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Eurocarni nr. 3, 2017

Rubrica: Interviste
(Articolo di pagina 46)

Benessere animale, serve un’informazione più corretta

Carni Sostenibili ha incontrato il professor Marco Tassinari

Il benessere animale è ormai uno dei temi più dibattuti e controversi del momento. Del resto, trattare bene gli animali è nell’interesse di tutti. Ma è sempre vero quello che viene riportato sui mass media, costretti come sono all’inseguimento dell’audience? E qual è la reale situazione degli allevamenti italiani? Il portale www.carnisostenibili.it si è confrontato con il professor Marco Tassinari, medico veterinario e docente incaricato di Zootecnia generale e Produzioni bovine presso il Dipartimento di Scienze mediche veterinarie dell’Università di Bologna.

Cosa ci dice della legislazione italiana a livello di benessere animale?
«Siamo molto più avanti rispetto ad altri Paesi europei, in quanto noi abbiamo fatto dei passi oltre la normativa esistente varando dei controlli sulla bovina da latte e sul bovino da carne che non sono normati a livello europeo. Ci sono inoltre molti controlli da parte degli operatori delle ASL, quindi dei pubblici ufficiali, che hanno quella scheda di valutazione che, a livello europeo, viene chiamato Welfare Quality».

Perché è l’ASL a valutare il benessere animale degli allevamenti?
«Perché un veterinario pubblico ufficiale è il controllore non solo della salute degli alimenti, ma anche degli animali allevati a scopo zootecnico. Sono quindi questi veterinari che di fatto controllano la normativa sul benessere animale. Al di là delle singole filiere, che al loro interno hanno i rispettivi controlli, ci sono enti di certificazione terzi che vanno a verificare se quanto un allevatore dice è effettivamente vero. E il controllo ufficiale del benessere animale negli allevamenti è eseguito dai veterinari dell’ASL».

Non pensa ci siano comunque dei margini di miglioramento in Italia quando si parla di benessere animale?
«Di margini di miglioramento ce ne sono molti, in diversi settori. Se prendiamo quindi le singole produzioni (bovini, suini, pollame, ovicaprini), ci sono margini di miglioramento anche perché molte strutture sono vecchie e il benessere animale parte anche dal presupposto che ci siano appunto delle strutture idonee. Si tratta di investimenti che possono essere fatti e che ovviamente hanno dei costi, ma ci si sta adeguando. Ad esempio, ci sono molti allevamenti che hanno arricchito gli ambienti delle proprie stalle per fare distrarre o addirittura giocare gli animali. Ci sono settori che hanno fatto molti passi avanti, altri in cui si deve intervenire, anche perché in certi casi c’è carenza di una normativa specifica, come nel caso della bovina da latte».

È vero che in un piccolo allevamento gli animali stanno sempre meglio?
«Non è necessariamente vero. Potrebbe essere vero per certi aspetti, ma non per altri, perché tornando, ad esempio, alle condizioni di alcune vecchie strutture, che potevano essere accettate 30 o 40 anni fa, oggi non sono più idonee. Bisogna quindi vedere per il piccolo allevamento se si è adeguato o meno con nuove strutture alle normative sul benessere animale. “Piccolo allevamento” non significa sempre benessere animale e “grande allevamento” non vuol dire necessariamente non-benessere animale, e viceversa. Oltre alle strutture, il benessere animale è legato anche a fattori come il rapporto dell’animale con l’uomo. Per questo è molto complesso da determinare e dipende di volta in volta dal singolo caso».

Il benessere animale conviene anche all’allevatore?
«Migliore benessere animale significa anche maggiore reddito economico, perché una migliore sanità animale garantisce migliori produzioni, grazie a un minore impiego di farmaci e a un rapporto uomo/animale più consolidato. Di conseguenza, un animale tenuto in buone condizioni tende ad essere più remunerativo per un allevatore. L’allevatore di solito non vede solo una fonte di reddito nell’animale, ma ci vede la sua vita: anche se lo fa per fini economici, crede in quello che sta facendo e tende anche solo per questo ad accudire gli animali nel migliore dei modi possibili».

Perché allora ci sono trasmissioni televisive che fanno passare il messaggio che tutti gli allevamenti sono come dei “lager”, in cui gli animali vengono maltrattati per puro sadismo? E cosa pensa di questo tipo di giornalismo?
«Si tratta di trasmissioni scandalistiche più che di giornalismo. Noi da anni stiamo parlando di qualità dell’informazione, non solo scientifica, ma anche giornalistica. Però, si sa, fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, e ovviamente c’è chi va alla ricerca di aspetti negativi da buttare in pasto all’opinione pubblica come se fosse la realtà quotidiana. Gli addetti del settore, vedendo certi video o leggendo certi articoli e libri, capiscono subito che, se non di parte, questa non è una corretta informazione perché non rappresenta la realtà. Quindi entrare in un allevamento, magari di notte (che tra l’altro sarebbe un reato), farne vedere solo una piccola parte e far credere che l’allevamento tipo di suini o di altri animali sia così è completamente sbagliato, nei confronti dell’opinione pubblica. Questo anche perché, stando ai dati disponibili, la stragrande maggioranza dei cittadini europei non è mai entrata in un allevamento e farle credere, con queste immagini, che sia tutto così è a mio avviso un discorso scandalistico. Quindi non è informazione corretta. Ci vorrebbe la forza, da parte del settore, di controbattere, ma è difficile andare a smentire in tempo reale un servizio televisivo che colpisce immediatamente e che rimane nell’opinione pubblica come qualcosa di negativo. Sarebbe bello se gli operatori del settore — e perché no alcuni giornalisti — iniziassero a descrivere più spesso la normalità. Questa non fa notizia, forse, ma è oggettivamente interessante. Il fatto di dare un’informazione scandalistica, o di fatto propagandistica, non corretta significa anche penalizzare tante persone che lavorano correttamente e onestamente, danneggiando un’intera filiera. In ogni settore ci sono delle mele marce. Isoliamole, invece di dire che lo sono tutte solo per dare un paio di notizie scandalistiche. Insomma, bisognerebbe tornare a valutare correttamente la qualità dell’informazione. Soprattutto sulle reti pubbliche».


(Fonte: Carni Sostenibili)

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