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Eurocarni nr. 1, 2018

Rubrica: Mercati
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 86)

Le sfide della suinicoltura europea e le incognite che arrivano dalla Cina

Per il settore il 2017 è stato sostanzialmente un anno positivo. Se ne è parlato a Modena all’annuale incontro sulle prospettive per il nuovo anno nel Vecchio Continente. L’aumento della produzione in USA e Cina, però, pone non pochi interrogativi sulla tenuta di un export che da un paio d’anni vede la Spagna al centro di performance a due cifre percentuali

Si chiude un 2017 tutto sommato positivo, ma per l’anno appena iniziato le incognite europee legate al settore suinicolo non mancano. Se ne è parlato lo scorso 4 dicembre a Modena, in occasione dell’ormai consueto incontro dedicato all’Analisi e prospettive del mercato suinicolo europeo, organizzato dalla locale Borsa Merci, a cui hanno partecipato i più qualificati esponenti di Spagna, Germania, Danimarca, Francia, oltre naturalmente all’Italia. Relativamente al nostro Paese e all’anno che si è appena concluso, il comparto può dirsi particolarmente soddisfatto perché, fatte salve alcune fisiologiche oscillazioni, le quotazioni hanno praticamente sempre registrato un trend positivo e ben superiore ai costi di produzione sostenuti dagli allevatori. Dinamica che, fino a metà 2016, non si è verificata per diversi anni.

 

Italia in risalita

Lo ha illustrato Roberto Antogna-relli, componente della Deputazione della Borsa Merci di Modena, oltre che analista del settore suinicolo, sottolineando che secondo le ultime analisi elaborate le quotazioni settimanali dei suini grassi da macello rilevate nel corso del 2017 hanno toccato punte anche vicine a 1,80 e/kg, attestandosi verso la fine dell’anno a poco più di 1,70 e/kg. «Ben diverso è stato l’andamento nei tre anni precedenti — ha affermato — e solo dalla primavera del 2016, quando non si superava la soglia di 1,20 e/kg, è iniziata un’inversione di tendenza che finora non ha conosciuto dei bruschi arresti, tanto è vero che nel corso dei mesi i prezzi hanno via via preso vigore raggiungendo e superando in diverse occasioni 1,70 e/kg».

Quotazioni che hanno permesso agli allevatori di riprendersi da anni davvero difficili, nel corso dei quali il settore ha dovuto registrare la chiusura di non poche aziende e la scomparsa di numerose scrofaie. «Le nostre elaborazioni — ha proseguito Antognarelli — hanno fissato per il 2017 un costo di produzione di 1,43 e/kg e un patrimonio di scrofe pari a 470.000 capi, in leggero aumento rispetto all’anno precedente, con una media di suinetti/svezzati/scrofa di 23 soggetti. Da questi numeri si ottiene una produzione complessiva di 10.800.000 suini e una macellazione di 11.100.000 animali, numero che tiene conto anche dell’importazione di circa 300.000 maiali.

Le prospettive per il 2018 puntano ad un aumento dell’offerta di prosciutto crudo Dop a scapito di quello smarchiato. L’orizzonte però riserva alcune ombre particolarmente insidiose. Cina e Russia, infatti, prevedono un incremento della produzione suinicola interna che di fatto imporrà una riduzione dell’import. Se, come si prevede, anche gli Stati Uniti e il Brasile aumenteranno la produzione, l’Europa dovrà fare i conti con un’eccedenza che inevitabilmente peserà in maniera negativa sulle quotazioni, anche se, non bisogna sottovalutarlo, i salumi Dop italiani, primo fra tutti il prosciutto crudo, potrebbero essere solo sfiorati da questo andamento grazie alla tipicità che li caratterizza».

