Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 3, 2017

Rubrica: Mercati
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 56)

Il ruolo della Russia nel mercato delle carni bovine

Tra storica dipendenza dal mercato estero, sanzioni e politiche espansive

Senza scomodare i precedenti storici — ad esempio l’ambigua situazione che vedeva accordi commerciali tra l’Unione Sovietica guidata dal PCUS e la dittatura argentina dei militari di destra tra metà anni Settanta e inizio anni Ottanta dello scorso secolo, quando la prima esportava petrolio e uranio in cambio di cereali e carni bovine (rispettivamente ben 10 milioni di tonnellate e 100.000 tonnellate nel 1977) — il grande paese eurasiatico è sempre stato deficitario di carni e in particolare di quelle bovine.
Secondo i più recenti dati diffusi dalla FAO (Meat and Meat products: price and trade update, giugno 2016) nell’ultimo triennio la Russia è posizionata all’ottavo posto come paese importatore di carni di tutte le specie animali, sebbene con una tendenza decrescente: si è passati da 1,89 milioni di tonnellate nel 2014 a 1,25 milioni di tonnellate nel 2016 (dato stimato), ovvero un calo di oltre il 33%. Limitatamente alle carni bovine, si è verificato un vero e proprio crollo dell’import nel 2015, con una discesa di ben il 40% dei volumi che hanno varcato le frontiere della Federazione: dal solo Brasile, il principale fornitore nonché maggior esportatore globale, le importazioni sono scese dalle 300.000 tonnella­te/anno del triennio 2012-2014 a meno di 200.000 tonnellate nel 2015. Nel quadriennio 2012-2016 la Federazione Russa è passata dall’occupare il quarto posto di importatore di carni bovine, con circa 900.000 tonnellate/anno, fino al quinto posto nel 2015, con 510.000 tonnellate/anno, superata dal Giappone, quantità appena mitigate da un modesto rialzo tra il 2% e il 3% previsto per il 2016. Il quadro è in buona parte determinato dalla scelta della Fede­razione Russa di reiterare il bando all’importazione di diverse derrate alimentari da alcuni paesi come Unione Europea, Stati Uniti, Canada, Australia.

Il calo dei consumi pro capite e i piani di rilancio interni
I prezzi sul mercato interno hanno quindi cominciato a salire, scontentando la popolazione e facendo sì che solamente chi ha un reddito medio-alto possa permet­tersi di acquistare carni bovine: stime di operatori economici ri­feriscono di un consumo totale annuo che non ha superato, nel 2016, i 2 milioni di tonnellate, quando solamente un decennio prima — quando la Russia era la destinataria di oltre un sesto dei volumi scambiati nel commercio mondiale — si consumavano su base annua tra i 2,7 e i 2,8 milioni di tonnellate per anno, il che significa essere passati da un consumo pro capite di circa 20 kg/anno a meno di 14 kg/anno.
Unicamente il verificarsi di tre condizioni potrebbe portare ad una ripresa delle importazioni di carni bovine: il rafforzamento del rublo rispetto alle altre valute, il recupero del prezzo del petrolio e la fine del bando dai paesi sopra citati. Attualmente solo il petrolio sembra dare il suo contributo a questo scenario, ma altri fattori di natura politica (leg­gasi il prolungamento del bando sino alla fine del 2017) ne ostacolano la realizzazione, mentre sul fronte dei cambi il rublo permane su livelli che non ne favoriscono di certo le importazioni: sia contro l’euro sia contro il dollaro statunitense ha perso circa il 25% tra inizio 2016 e inizio 2017, salvo una modesta ripresa da gennaio dell’anno in corso.
Viste le oggettive difficoltà di re­perimento sul mercato interna­zionale, il Governo federale sta dunque cercando di rimediare a questa carenza cronica di carni bovine puntando a migliorare la produttività del comparto nazionale con un piano di investimenti da 5,5 miliardi di rubli (pari a circa 86 milioni di euro al cambio attuale), che dovrebbe consentire di incrementare la quota di approvvigionamento interno, ora ferma attorno al 70%, sino ad una auspicata autosufficienza che il grande paese sinora non ha mai realizzato.
Recenti dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura Alexander Tkachev rivelano che i piani sono quelli di rendere la Russia un esportatore netto di carni tra il 2020 e il 2025, prodotti indu­bi­tabilmente a maggior valore aggiunto rispetto ai cereali, di cui abbondano le vaste pianure della parte europea del paese. Se per il pollame l’obiettivo non è arduo, per le carni bovine la visione appare, anche agli occhi degli esperti nazionali di economia, alquanto ottimistica, mentre per le carni suine le tematiche sanitarie (come la recente comparsa di focolai di peste africana) rappresentano un ostacolo difficilmente valicabile. Tali piani necessiteranno peraltro di un rublo debole, che risulti competitivo verso le valute dei principali paesi esportatori di carni (Brasile, India, Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda per le carni bovine; Unione Europea, Stati Uniti, Canada, Brasile per le carni suine; Brasile, Stati Uniti, Unione Europea, Tailandia, Cina per le carni avicole).


Roberto Villa

Eurocarni
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Eurocarni:
Euro Annuario Carne
La banca dati Europea del mercato delle carni sempre aggiornata, utile strumento di lavoro per gli operatori del settore lavorazione, commercio e distribuzione carni.