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Eurocarni nr. 5, 2017

Rubrica: AttualitĂ 
Articolo di Ballarini G.
(Articolo di pagina 36)

Trump e Brexit riaccendono la guerra della carne con gli ormoni

Di carni ottenute da animali trattati con ormoni, nel bene e nel male, se ne parla dagli anni Cinquanta. Dopo una vastissima serie di ricerche a tutto campo e infinite discussioni si poteva pensare che si fosse arrivati, se non ad una definizione vera e propria, almeno ad una convivenza tra gli Americani che accettano queste carni, privilegiando aspetti qualitativi e economici, e gli Europei che le vietano, considerando implicazioni di sicurezza alimentare e benessere degli animali.

Carne e ormoni, un lungo e non facile cammino
Tutto iniziò quando, a metà del secolo scorso, si scoprì che il DES (dietilstilbestrolo), un farmaco sintetico con attività di tipo ormonale, adoperato per patologie femminili e poi ritirato dall’uso medico perché cancerogeno, poteva essere usato per la “castrazione chimica” dei polli con la finalità di farne dei capponi. La carne di questi animali conteneva però pericolosi residui del farmaco che nei bambini causavano gravi danni: nelle bambine, ad esempio, una precoce comparsa delle mestruazioni e nei maschietti un anomalo sviluppo del seno, sollevando anche sospetti a lungo termine di una sospetta cancerogenicità. Per questo motivo l’uso del DES fu bandito anche in campo animale. In modo analogo avvenne per i farmaci tireostatici, come il metiltiouracile, che aumentano l’acqua del muscolo (frode al consumatore), e per altri farmaci come i cortisonici, anche questi vietati nella produzione della carne. Il Ministero della Sanità italiano già nel 1964 emise un provvedimento che proibiva il trattamento con sostanze ormonali e la loro detenzione. Una posizione successivamente condivisa e adottata da tutti i Paesi dell’Unione Europea.
Di pari passo iniziarono le indagini di controllo sulle carni, poi sviluppatesi nell’attuale Piano Nazionale Residui (PNR) di sorveglianza, predisposto al fine di verificare l’utilizzo di sostanze vietate, la somministrazione abusiva di sostanze autorizzate, la conformità dei residui di medicinali veterinari con i limiti massimi di residui (LMR) e le quantità massime di contaminanti ambientali fissate dalla normativa nazionale e comunitaria.
Abbandonati e vietati gli ormoni sintetici e i farmaci, soprattutto negli Stati Uniti d’America iniziarono ad essere studiati gli ormoni naturali androgeni, estrogeni e progestinici. In opportune associazioni, dosi e forme di somministrazione a rilascio in misura significativa favoriscono la crescita di peso degli animali, anche del 10/20% e, soprattutto, lo sviluppo di muscoli magri. Considerando i vantaggi economici, la qualità delle carni magre e quindi il loro miglioramento quali-quantitativo, gli USA e altri Paesi autorizzarono e continuano oggi a permettere l’impiego di alcuni ormoni, adottando rigorose misure cautelative per evitare la presenza di residui come i tempi di macellazione dopo il trattamento e l’asportazione della zona in cui è stata fatta l’iniezione dell’impianto ormonale. Ora una gran parte della carne bovina prodotta e consumata negli USA proviene da animali trattati con ormoni.
Nell’Unione Europea diversa è stata la decisione presa a riguardo, con il loro assoluto divieto, non solo per una sempre possibile presenza di residui nelle carni — applicando quindi il “principio di precauzione” — ma anche per il mancato rispetto del benessere animale — e, quindi, in una concezione di difesa di “naturalità” degli alimenti — perché i trattamenti ormonali sconvolgono i naturali equilibri endocrini. Una linea decisionale mantenuta sempre, anche all’interno di un lungo e non sempre facile dibattito, durante il quale i ricercatori del Regno Unito non si sono sempre trovati d’accordo.

Carni e ormoni, un mondo diviso
Dopo oltre sessant’anni dall’inizio d’uso degli ormoni nella produzione di carne, soprattutto bovina, nel mondo vi è una divisione. Da una parte gli USA privilegiano gli aspetti economici degli allevamenti e una certa qualità delle carni. Da un’altra parte l’UE è interessata a tutelare al massimo la sicurezza e la naturalità degli alimenti e il benessere degli animali. Inoltre, negli Stati Uniti, per vietare una sostanza bisogna provarne la pericolosità; nell’Unione Europea, invece, ogni sostanza è ammessa solo se si dimostra che non mette a rischio la salute.
Il Codex Alimentarius, organo scientifico internazionale della FAO e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha tentato di risolvere la divergenza di opinioni tra UE e USA senza tuttavia trovare un accordo che avrebbe favorito i commerci, considerando che gli USA sono i più grandi produttori mondiali di carne bovina e che sono molto interessati all’esportazione di questo alimento. Per questo, solo dopo diverse fasi di contrasto, si era giunti ad un’intesa per la quale gli USA avrebbero prodotto, tracciato e certificato carne prodotta da animali non trattati con ormoni che poteva essere importata dalla UE, la quale, con un accordo commerciale, si impegnava ad importare 45.000 tonnellate di carne americana. Ma, una volta prodotta, quella carne è stata solo in parte acquistata.

Trump, carne, ormoni e Brexit
La presidenza di Trump ha di nuovo acceso gli interessi degli allevatori di bestiame bovino da carne che nelle loro esportazioni si sentono penalizzati da accordi e regole internazionali. I grandi allevamenti americani sono situati negli stati che hanno dato il maggiore appoggio al nuovo presidente e lo spingono a liberarsi dai vincoli presi in precedenza e, soprattutto, ad aumentare le esportazioni. L’Unione Europea, si è già accennato, ha accettato l’importazione di carne americana non trattata con gli ormoni, ma ai produttori non basta, perché questa carne è l’equivalente di duecentocinquanta milioni di dollari, solo un quarto rispetto al venduto, con o senza ormoni, nella sola Corea del Sud. Per questo Donald Trump sembra pronto ad appoggiare le richieste degli allevatori aprendo una guerra commerciale con l’Unione Europea che non importa carne prodotta con ormoni, con una ritorsione attraverso dazi aumentati del 100% su prodotti che l’UE esporta negli USA.
In un quadro come quello delineato va anche inserita l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La UK è un buon importatore di carne, per un valore annuo di circa nove miliardi di sterline, in gran parte provenienti dall’UE, ma con la Brexit come orienterà i suoi futuri commerci? Aprirà il suo mercato alle carni americane, fino ad ora ostacolate dalla guerra degli ormoni? Non si dimentichi che sempre più forte sembra l’avvicinamento del UK post-Brexit con gli USA, nuovo partner che può contrastare l’isolamento inglese, che gli stili di vita inglesi e i consumi di carne sono vicini a quelli americani e non di tipo mediterraneo, in un paese dove il prezzo degli alimenti sembra l’elemento più importante di scelta, e che durante le discussioni che portarono l’UE a bandire l’uso degli ormoni nella produzione di carne bovina, molti pareri contrari vennero proprio dai diversi ricercatori del Regno Unito.


Prof. Em. Giovanni Ballarini
Università degli Studi di Parma

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