 

Spagna preoccupata

Aumento della produzione in Cina e Stati Uniti, embargo russo, peste suina africana, problemi ambientali, riduzione dell’impiego di antibiotici. Lo scenario su cui si apre il 2018 per il settore suinicolo europeo non è avaro di preoccupazioni. E la Spagna, che negli ultimi tre anni, ma soprattutto nel 2016, ha visto crescere esponenzialmente il suo export di carne suina soprattutto verso la Cina, inizia a fare i conti con una situazione che si sta lentamente normalizzando e che, soprattutto, potrebbe registrare una brusca frenata. «Oggi l’autosufficienza nazionale ha raggiunto il 180%» ha spiegato Miquel Ángel Bergés Saura, dell’organizzazione Mercolleida. «I consumi interni, però, registrano una stagnazione e l’export, che nel 2016, ma anche nel 2015, ha toccato un aumento vicino al 20%, nel corso del 2017 ha frenato la sua corsa al punto che i dati attualmente disponibili, relativi al periodo gennaio-settembre, indicano una riduzione dello 0,5%. Nello stesso periodo, però, la produzione ha raggiunto un +1%, perché il 50% deve essere destinata all’export».

Non solo. «Sono gli stessi macelli a chiedere più suini — ha proseguito Bergés — il che spinge gli allevatori a costruire nuove porcilaie, soprattutto nella regione di Castiglia e Aragona, o a modernizzare quelle più obsolete. A questo proposito, i progetti in cantiere per il 2018 sono particolarmente importanti sia per la realizzazione di nuovi macelli che di allevamenti.

Dal 2016 la Spagna ha superato la Germania e si è imposta come il Paese maggior produttore di suini in Europa, terzo a livello mondiale. Oggi però le incognite al nostro orizzonte riguardano il mercato internazionale, con gli Stati Uniti che già nel 2017 hanno immesso sul mercato molti prodotti suinicoli e la Cina che, pur avendo registrato a settembre dello scorso anno un –6% rispetto al patrimonio suinicolo nazionale, già fa riferimento a un rapido recupero che si tradurrà in maggiore disponibilità di prodotto nazionale e aumento dei consumi interni.

Malgrado ciò — ha concluso Miquel Ángel Bergés Saura — la previsione produttiva spagnola è vista in aumento da qui al 2022.

La speranza è che si riesca ad arginare la diffusione dei casi di peste suina africana che sta provocando grande preoccupazione tra gli operatori suinicoli di tutta Europa. Allo stesso tempo, i nostri istituti di ricerca stanno lavorando per ridurre l’impiego di antibiotici in porcilaia e le prove finora effettuate hanno dato buoni risultati.

La percentuale a due cifre di export che abbiamo incassato nel 2016 difficilmente si ripeterà nell’anno appena iniziato: prevediamo infatti che, rispetto al 2017, registreremo una diminuzione compresa tra il 12% e il 15%».

 

Germania riflessiva

«Negli ultimi dieci anni la consistenza del numero di scrofe, in Germania, ha subito una forte contrazione, passando da 2,5 milioni di capi a poco più di 1,9 e determinando un massiccio cambiamento strutturale delle aziende». Lo ha affermato Matthias Kohlmüller della Agrarmarkt Informations GmbH (Ami) tedesca, sottolineando nel suo intervento che questa situazione è stata causata soprattutto dall’introduzione di norme ambientali molto severe e su quello che scaturirà con l’applicazione di disposizioni sempre più restrittive in materia di benessere animale. «Una situazione — ha dichiarato — che preoccupa molto l’allevatore tedesco perché non sa cosa sarà o non sarà consentito». Ciononostante, la suinicoltura tedesca mantiene la sua leadership di primo produttore di carne suina a livello europeo, con un export  che nel 2017 non ha conosciuto gli eccellenti risultati dell’anno prima e una previsione per il 2018 che deve fare i conti con non poche variabili.

