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Eurocarni nr. 4, 2017

Rubrica: Osservatorio internazionale
(Articolo di pagina 32)

Il bando della Russia sulle carni suine dall’UE è illegale

L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha dato ragione ben due volte al ricorso dell’Unione Europea contro il provvedimento russo, riaprendo un mercato da 1,4 miliardi di euro l’anno

La diatriba ebbe inizio indicativamente tre anni or sono, nell’aprile 2014, quando l’Unione Europea chiese alla Federazione Russa consultazioni finalizzate ad avere chiarimenti circa alcune misure restrittive intraprese, che impedivano il libero commercio di suini vivi, carni suine e loro derivati di provenienza europea, motivate con la presenza di casi di peste suina africana nel territorio di taluni Paesi Membri (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia). Non avendo ricevuto sufficiente soddisfazione alle richieste di spiegazioni e perdurando il blocco, l’Unione decise di adire l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, nell’acronimo inglese) per far valere i propri diritti. Nell’ottobre del 2014 venne prontamente costituito un panel di valutazione del caso, identificato con la sigla DS475. Non si tratta certo di uno scontro di poco conto, visto che l’Unione Europea, in precedenza, esportava mediamente 1,4 miliardi di euro all’anno tra carni, derivati e alimenti a base di carne suini: certamente non una quota elevata dell’export complessivo, se rapportata ai 74 miliardi di euro di beni e servizi che l’UE ha esportato verso la Russia nel 2015, ma di certo uno sbocco importante per molti paesi europei grandi esportatori di carni suine fresche come la Danimarca, che ha infatti sofferto dell’improvviso e protratto blocco, ma anche di carni trasformate come l’Italia, la quale ha visto chiudersi frontiere che avevano visto un crescente interesse per i prodotti della salumeria made in Italy.
Le importazioni totali di carni suine nella Federazione Russa da tutti i Paesi del mondo hanno visto una consistente contrazione nell’ultimo quinquennio: dal picco di 1,1 milioni di tonnellate nel 2012 sono infatti scese a 600.000 tonnellate nel 2014, anno dell’entrata in vigore del bando verso l’Unione Europea, fino a meno di 500.000 tonnellate nell’anno 2016. A beneficiare dell’embargo all’Europa è stato soprattutto il Brasile, che in questo quadriennio ha visto raddoppiare le proprie esportazioni da 170.000 a 340.000 tonnellate, oltre la metà dell’attuale import russo.
Nonostante questa difficile situazione con il gigante euro-asiatico, l’Unione Europea ha trovato nuovi sbocchi per le carni suine, il cui commercio con l’estero è passato da 2,2 milioni di tonnellate nel 2014 a 2,5 milioni di tonnellate nel 2016.

L’iter e la conclusione vittoriosa
I lavori e le schermaglie di posizione si sono protratti per quasi due anni, fino al pronunciamento nell’agosto 2016 da parte del panel individuato dal WTO per dirimere la questione, il quale ha dato ragione piena all’Unione Europea additando come pretestuose le motivazioni sanitarie addotte dalla Federazione Russa per tenere lontane le derrate di origine suina dal proprio mercato interno.
L’Unione Europea ha fatto ricorso al WTO su ben sette temi, su sei dei quali il panel si è espresso a favore (rigettato solo il ricorso sulla trasparenza). In particolare, alla Federazione Russa è stata attribuita una interpretazione errata di diversi punti degli accordi sulle misure sanitarie e fitosanitarie (SPS Agreement), a partire dalle definizioni stesse di “misure sanitarie” ma anche per il comportamento discriminatorio ed arbitrario tra territori nei quali sussistono condizioni uguali o simili: l’Unione Europea è riuscita a dimostrare che nel proprio territorio esistono aree indenni da peste suina africana con la ragionevole certezza che lo rimangano anche nel futuro, persino all’interno dei quattro Stati dove si erano verificati focolai di peste (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia).
Il 23 settembre la Federazione Russa ha deciso di presentare appello contro la decisione, seguito il 28 settembre dal contro-appello da parte dell’Unione Europea. Infine, il pronunciamento finale dell’organo di appello è stato emesso in data 23 febbraio 2017, con la conferma del giudizio precedentemente espresso nell’agosto del 2016, ovvero l’infondatezza di restrizioni all’importazione basate su un asserito rischio di propagazione della malattia, tenuto sotto controllo dall’efficiente sistema di monitoraggio e gestione attuato in tutta l’Unione Europea.
La Commissione europea ha immediatamente rimarcato in un comunicato stampa che si tratta di una importante vittoria delle regole sull’arbitrarietà, con funzione anche di monito verso altri Stati che volessero erigere barriere commerciali millantando fondamenta di natura sanitaria. La vittoria è particolarmente efficace per la difesa del criterio di regionalizzazione dei focolai di infezione prevista dall’articolo 6 degli accordi sulle misure sanitarie e fitosanitarie, criterio molto importante per un’area vasta e diversificata come è l’Unione.
La Commissione ha pertanto invitato la Federazione Russa a ritirare con effetto immediato il bando imposto sulle carni suine e sui prodotti a base di carne suina. Qualora Mosca non dovesse dare seguito alla riapertura del mercato, Bruxelles avrebbe titolo per imporre sanzioni economiche pari al valore di mercato delle transazioni che vengono impedite, cioè i citati 1,4 miliardi di euro all’anno.


Roberto Villa

Eurocarni
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