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Eurocarni nr. 10, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 36)

I nodi dell’economia dopo l’estate

Anche durante l’estate non sono mancate novità in merito all’andamento dell’economia mondiale, che cercheremo di sintetizzare con particolari elementi da tenere a mente per l’autunno. Per primo, la posizione illustrata a più riprese dalla Banca Centrale Europea e, per essa, dal presidente Mario Draghi, oramai alla fine del suo mandato, insidiato da qualche chiara conoscenza tedesca. Draghi, pur non fornendo novità particolari né sull’analisi né sulle mosse decise a giugno sul ritiro del Quantitative Easing, ha posto alcuni in­terrogativi, a­vanzati da diversi stu­diosi in Italia e in Germania, sul sistema dei pagamenti dell’area euro, il target 2 (sistema che per­mette alla banche degli Stati di regolare i pagamenti nell’Unione monetaria), sostenendo che i numeri, pur essendo ampi, non appaiono “incoerenti con l’esperienza storica”.
La preoccupazione riguarda il fatto che l’Eurozona non è stata concepita per avere in via per­manente Paesi con debiti pesanti e Paesi con crediti pesanti, come l’Italia e la Germania. Tut­tavia, i fondamentali dell’economia, ha so­stenuto Draghi, “restano solidi, nonostante qualche moderazione nella crescita all’inizio dell’anno”, non dimenticando comunque il rischio dell’indurimento della svolta protezionistica, anche se, al momento, il percorso previsto per l’inflazione “appare autosostenuto”.
Viene confermata la strategia del ritiro del Q.E. (da set­tembre fino a dicembre sa­ranno ridotti gli acquisti sul mercato da 30 a 15 miliardi mensili), ma non sarà la fine dell’espansione economica e i tassi ufficiali resteranno ai livelli attuali fino all’estate del 2019. Si conferma la ripresa in atto, nonostante i venti protezionistici che soffiano a livello globale e un’inflazione ormai al 2%, pur con ampie differenze come in Italia, dove non ha superato l’1,5%.
La Bce considera le dinamiche salariali una variabile im­portante nel segnalare l’andamento futuro dell’inflazione. I consumi in Italia e in Spagna non hanno ancora evidenziato una completa ripresa, anche se sono tornati a crescere dal 2013. Al contrario in Germania e Francia sono di circa il 10% più alti rispetto al periodo pre-crisi e questo è un andamento che la Bce mette in relazione con quello dei redditi da lavoro dipendente, che, sempre in Italia e Spagna, sono rimasti significativamente inferiori rispetto al periodo antecedente la crisi, con l’aggravante di un’elevata insicurezza dei percettori di redditi da lavoro poco qualificato.
Dopo quanto premesso, le stime di crescita del PIL italiano indicate, da ultimo, da Moody’s, vedono una riduzione, per il corrente anno, dall’1,5% all’1,2% e dall’1,2% all’1,1% per il 2019 alla luce della “forza inferiore alle attese” manifestata dall’economia nel secondo trimestre del 2018. Inoltre, sempre secondo Moody’s, l’economia globale resta solida ma potrebbe aver raggiunto il suo picco anche per le prevedibili tensioni commerciali degli Stati Uniti e Cina che, quest’anno, potranno peggiorare, pesando sulla crescita globale nel 2019.
Intanto, la Federal Reserve americana, nella sua ultima riunione di agosto, ha ritenuto “adeguato” un altro aumento dei tassi a breve, aprendo la strada per un rincaro all’inizio della stagione autunnale, poiché non vede rischi di surriscaldamento per l’economia americana e non riscontra un’accelerazione dell’inflazione al di sopra del target auspicato del 2%.
Il nuovo governatore Jero­me Powell ha esordito per la prima volta quale capo della Banca Cen­trale del proprio Paese e ha mostrato, secondo unanime riconoscimento di operatori e osservatori interna­zionali, di voler assicurare quella continuità con l’azione dei precedenti governatori della FED nell’impegno di mantenere l’economia su una base stabile, aggiungendo che l’economia è forte, l’inflazione è vicina al target del 2% e molti di coloro che cercano un lavoro lo trovano.
Per ottobre si prevede di adottare il terzo rialzo dei tassi di riferimento, attualmente a 1,7-2% da portare a una forbice del 2-2,5%. Un quarto possibile rialzo potrebbe avvenire a novembre-dicembre prossimi e in proposito il governatore Powell ha sottolineato che intende perseguire una “rotta di graduale aumento dei tassi” per evitare rischi di una velocità o lentezza, quale approccio per non contenere l’espansione dell’economia o renderla destabilizzante. Bisogna attendere la reazione della nuova presidenza USA, contraria finora ad un innalzamento dei tassi, con la speranza che la realtà americana non condizioni più di tanto la nostra posizione di europei, già alle prese con la guerra commerciale in atto.

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