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Eurocarni nr. 4, 2017

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 56)

Box singoli per vitelli: effetti deleteri sul comportamento

Come tutte le specie sociali, quella bovina ha bisogno di un contatto precoce e duraturo con i conspecifici. L’impossibilità di vivere in un ambiente sociale complesso provoca un aumento dello stress e difficoltà ad adeguarsi alla routine di allevamento

Confrontando i risultati di numerosissime e recenti indagini, i ricercatori dell’Animal Welfare Program dell’Università canadese della British Columbia, Faculty of Land and Food Systems, J.H.C. Costa, M.A.G. von Keyserlingk e D.M. Weary ipotizzano che la stabulazione in box singolo dei vitelli per i primi due mesi di età non porti alcun vantaggio né agli animali né all’azienda zootecnica. Nel 2016 hanno pubblicato sulla rivista Journal of Dairy Science l’articolo “Invited review: effects of group housing of dairy calves on behaviour, cognition, performance and health”, nel quale smontano sistematicamente le motivazioni solitamente addotte per continuare a praticare questo sistema di gestione ed evidenziano invece gli svantaggi che ne derivano. La pratica è ampiamente diffusa in Italia e in Europa perché consentita dalle attuali normative di tutela del benessere animale. Però…
Però ci sono pochi dubbi riguardo al fatto che l’isolamento stretto nei confronti dei conspecifici vissuto dai vitelli di due mesi di età possa essere definito “isolamento sociale”. Non esiste un’unica definizione per il termine “isolamento sociale”: secondo alcuni può essere definito tale solo il completo isolamento per periodi estesi, mentre per altri autori sono sufficienti due ore al giorno durante la seconda settimana di vita. Infatti, nel 1977 Gottman definì questa situazione come “un’assenza o una bassa frequenza di interazioni fra pari durante un periodo esteso di tempo”; intesa in questi termini, la stabulazione in box singolo nei primi due mesi di vita rientra senza dubbio nella definizione di “isolamento sociale”.
Ed è possibile che questo isolamento comporti importanti effetti deleteri sullo sviluppo cognitivo del vitello, proprio come accade in altre specie.

L’isolamento sociale ha effetti per tutta la vita
Nei bambini, l’isolamento o la deprivazione sociale hanno gravi conseguenze comportamentali per tutta la vita del soggetto, compresa la fase adulta. Si riscontrano anche evidenze di effetti a lungo termine quali alterazioni neuroendocrine, neurologiche e immunologiche. L’isolamento è inteso sia come separazione dalla madre, sia come mancanza di interazione fra conspecifici in età precoce.
Sono numerose anche le ricerche degli effetti dell’isolamento sociale condotte sugli animali, soprattutto primati, topi, ratti e suini. Anche in queste specie, soggetti isolati socialmente da giovanissimi manifestano alterazioni del comportamento in fase adulta, quali incapacità di espletare le cure materne, aumento dell’aggressività, bassa posizione sociale all’interno del gruppo. Nei macachi, la separazione dalla madre provoca la manifestazione di comportamenti sociali scorretti e indesiderati in età adulta, quali ad esempio iperattività e aumento di sensibilità allo stress.
Mentre la separazione parziale o totale dalla madre in topi, ratti e suini provoca alterazioni comportamentali che si conservano nel lungo periodo, con modificazioni delle reazioni emotive, delle funzioni cognitive, delle risposte fisiologiche nel loro insieme, comprese le risposte allo stress. Ormai è completamente assodato che l’esperienza sociale fornita dai rapporti con la madre e con i conspecifici in età infantile sia indispensabile perché i soggetti appartenenti a specie sociali abbiano uno sviluppo normale. In sostanza, le ricerche su diverse specie — anche zootecniche — dimostrano che l’isolamento sociale è associato a comportamenti anormali e problemi di sviluppo; «di conseguenza, è ragionevole prevedere che simili effetti esistano anche nella specie bovina», hanno affermato i ricercatori. Il problema non è da poco: infatti si sa che i bovini stressati sono meno produttivi.

