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Eurocarni nr. 3, 2017

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 68)

L’importanza del personale di stalla per raggiungere l’efficienza

Oggi è indispensabile per un allevamento riuscire a gestire le proprie risorse in modo efficiente, riducendo i tempi non produttivi degli animali e ottimizzando le produzioni. Accanto a benessere e management, rimane fondamentale il contributo degli addetti

L’Apa di Modena ha organiz­zato un incontro per i veterinari buiatri con Giovanni Gnemmi, che si occupa da diversi anni di ginecologia bovina, soprattutto negli allevamenti da latte. Il discorso di introduzione alla lezione sui principi di dinamica follicolare che Gnemmi ha tenuto è però valido per tutti i tipi di produzioni zootecniche. «Oggi il latte — ma anche la carne, il frumento, il riso e qualsiasi altro prodotto agricolo o zootecnico (NdA) — è una commodity, che subisce gli effetti altalenanti e per noi incontrollabili delle decisioni dei broker della finanza di New York, del prezzo della soia in Argentina, del clima in Brasile… Dobbiamo accettare questo fatto come ineludibile e dobbiamo imparare a produrre anche con prezzi fluttuanti». In genere, si è visto che le oscillazioni occupano un arco di tempo di circa cinque anni: bisogna riuscire a sfruttare al massimo le potenzialità del mercato nel momento in cui è disposto a pagare di più, anche per riuscire a fronteggiare meglio i momenti in cui i prezzi si abbassano. Ma, in ogni caso, qualsiasi sia il momento della curva per i prezzi internazionali, non è più possibile sprecare risorse economiche e biologiche per colpa delle inefficienze.
La mentalità dell’allevatore deve cambiare, deve essere più reattiva e i problemi non vanno trascinati, ma affrontati. L’andamento dei parametri zootecnici deve essere monitorato, sia per il gruppo, sia per la singola vacca. I dati devono naturalmente essere registrati su un computer che permetta l’utilizzo di un programma di gestione della mandria.
Attraverso l’analisi dei dati emergono criticità che ancora passano sotto traccia, si hanno informazioni oggettive sull’andamento della stalla ed è anche possibile definire un piano di miglioramento, conoscendo i punti deboli della propria azienda. Il discorso è sicuramente estensibile a tutti i tipi di produzione zootecnica. Ad esempio, uno dei problemi principali nell’allevamento da latte è quello dell’allungamento eccessivo dell’intervallo fra un parto e il successivo nella bovina. Questo allungamento è dovuto al fatto che si allunga il tempo che intercorre fra il parto e l’avvio della successiva gestazione, quello che viene chiamato pregnancy rate. «Per avere un futuro sostenibile, un allevamento deve avere un pregnancy rate del 22% almeno», ha affermato Gnemmi. Eppure purtroppo i dati dell’AIA Lombardia rivelano che in media le aziende presentano appena un 12%. Sono dati in linea con quelli degli altri Paesi europei, ma non dobbiamo gioirne.
Tutta la zootecnia da latte è in affanno in Europa e con questi indici zootecnici non ci può essere una prospettiva di sostenibilità economica nel lungo periodo. È quindi indispensabile intervenire e ottenere prima la gravidanza successiva. In questo modo la bovina produrrà latte con maggior continuità, rimanendo in asciutta per il solo periodo fisiologico e “conquistandosi” la razione che — gravida o meno — ogni giorno consuma. Per poter esprimere la propria potenzialità genetica produttiva, la vacca deve poter essere messa in condizioni di produrre, quindi di partorire vitelli e di produrre latte.
Stesso discorso può essere fatto per la produzione da carne nelle linee vacca-vitello, ma in generale per tutte le produzioni animali. Migliorare il pregnancy rate non è un miraggio: negli USA, per esempio, dalla fine degli anni ‘90 fino a inizio anni 2000 questo valore in media si aggirava attorno al 14%, mentre nel 2016 è stato registrato essere pari al 21%. «Si dice sempre che con l’aumento delle produzioni si ha un abbassamento della fertilità delle bovine, ma questo non deve diventare una scusa. Secondo il DCRC (Dairy Cattle Reproduction Council), negli ultimi tre anni, sempre negli USA, si è riusciti ad aumentare sia la produzione delle vacche, sia la loro fertilità», ha detto Gnemmi.
Certamente la genetica ha investito molto sulla produzione lattea e gli animali sono meno rustici, presentano caratteristiche diverse, meno adatte alle stalle in cui sono ancora allevati oppure al clima che devono affrontare. Ma se gli animali cambiano ed evolvono, anche la risposta dell’allevamento deve cambiare ed evolversi. Va data adeguata attenzione alle patologie post-parto e al momento di transizione, alla qualità dell’alimento somministrato, all’eliminazione di alimenti a rischio tossine, allo stress ambientale indotto per esempio dal grande caldo che caratterizza le estati di oggi: tutti questi sono sicuramente fattori che influenzano negativamente la fertilità delle bovine. Ecco perché il benessere deve essere messo in atto e le scelte che ne determinano un incremento devono essere valutate continuamente, nell’ottica di un miglioramento continuo: spazi pro capite, ventilazione, luce e soprattut­to raffrescamento devono consentire alle vacche di vivere in una situazione piacevole anche nelle estati peggiori o nelle stagioni più piovose.
