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Eurocarni nr. 1, 2018

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 42)

Diminuzione degli acquisti di titoli da parte della BCE

Il presidente della Banca Centrale Europea ha annunciato di voler rivedere, nell’ambito dell’istituzione finanziaria da lui presieduta, la situazione relativa al mantenimento o contenimento del programma di acquisto di titoli pubblici e privati, attuato a decorrere da gennaio 2015 mediante lo strumento del Quantitative Easing. Di recente, in proposito, è stata adottata una decisione molto importante: la BCE pensa di mantenere ancora a lungo i tassi d’interesse ai livelli attuali, ma di ridurre, a partire da gennaio, gli acquisti di titoli, che finora hanno certamente favorito la loro discesa. In particolare, il programma di acquisto dei titoli continuerà in misura ridotta, cioè con un dimezzamento che va da 60 a 30 miliardi di euro, per ogni mese, fino a settembre di quest’anno. È stato poi specificato che, se a quella data il tasso d’inflazione non dovesse avvicinarsi al 2% (rispetto all’1,5% attuale), oppure se la crescita economica non dovesse essere in grado di sostenersi da sola e dovesse aver bisogno di una maggiore liquidità monetaria, la BCE sarebbe disposta a prolungare di altri mesi (non ben definiti però) il citato ridimensionato programma di acquisto di titoli, o addirittura aumentare nuovamente la dimensione. La Banca Centrale Europea continuerà comunque a reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza, per un “prolungato periodo di tempo, dopo la conclusione degli acquisti netti di attività, e in ogni caso finché sarà necessario”.
Se dovessimo interpretare il senso della posizione della BCE, tenuto conto della prudenza che traspare dalle predette decisioni, che peraltro non escludono eventuali ripensamenti, possiamo sostenere che, se la situazione economica non mostrerà peggioramenti (attualmen­te non previsti), a settembre si potrà avere un’ul­teriore riduzione, se non ad­dirittura l’eliminazione, del Quantitative Easing. In tale caso resterebbero soltanto i reinvestimenti dei titoli in scadenza, ma, secondo calcoli effettuati sempre nell’ambito dell’istituzione di Francoforte, si tratterebbe di limitati miliardi.
La flessibilità che la BCE fa intendere di poter adottare nei prossimi mesi va certamente condivisa poiché, anche se la ripresa si mostra sempre più solida, la crescita dei prezzi non è proprio incoraggiante e “l’inflazione di fondo è aumentata moderatamente”. Né è da trascurare la situazione in cui si trova attualmente l’euro, attestatosi su livelli da tenere sempre sotto accurati controlli, mentre i tassi d’interesse potranno restare ai valori attuali per un prolungato periodo di tempo e “ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività”.
Le conseguenze che potrebbero verificarsi, nel caso in cui venisse eliminato il citato sistema di acquisto dei titoli, riguardano la possibile tendenza a salire dei tassi d’interesse e la rivalutazione dell’euro sui mercati internazionali delle valute. E qui si deve riconoscere che l’effetto positivo della politica monetaria adottata dal presidente Draghi in questi ultimi anni si è tradotto in una svalutazione dell’euro che, a parte alcune convinzioni contrarie di determinati ambienti europei, ha fatto ripartire le esportazioni.
Anche la Germania, che a parole si è dichiarata contraria alla politica suggerita dalla BCE, si è servita della svalutazione dell’euro in maniera consistente. Attualmente la stessa Germania non ha più bisogno di questa politica monetaria, ma può ugualmente temerne le potenziali conseguenze finanziarie, poiché ha raggiunto da tempo la piena occupazione e non ha interesse ad avere l’euro svalutato. Anzi, essa può accettare un euro in crescita rispetto al dollaro, poiché può vedere aumentati i profitti delle sue imprese e il controllo dell’inflazione.
Per il nostro Paese il sistema adottato dalla BCE è stato nettamente positivo, poiché di fronte ad una crisi di fiducia generalizzata e a politiche di bilancio restrittive, alle quali si sono dovuti piegare i governi dell’Unione Europea da molti anni, l’effetto della svalutazione dell’euro sulle nostre esportazioni non può non essere menzionato. Inoltre, in Italia la ripresa è molto più debole e la disoccupazione è molto più alta rispetto alla Germania; un euro forte può ritardare e comprimere la modesta ripresa in atto e l’inevitabile aumento dei tassi d’interesse, che deriverebbe da una modifica dell’attuale politica seguita dalla BCE, potrebbe creare nuove e più pesanti difficoltà alla nostra economia, condizionata sempre più dall’enorme debito pubblico esistente, che, nonostante le varie promesse, nessun governo riesce a ridurre, anche per le rigide regole di bilancio dell’Unione Europea.
Ancora oggi non si intravedono strategie in grado di fronteggiare un eventuale ritorno alla normalità monetaria e i vari schieramenti politici del nostro Paese, invece di farsi trovare pronti ad affrontare i nuovi problemi che ci aspettano, sembrano presi soltanto dagli scontri elettorali.

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