Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 10, 2018

Rubrica: Comunicare la carne
(Articolo di pagina 66)

Riflessioni sul ruolo e l’incidenza del settore zootecnico

Sulle pagine web di Carni Sostenibili, associazione composta da ASS.I.CA., Assocarni e UNAItalia, il suo presidente, professor Giuseppe Pulina, fa chiarezza su un argomento trattato spesso con troppa superficialità

Il prof. Giuseppe Pulina, presidente di Carni Sostenibili, ha recentemente ripreso e commentato un articolo pubblicato sul Corriere Innovazione, inserto del quotidiano Il Corriere della Sera, che riprendeva il tema della presunta insostenibilità delle produzioni animali (carne e pesce), con particolare accanimento sulla produzione di carne bovina. L’articolo in questione, che di fatto faceva seguito a un testo analogo pubblicato su Focus, era stato scritto da una giornalista BBC e, nell’incipt, dava per scontato che la carne comporti gravi rischi alla salute (cancro e malattie cardiovascolari). Solo alla fine dell’articolo erano stati avanzati dubbi sull’effettività delle ricette salvifiche che stanno circolando sui media, citando tra questi l’eliminazione dei consumi di carne, e facendo giustamente presente che, oltre a non essere noti gli effetti su salute e ambiente di “allevamenti alternativi”, come per esempio gli insetti, anche il cibo considerato “sostenibile” non è più tale appena diventa un fenomeno di massa. Ma, nel frattempo, il 90% dei lettori avrà abbandonato la lettura dell’articolo, mantenendo l’informazione iniziale.
Il “caso” è nato a seguito della pubblicazione su Science del paper “Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers” di Poore e Nemecek (n. 360 del 1 giugno 2018, pp 987-992). E, se è giusto che ad un paper scientifico si risponda attraverso una pubblicazione su una rivista scientifica altrettanto prestigiosa, confutando i dati, il metodo o magari entrambi, dalle pagine del sito carnisostenibili.it si è voluto fare chiarezza su un argomento di cui si parla o si scrive con troppa superficialità.
Premesso che quello di Poore e Nemecek è un lavoro scientificamente valido, passato al vaglio di revisori ed editor anche severi, c’è da sottolineare che alcuni punti dello stesso possono essere messi in dubbio, dato che sono affermazioni pregiudiziali non condivisibili da buona parte del mondo scientifico e non solo.
Il paper assume che l’impatto dei sistemi agricoli sia (pro quota) analogo e confrontabile paritariamente con gli impatti delle altre attività umane. L’assunto è fallace, in quanto il valore marginale di utilità del cibo non può essere minimamente confrontabile con quello di una gita in motoscafo (al secondo si può rinunciare, al primo no). Il contributo agli impatti ambientali andrebbe quindi “pesato” per i singoli valori marginali di utilità delle attività umane impattanti.
Il paper assume che 100 grammi di proteina siano equivalenti, a prescindere dalla fonte. È evidente il preconcetto (bias) di questa assunzione.
Il paper assume, in uno scenario estremo (che gli autori stessi dichiarano impraticabile anche se è il più citato dalla stampa) di eliminazione totale dei consumi di carne, che possano essere combinate diete totalmente alternative. Ma questo è, allo stato attuale delle conoscenze dietetiche, impossibile da estendere alla totalità della popolazione umana.
Sempre sotto il dominio dello scenario suddetto, il paper non tiene conto che una quota rilevantissima della popolazione umana (quella più soggetta ad erosione culturale e pertanto la più protetta nelle intenzioni dell’ONU), circa 2 miliardi di persone, vive con e per gli animali (si pensi alla forza motrice e riciclante del bufalo d’acqua nelle risaie del sud est asiatico).
Il paper presuppone che se si eliminassero gli animali zootecnici si risparmierebbe oltre il 70% delle terre, ma non tiene conto del fatto che in quelle terre eventualmente andrebbero a pascolare gli ungulati selvatici che, come dimostrato nel primo capitolo del libro appena pubblicato “Allevamento animale e sostenibilità ambientale – Le tecnologie” (ed. Franco Angeli), contribuirebbero alle emissioni in quota molto vicina a quella degli allevamenti (a meno che non si voglia creare il cosiddetto “vuoto biologico”…).
Questi pochi spunti non vogliono rappresentare una risposta scientifica al paper pubblicato su Science, ma uno spunto di riflessione su quanto il messaggio anti-carne faccia in fretta a passare, anche se dato o formulato in gran parte in modo approssimativo.
Non è semplice pensare di gettare al vento secoli di tradizioni e culture culinarie, magari sostituendole con una produzione di insetti su larga scala di cui neppure si conoscono gli effetti su ambiente e salute, o ipotizzare protein farms nel deserto (come quelle preconizzate dal film Blade Runner 2049) in sostituzione di allevamenti che tutelano invece paesaggio e territorio. Va invece tenuto presente, e questo è un dato certo, che in Italia, dal 1970 ad oggi, sono state dimezzate le emissioni zootecniche (che risultano ridotte ad ¼, se parametrate all’unità di proteina prodotta). E questo proprio grazie all’intensivizzazione degli allevamenti che, sotto questo punto di vista, è risultata sostenibile.
(Fonti: Carni Sostenibili UNAItalia)

>> Link: carnisostenibili.it

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