Anche il management deve essere adeguatamente dinamico e attento, le scelte da compiere vanno prese e portate avanti. Servono degli obiettivi stabiliti, misurabili e raggiungibili. Devono esserci obiettivi chiari per l’allevamento e per i suoi lavoratori. Un allevamento da latte deve avere come obiettivo il miglioramento del pregnancy rate, che si ottiene riuscendo a fecondare entro i primi 100 giorni del post-parto il 90-95% delle bovine. La prima fecondazione quindi va sì anticipata, ma con raziocinio: va eseguita su vacche di cui si conosce la situazione ormonale e clinica; almeno il 40% delle bovine fecondate deve rimanere gravida dalla prima fecondazione.
Tutti questi obiettivi sono legati fra loro dall’efficiente rilevamento del calore. Le bovine di alta genetica di oggi presentano calori più brevi e meno evidenti. La causa sta soprattutto nel fatto che, all’aumento delle dimensioni dell’animale, consegue un aumento del flusso ematico al fegato e della sua attività catabolitica. Il fegato “distrugge” gli ormoni sessuali in un tempo inferiore e questo rende tutto più complesso. Il calore, che un tempo durava 24 ore, oggi è ridotto a 6-8. La manifestazione principale del calore è la monta della bovina, ma si è potuto registrare un calo del 30% del numero di monte nelle vacche di oggi e un accorciamento della loro durata del 25%. Individuare un calore è diventato più difficile, ma è un’operazione fondamentale per riuscire a fecondare la vacca nel momento in cui ci sono più chance di riuscire a ingravidarla. Ecco perché l’importanza del fattore umano è grandissima.
Purtroppo questo elemento fondamentale dell’allevamento non è ancora riconosciuto da molti proprietari, ma è il personale di stalla quello che individua il calore nelle bovine e che prende nota del momento e dell’animale da fecondare. Il personale va addestrato bene a riconoscere il calore, deve sapere che cosa fare, cosa cercare e come comportarsi quando osserva certi comportamenti nelle vacche.
Anche in caso di ricorso alle terapie ormonali per riuscire a sbloccare la situazione e intervenire sulle vacche che lo necessitano per il tempo necessario a imparare a gestire meglio i tempi delle fecondazioni, Gnemmi ribadisce la centralità degli operatori. «In caso di trattamenti, la finestra di tempo che si apre per riuscire a eseguire una fecondazione con alte chance di riuscita è breve e comunque legata a orari fissi. Sgarrare di una sola ora può compromettere tutto il protocollo terapeutico. Ecco perché l’aiuto e la collaborazione del personale di stalla deve essere ricercato in tutti i modi».
D’altronde, il veterinario ha anche ricordato che la possibilità di effettuare terapie ormonali per il miglioramento delle performance riproduttive esiste ormai da 30 anni, mentre il problema di bassi tassi di pregnancy rate nello stesso periodo non solo non si è certo risolto, ma addirittura si è aggravato: rispetto a tre decenni fa, il periodo fra un parto e l’altro si è allungato in media di 30 giorni. Dunque la sola terapia non è certo la soluzione. Non può essere eseguita alla cieca, ma solo se applicata ad animali controllati, visitati e di cui si conosce bene la situazione ormonale. Anche perché in Europa non è accettabile procedere in questo modo, come invece fanno negli USA; l’immagine degli allevatori e dei veterinari verrebbe distrutta.
L’opera del clinico rimane centrale. E insieme al veterinario clinico lavorano gli addetti alla stalla: questi sono ancora più importanti, nella risoluzione dei problemi di fertilità. Il personale deve essere a conoscenza dell’importanza dell’orario a cui si eseguono certi trattamenti o a cui si osservano certi comportamenti nella vacca; solo così sarà preciso nel segnalamento e nell’azione.
Gnemmi ha anche proposto alcune misure per favorire il coinvolgimento dei lavoratori e la stimolazione di una sana competizione fra questi, per riuscire a coinvolgerli maggiormente sul lavoro e sui risultati ottenuti. Infatti, il personale va gratificato perché solo mettendoci una cura particolare riesce a sbloccare la situazione di un allevamento in cui si ha un problema di pregnancy rate. Le gratificazioni economiche, quando si hanno successi, devono sicuramente essere previste: devono essere annunciate e confermate. Gli addetti vanno facilitati, ad esempio pianificando gli interventi in modo da poterli realizzare in orari di lavoro e in giorni lavorativi.
Anche lo spirito di appartenenza all’azienda va costruito e alimentato: Gnemmi propone tute da lavoro personalizzate e marcate con il logo aziendale. Gli spazi dedicati ai lavoratori vanno curati, devono essere un posto accogliente, deve essere possibile per loro mangiare qualcosa, bere qualcosa di caldo. Ed è qui — o alla toilette — che è opportuno pubblicare i risultati conseguiti nel corso del mese. Quante vacche fecondate sono effettiva­mente risultate gravide a un successivo controllo, quanti vitelli nati sono sopravvissuti, ecc… Saranno poi i vari lavoratori a valutare da sé quanti dei successi sono attribuibili a loro stessi e quanti ai colleghi. E di conseguenza la voglia di dimostrare quanto si è capaci di fare e quanto ci si può impegnare per ottenere un miglioramento.
Lavorando sul personale, costruendo dei protocolli standard per monitorare la situazione e poi altri protocolli specifici per ciascuna vacca da trattare, sarà possibile vedere ridurre sensibilmente l’intervallo tra un parto e l’altro, a tutto vantaggio della redditività dell’azienda zootecnica.


Giulia Mauri

Eurocarni
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