo davanti ad un disco più libero e irriverente, in cui si avvia un processo di affrancamento dall’individuo alienato che viene raccontato in “77” in funzione della ricerca dei limiti,degli effetti, delle contraddizioni e dei paradossi dell’Uomo attraverso la narrazione del quotidiano.
Appoggiando la puntina sul disco, la prima traccia è Thank You For Sending Me An Angel, con un riff rock-naif e l’apporto decisivo delle percussioni ad impreziosire una struttura semplice e diretta. Non è un caso sia in apertura, perché è una sorta di ponte tra la tensione del primo album e il suono ritmico più ampio di questo. In questo senso l’approccio funky e un acido R’n‘B si contraggono e poi si rilassano nella successiva With Our Love, in cui i synth di Eno sono fondamentali e preziosi al contempo.
In The Good Thing il basso della Weymouth è come un metronomo che dà rotondità al brano con ritornelli armonizzati che declamano una sorta di allucinato mantra di consapevolezza e autodeterminazione. Scritta da Frantz, Warning Sign colpisce per l’effetto ipermarcato del riverbero sul ritmo di batteria, accompagnato da essenziali e accoglienti riff di chitarra e basso in una lunga intro, prima che la canzone si sviluppi in una stratificata composizione new wave, con Byrne protagonista di un’interpretazione molto personale.
È ancora il basso a dare identità e spessore a Girls Want To Be with The Girls, con qualche eco disco in cui non manca una discreta dose di ironia.
Chiude il lato A Found a Job, che risulta essere uno dei brani più completi nella commistione tra funk e wave, una pietra di paragone per molti.
Una caleidoscopica Artist Only apre il secondo lato dell’album, con un testo caustico, come una satira che ha una progressione incastrata tra riff canzonatori.
I’m Not In Love ha la grazia e lo stile, l’eleganza e la consapevolezza di un Byrne che dispensa senza timore alcuno il suo genio, tra tradizione e innovazione in tempi dispari, risultando contemporaneo ad ogni ascolto. Come precedentemente in With Our Love, sono i synth di Eno l’influenza più importante in quella filastrocca jam funk che è Stay Hungry, donando alla canzone elementi che la arricchiscono e la portano ad essere altro da sé.
Prendere una canzone scritta e pubblicata solo 4 anni prima da Al Green, un brano distintamente degli anni Settanta ancora in pieno svolgimento e farne un successo attraverso i suoni del decennio successivo: Take Me To The River.
È con una chitarra slide, atmosfere country chiaramente rappresentative di una Middle America da cui Byrne si dissocia nettamente — I wouldn’t do the things the way those people do/ I wouldn’t live there if you paid me to — che si chiude il disco. La batteria segna una ritmica che sorregge il senso di ampiezza e la sottile percezione psichedelica che serpeggia lungo il brano.
More Songs About Buildings and Food è solo l’inizio della collaborazione tra Talking Heads e Brian Eno, in una sorta di morfologia del postmoderno che si prolungherà  con Fear of Music del 1979 e si compirà con Remain in Light nel 1980.
Sapere dove si è e dove si vuole arrivare sembra semplice e a volte lo è. È la dinamica con cui lo si fa che dà la cifra dell’esperienza. Questo David Byrne lo sa e di questo gli siamo tutti debitori.
Giovanni Papalato

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