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Eurocarni nr. 5, 2017

Rubrica: Slalom
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 30)

Il “vero” volto degli Stati Uniti d’America

Esattamente un secolo fa, nel 1917, una legge americana, adottata malgrado il parere contrario del presidente Wilson, aveva stabilito un lungo elenco di persone “non gradite” sul territorio degli USA per i più svariati motivi, che andavano dall’origine asiatica (ad eccezione dei Giapponesi) alle malattie mentali. A confronto di quel­la legge il decreto del presidente Trump, che vieta l’ingresso negli USA dei cittadini di taluni paesi di religione musulmana1, appare co­me una misura piuttosto blanda. In realtà, se si prescinde dall’uso di un linguaggio particolarmente rude e aggressivo e si esamina il contenuto sostanziale del programma del presidente Trump, ci si accorge che esso si inserisce in una lunga tradizione della politica statunitense, a suo tempo isolazionista e in epoca più recente protezionista. Non dimentichiamoci che tutte le grandi crisi economiche e finanziarie degli ultimi novant’anni hanno avuto la loro origine negli USA.
In primo luogo, Trump vuole ridurre la pressione fiscale sulle imprese e rimpatriare i benefici detenuti all’estero dalle società americane, con lo scopo di iniettare nell’economia nazionale una parte dei 2.600 miliardi di euro che dormono all’estero.
In secondo luogo, il nuovo presidente intende favorire la produzione sul territorio nazionale, stimolando gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. A tal fine egli ha promesso di ridurre gli oneri amministrativi, di diminuire una serie di ostacoli allo sviluppo del settore energetico creati per la protezione dell’ambiente e di introdurre importanti diritti doganali, come per esempio una tassa sulle automobili prodotte nel Messico.
Un’altra priorità dell’amministrazione Trump sono le infra­strutture, che debbono essere rinnovate. In proposito saranno stanziati 1.000 miliardi di dollari su un periodo di dieci anni. Inoltre, Donald Trump vuole correggere gli “errori” della precedente amministrazione, in particolare il famoso Obamacare.
Un’altra preoccupazione è il controllo dell’immigrazione, in particolare dal Messico e dai paesi di religione musulmana. Ma i suoi poteri non sono illimitati.
Come si è accennato, un primo decreto, adottato fin dai primi giorni del suo mandato e relativo a taluni paesi di religione musulmana, è stato bloccato dal potere giudiziario. Anche l’applicazione di un secondo decreto, meno drastico, è stata impedita da taluni giudici federali. In maniera generale, l’amministrazione Trump dovrebbe ispirarsi, in questa materia, agli esempi canadesi e australiani.
È soprattutto nel campo delle relazioni commerciali che il presidente vuole correggere l’orientamento della politica statunitense. Egli è ostile agli accordi di libero scambio.
Tuttavia, la sua volontà di rimettere in questione l’ALENA (NAFTA in inglese, cioè il trattato fra USA, Canada e Messico) e di rifiutare l’applicazione del TPP o “partenariato trans-pacifico” (con i paesi della regione Asia-Pacifico)2, potrà difficilmente superare lo scoglio di un’eventuale opposizione del Congresso e del Senato. Infatti, un esame obiettivo degli accordi già conclusi o in corso di negoziazione rivela che questi accordi sono vantaggiosi per l’economia americana.
Sarà difficile, per non dire impossibile, ottenere nel Congresso e nel Senato la maggioranza neces­saria per denunziare tali accordi. Una decisione in tal senso aumenterebbe i prezzi dei beni e dei servizi per i consumatori americani, ridurrebbe il loro potere d’acquisto e renderebbe meno competitive le imprese.
Ma il presidente Trump è un uomo d’affari e conta probabilmente sul fatto che gli altri “partner” difficilmente seguiranno il suo esempio e continueranno, quindi, a importare prodotti americani e a finanziare il deficit degli USA.
In realtà, molto prima dell’era Trump gli USA non hanno esitato ad adottare misure protezioniste. Senza voler risalire ad epoche lontane, basti pensare ai diritti doganali elevati su taluni acciai o sui pannelli solari cinesi. Il protezionismo annunziato dell’amministrazione Trump deve comunque essere relativizzato nel contesto della nuova fase dell’economia internazionale, meno favorevole agli scambi.
Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il ritmo di crescita del commercio internazionale nel 2016 è stato il più debole dalla recessione mondiale del 2009 in poi. Dal 2008 al 2016 i 164 membri dell’OMC hanno introdotto 2.978 misure restrittive del commercio, mentre nessun nuovo accordo multilaterale è stato concluso.
Tuttavia, il protezionismo non giustifica da solo il rallentamento del commercio internazionale. Dopo l’esplosione della delocalizzazione delle produzioni negli anni Novanta, questo movimento si sta esaurendo. L’aumento rapido dei salari, per esempio in Cina, e l’applicazione di norme di protezione dell’ambiente anche nei paesi più poveri hanno reso meno interessanti le produzioni all’estero per i paesi più sviluppati. D’altronde, lo sviluppo delle economie emergenti ha permesso di ridurre le importazioni a vantaggio delle produzioni domestiche. Infine, si assiste al mutamento delle abitudini di consumo, sempre più orientate alle produzioni locali.
In conclusione, malgrado le apparenze, la presidenza Trump non ha realmente innovato; essa ha rivelato il “vero” volto degli USA3, che l’amministrazione Obama aveva cercato di nascondere.

Sergio Ventura



Note
Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. L’applicazione di questo decreto si è urtata all’opposizione del potere giudiziario, sicché il presidente Trump ha dovuto emettere un secondo decreto, ma anche questa seconda versione è stata bloccata da molti giudici federali. Esasperato, il presidente Trump ha minacciato di ricorrere alla Corte Suprema.
Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
Cf. A. Adler, La chute de l’empire américain, Grasset, 2017; B. Vincent (dir.), Histoire des États-Unis, 4a ed., Flammarion, 2016; W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, 2004 (titolo originale: Killing Hope. U.S. military and CIA Interventions Since World War II); J.J. Servan-Schreiber, Le défi américain, Denoël, 1967; F. Thistlethwaite, Storia degli Stati Uniti, Cappelli, 1955 (titolo originale: The Great Experiment. An Introduction to the History of the American people).

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