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Eurocarni nr. 4, 2017

Rubrica: Fiere
(Articolo di pagina 98)

Dalle prescrizioni religiose alle opportunità di mercato

Alla prossima edizione di Tuttofood (Milano – 8/11 maggio) grazie alla presenza di un logo che identificherà gli espositori di prodotti certificati, i visitatori potranno costruirsi un proprio “percorso kosher” attraverso i diversi settori

Essere osservanti anche a tavola. In una società multietnica, dove crescono i fedeli di confessioni che prevedono diversi tipi di prescrizioni alimentari, è un’esigenza sempre più sentita. E che permette di coniugare l’etica con il business, rappresentando una nicchia di mercato in costante aumento. È il caso dei cibi kosher, come vengono definiti gli alimenti conformi ai dettami della religione ebraica. Si calcola che oggi i fedeli dell’ebraismo siano circa 14 milioni in tutto il mondo e almeno 45.000 in Italia. Benché non tra le più numerose, la comunità ebraica italiana è la più antica dell’Europa occidentale — risale infatti alla presenza degli ebrei nella Roma imperiale — e ha contribuito a plasmare l’identità del nostro Paese fino dai tempi della Venezia dei Dogi o della Corte estense di Ferrara. Ampliando lo sguardo all’estero, il target si accresce in maniera considerevole: l’American Jewish Committee calcola ad esempio che rispetti le regole kosher un sesto dei circa 5,3 milioni di ebrei che vivono negli USA (la più grande comunità fuori da Israele), quasi 900.000 consumatori. Ma in realtà il mercato è molto più ampio, come spiega il Rabbino Moshe Saadoun, che segue per l’Italia le certificazioni di Services International Kosher Supervision, presente anche a Tuttofood 2017. «La certificazione kosher viene concessa solo dopo ispezioni molto severe da parte di rabbini specializzati e implica una particolare attenzione tanto agli ingredienti quanto ai metodi di lavorazione.
In linea di massima la certificazione è tanto più difficile da ottenere quanto più numerosi sono gli ingredienti di un prodotto: il kosher si riallaccia dunque anche al tema della “etichetta corta”, prodotti semplici con ingredienti genuini
». Su molti mercati la certificazione viene quindi percepita come una sorta di “bollino di qualità anche dai non ebrei”. «Si stima che solo in America del Nord siano almeno 70-80 milioni i consumatori che acquistano abitualmente prodotti kosher come garanzia di qualità – prosegue il Rabbino Saadoun — per questo la nostra presenza in fiera sarà all’insegna della certificazione anche come modo per incrementare il fatturato. L’Italia, assieme alla Germania, è il Paese che mostra più interesse anche per il suo forte orientamento all’export: infatti sono oltre 500 le aziende italiane che abbiamo già certificato. Il made in Italy agroalimentare è molto apprezzato nei mercati più sensibili al kosher e possedere la certificazione rappresenta senz’altro un vantaggio competitivo. In Israele, un mercato molto dinamico, il 90% della popolazione preferisce prodotti kosher. Qui la certificazione è regolata per legge e la nostra organizzazione può fornire supporto per ottenerla».
Ma cosa significa esattamente kosher? Letteralmente, il termine si traduce con “permesso, appropriato, corretto” e indica le norme che stabiliscono quali cibi siano leciti e in che modo vadano preparati. Alcuni animali, come il maiale — ma anche crostacei e molluschi — non sono permessi tout court; la carne in generale non può essere mischiata con il latte e sono prescritte precise regole di macellazione rituale. Inoltre, anche per i vegetali, le norme possono riguardare le modalità di raccolta e preparazione. Si tratta di regole piuttosto complesse e, oggi, in particolare per i prodotti lavorati, i consumatori che desiderano rispettarle preferiscono in genere affidarsi ad una certificazione.


>> Link: www.tuttofood.it

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