Il bisogno di socialità nei vitelli
Quando sono stabulati separati dalla vacca, ad appena due giorni di vita i vitelli cercano già di interagire con i conspecifici, qualora questo sia possibile (Duve e Jensen, 2012). Sebbene si sia visto che i vitelli allevati in gruppo fin dalla nascita e per le prime otto settimane di vita trascorrano solo il 2% del loro tempo in contatto sociale (e proprio questo misero 2% ha giustificato finora la possibilità di mantenere i vitelli isolati nei primi due mesi di vita), si è anche potuto osservare come i vitelli siano fortemente motivati a creare un contatto con i loro coetanei. Ad esempio, due vitelli separati da una barriera interagiscono per quanto sia loro reso possibile dall’ostacolo e si impegnano per cercare di superare la barriera e raggiungere così la possibilità di un contatto completo con l’altro vitello (Holm et al., 2002).
D’altronde, vi è la prova che i vitelli siano perfettamente in grado di creare fin dalla tenera età un legame sociale: i giovani vitelli allevati in gruppo dalla nascita, durante i choice test, mostrano una spiccata preferenza per i vitelli del loro gruppo; se posti di fronte alla scelta fra avvicinarsi a un vitello sconosciuto o ad uno del gruppo, optano per il secondo.
Ma non è tutto: i legami sociali creatisi fra vitelli durano a lungo e si possono individuare anche a distanza di molto tempo.

Ricchezza dell’ambiente sociale e capacità di risposta
Gli articoli che affrontano la relazione fra ambiente sociale in cui un animale è cresciuto e suoi comportamenti sono numerosi e tutti indicano che, rispetto a quelli allevati in box singolo, i vitelli allevati con social housing sono meno timo­rosi e manifestano un comportamento dominante sui compagni quando, nelle fasi successive della vita, vengono rimescolati in nuovi gruppi. Analizzando più appro­fonditamente i risultati dei numerosissimi studi considerati, come hanno fatto gli autori della review pubblicata sul Journal of Dairy Science, emerge che vi sono più fattori che influenzano lo sviluppo del comportamento sociale: l’età del primo contatto con conspecifici e la qualità di questo primo contatto. Con qualità del primo contatto, infatti, si può distinguere fra animali che hanno potuto beneficiare di un contatto solo visivo oppure solo uditivo e vitelli che invece hanno avuto la possibilità di entrare completamente in contatto con gli altri vitelli perché allevati nello stesso recinto. Questi ultimi soggetti creavano un legame più solido con i compagni rispetto agli altri vitelli. Gli animali isolati o con la possibilità di avere solo minimi contatti manifestavano più timore.
Per quanto riguarda l’età, gli studi confrontavano i risultati di vitelli appena nati, oppure di 3 settimane di vita, senza registrare grandi differenze. Dunque, gli autori concludono che è importante fornire un contatto sociale completo (fisico, e non solo uditivo o visivo) con gli altri vitelli fin dalla più tenera età.

La mitigazione sociale sui fattori di stress
Con supporto sociale si intende l’insieme degli effetti benefici dati dalla presenza di un conspecifico, senza tenere conto del fatto che l’animale sia sottoposto o meno a test. Con mitigazione sociale si intende la capacità che hanno i compagni sociali di ridurre gli effetti degli stimoli e delle situazioni stressanti durante un test. La mitigazione sociale è stata dimostrata esistere negli umani, nei ratti, nei porcellini d’India, nei suini e in altri animali da reddito.
Si sa che nei bovini la mitigazione sociale consente di ammorbidire le reazioni comportamentali in caso di separazione sociale. Ad esempio, si ritiene che quanto più il vitello muggisca in un nuovo contesto, tanto più sia stressato da questa novità. Faerevik et al. (2006) hanno notato che un vitello posto in un nuovo recinto muggisce meno se è in compagnia di un altro vitello che conosce, di più se anche il suo compagno è uno sconosciuto. Ma gli autori dell’articolo hanno individuato studi in cui la mitigazione sociale è efficace anche in risposta a situazioni stressanti di natura non sociale. Ad esempio al momento dello svezzamento: di fronte allo stress del cambio di alimentazione muggiscono con più veemenza i vitelli allevati in box singolo. Gli animali da reddito, comprese le bovine da latte, sono frequentemente esposti a cambiamenti, quali il cambio di dieta, lo spostamento di recinto, la riorganizzazione dei gruppi di animali e le modifiche nei contatti con l’uomo (si pensi alla fecondazione, alla diagnosi di gravidanza e alla mungitura). Dunque, la capacità di affrontare le situazioni nuove e i cambiamenti in generale senza subire un eccessivo stress è una qualità rilevante per gli animali da reddito, un parametro zootecnico con effetti concreti sulla vita dell’allevamento.
Gli animali allevati in box singolo mostrano una maggiore reattività alle novità presenti nell’ambiente rispetto a quelli in grado di intessere relazioni sociali fin dalla tenera età. Ad esempio, rispetto a quelli meglio socializzati, i soggetti isolati si spaventano di più di fronte allo stesso stimolo e sviluppano comportamenti orali autodiretti, ovvero le temute stereotipie, manifestazioni comportamentali di un grande disagio. Per contro, contatti sociali precoci riducono i parametri comportamentali e fisiologici legati alla reazione a novità presenti nell’ambiente.
I vitelli che hanno goduto del contatto sociale mostrano ridotte reazioni alla costrizione indotta dalle operazioni di allevamento, giocano di più al momento del pasto di latte e ottengono maggiori successi nelle competizioni con gli altri bovini nel periodo post-svezzamento. Presentano anche una minore reattività della corticale del surrene allo stress. I vitelli allevati in coppie o in piccolo gruppi mostrano minore frequenza cardiaca quando vengono posti in un recinto insieme a un vitello sconosciuto; inoltre, se vengono posti in questa situazione dopo il pasto, si mostrano più propensi ad avvicinare il vitello e meno timorosi. Infine, e non è affatto da poco, i vitelli allevati in gruppo mostrano minor neofobia nei confronti di un alimento nuovo.