Leader mondiale nell’importazione di suinetti (più di 6 milioni dall’Olanda e quasi 5 milioni dalla Danimarca), la Germania deve fron-teggiare un calo dei consumi in-ter-ni che dal 2015 ad oggi è stato in costante crescita, soprattutto perché il 25% della popolazione te-de-sca non consu-ma carne di maiale soprattutto per motivi religiosi; in pratica un’ampia quota di mercato che si è orientata soprattutto verso il manzo e il vitello. «Si tratta di un calo che, da gennaio a settembre 2017, ha toccato il 7%, a cui ha ri-sposto un aumento dei prezzi nell’ordine di un +4,9%, arrivando a toccare anche punte di 1,82 e/kg verso la metà dell’anno, una quo-tazione che nelle ultime setti-ma-ne si è ridimensionata a 1,46 e/kg, portando la media annua a circa 1,63 e/kg, comunque migliore del 2016 (1,49 e/kg) e dell’anno prima (1,40 e/kg). Va detto, però, che le previsioni per il 2018 non sono a questo riguardo molto confortanti, perché indicano una riduzione del prezzo di circa il 10%».

 

Danimarca attenta

Con un export di 5 milioni di scrofe e una stima, per il 2017, di oltre 13 milioni di suinetti, un milione dei quali verso l’Italia, la Danimarca continua a imprimere una forte impronta al panorama suinicolo europeo, soprattutto se si considera il tasso di suinetti/svezzati/scrofa raggiunto (33,4) e quello atteso nei prossimi anni (36,1). Una produzione che però, anche in questo caso, è costretta a fare i conti con una serie di contingenze legate alla situazione sanitaria (come la diffusione della peste suina africana), alla logistica, all’efficienza delle consegne, ai trasporti Henrik K. Christensen, della danese Spf, a questo proposito è stato molto chiaro. «Le nostre previsioni a livello europeo per il 2018 — ha detto — indicano un aumento della domanda di suinetti danesi proveniente soprattutto dai Paesi dell’Europa dell’Est, ma anche dalla Germania, dalla Polonia e dall’Italia, mentre per quanto riguarda il nostro Paese stimiamo un incremento delle macellazioni con una riduzione dei prezzi/kg/ carne rispetto al 2017, quando la media ha oscillato intorno a 1,55 e/kg. Parallelamente, anche i prezzi dei suinetti sono visti in diminuzione almeno di 10 e/cadauno».

 

Francia perplessa

Tre sono gli elementi che condizionano le negative condizioni del comparto suinicolo francese. Le ha illustrate nel suo intervento Pascal Le Duot, del Marché du Porc Breton. «Il Governo del nostro Paese, da 25 anni, vieta agli allevatori il rinnovamento delle proprie aziende, la cui conseguenza inevitabile è un totale scoraggiamento soprattutto da parte dei giovani allevatori; a questo si aggiunge il ruolo della Gdo, che esercita un’azione di pressione sui prezzi, e poi c’è la Spagna, che considera il mercato suinicolo francese un suo mercato. Davanti a questo scenario le previsioni non possono essere molto ottimistiche, malgrado i buoni prezzi incassati sia nel 2016 (con un 1,29 e/kg) che nel 2017, almeno per la media calcolata sui primi 11 mesi che porta a 1,38 e/kg.

Il nostro è un mercato suinicolo totalmente autosufficiente e lo dimostra anche la percentuale di prodotti importata, che da gennaio a luglio 2017 ha registrato un –2,4%, mentre l’export, nello stesso periodo, ha dovuto registrare addirittura un –33% a livello globale e un –3,5% verso i Paesi della UE. Per noi il 2018 dovrà fare i conti con una pressione sul prezzo, causata dall’aumento produttivo di Spagna e USA, oltre a una riduzione della produzione legata anche alla contrazione del numero di scrofe, che dal 2016 al 2017 sono diminuite di un ulteriore 2,2%, arrivando a un totale che sfiora un milione di capi. Ma, a nostro giudizio, le quotazioni saranno determinate soprattutto dall’eventuale diffusione della peste suina africana».

Anna Mossini

 

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