Il legame fra isolamento e capacità di apprendimento
In varie specie l’isolamento sociale nel primo periodo di vita compromette la capacità di apprendere. Questa abilità e la flessibilità del comportamento vengono spesso testate con i test di reversal learning o test “di inversione”. Uno studio di Gaillard et al. del 2014 confronta le capacità di vitelli allevati in coppia oppure da soli: i vitelli del box singolo sbagliano di più nella fase di apprendimento a come svolgere il test, perché “hanno una flessibilità di comportamento compromessa”, ovvero non sono in grado di formulare risposte nuove, e quindi perseverano nei loro errori. In uno studio successivo, la maggior parte dei vitelli allevati in box singolo dimostra di non essere in grado di apprendere il compito da svolgere nemmeno raddoppiando le prove necessarie ai vitelli socializzati.
I risultati non sono apparsi come una sorpresa per gli autori: anche in altre specie si sa che i soggetti isolati non apprendono velocemente quanto gli altri. Perché l’isolamento comporta un deficit cognitivo, associato a sviluppo e plasticità cerebrali ridotti.
In realtà, la complessità dell’ambiente sociale in cui devono vivere i vitelli giovanissimi per riuscire a trarne beneficio non è elevata. Infatti, per Meagher et al. (2015) non c’è una grande differenza nei risultati del test fra i vitelli allevati in un ambiente sociale complesso, in cui hanno contatti con la propria madre, altre vacche e coetanei, e i vitelli che più semplicemente vengono allevati a coppie. Gli autori concludono che, analogamente ad altre specie, anche i vitelli allevati in isolamento presentano deficienze nelle esperienze sociali, difficoltà nel fronteggiare le situazioni nuove e scarse abilità di apprendere. Tutto ciò può ridurre l’abilità dell’animale ad affrontare i cambiamenti ambientali tipicamente presenti nell’allevamento.

Conseguenze di lunga durata
La comunità scientifica ritiene ampiamente che la capacità di adottare un comportamento flessibile dipenda dall’esposizione a un ambiente complesso e vario nelle prima fasi di vita. Ecco perché sarebbe opportuno affrontare in futuro studi che definiscano con maggior precisione la durata del periodo critico per quanto riguarda la capacità sociale, in modo da riuscire a evitare gli effetti deleteri sulla flessibilità del comportamento e sulla capacità di apprendere comportamenti nuovi.
Gli autori si domandano anche se sarebbe possibile mitigare gli effetti dell’isolamento sociale dai conspecifici esponendo i vitelli a un maggior contatto con la natura, con l’uomo o fornendo loro giochi. Gli effetti deleteri dell’isolamento sociale dalla nascita fino allo svezzamento pare persistano a lungo. Già nel 1989 Le Neindre aveva rilevato che vitelle allevate insieme a una vacca-balia dimostravano, una volta adulte, comportamenti materni più pronunciati e durante test di isolamento condotti anni dopo erano più motivate a muoversi ed esplorare il recinto. Dunque provavano meno timore di fronte a una novità.
Recentemente Wagner (2012) ha rilevato che vitelle allevate con la propria madre vivono meglio l’inserimento nel gruppo delle manze in lattazione, il che gli ha fatto ipotizzare che il social housing durante il primo periodo di vita dei vitelli possa accrescere abilità sociali utili nelle successive fasi di vita.
In conclusione, gli autori affermano che l’allevamento in box singolo per i vitelli ha effetti deleteri sullo sviluppo del soggetto. Auspicano che il sistema di stabulazione adottato per gli animali dalla nascita allo svezzamento riesca ad andare incontro ai loro bisogni in termini sia di temperatura ambientale, sia di esigenze fisiche, ma anche di esigenze psicologiche e comportamentali. E, in ultima istanza, il comune ricorso al box singolo (consentito dalla normativa europea) viola almeno gli ultimi due criteri.


Giulia Mauri

Eurocarni
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