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Eurocarni nr. 12, 2017

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 32)

Sviluppo e sue incertezze

L’economia mondiale sta certamente crescendo più di quanto si pensava ad inizio anno e la situazione, come affermano tutte le grandi organizzazioni mondiali, riguarda sia i Paesi ad elevato livello di sviluppo che i Paesi con economie più arretrate. In quelli industrializzati la crescita si colloca, mediamente, intorno al 2,2%, mentre nei mercati emergenti si assesterà probabilmente sul 4,5%; buon ultimo, il commercio mondiale sta crescendo del 5% circa. Cina e Stati Uniti continuano il loro ritmo ascendente; l’economia degli USA in particolare prosegue la sua espansione in modo costante, con l’inflazione che dovrebbe tornare presto sul 2%. Il rialzo dei tassi d’interesse è invece previsto per il mese di dicembre, nonostante la bassa inflazione. Anche l’Europa aumenterà il suo PIL al 2,2% quest’anno (cioè allo stesso livello degli Stati Uniti), situazione della quale ha beneficiato anche il nostro Paese, tanto che il FMI ha rivisto al rialzo la crescita del PIL: all’1,5% per il 2017, all’1,1% per il 2018. Tali revisioni vengono accompagnate anche da un miglioramento della disoccupazione, che continua a calare, pur restando a due cifre.
Progressi importanti, in questo quadro di accelerazioni della ripresa a livello globale, anche se restano due nodi da sciogliere: da un lato l’elevato debito pubblico, che il FMI stima al 133% nel 2017, dall’altro i crediti deteriorati che ammontano al 30% dello stock di Eurolandia. Come afferma in dettaglio il FMI, l’Italia “ha compiuto enormi progressi” nel riformare il settore finanziario, ma resta il problema del performing loan, cioè dei crediti incagliati, o deteriorati, che limitano l’erogazione del credito.
Lo stesso FMI insiste affinché tale questione venga affrontata, “anche se può essere dolorosa per le banche”, e cita il caso positivo di Unicredit e della sua raccolta di capitale. Sempre il FMI ritocca poi al rialzo il PIL dell’Eurozona, al 2,1% previsto tre mesi fa, mantenendo invariata al +1,9% la previsione per il prossimo anno. Per gli Stati Uniti, invece, contraria­mente alle previsioni formulate da vari altri organismi internazionali, il FMI non mostra ottimismo, tagliando le stime di crescita dell’economia (+2,2% quest’anno e 2,3% nel 2018, contro il 2,3% e il +2,5% indicati ad aprile e luglio scorso) e strigliando la nuova presidenza sulla politica fiscale e sul clima. Infine, il FMI prevede stime al ribasso dello 0,3% per la Gran Bretagna, in seguito alle incertezze relative alla Brexit.
Tanto premesso, occorre tuttavia osservare che, pur in un quadro complessivamente migliorato sul piano mondiale ed europeo, il nostro Paese si muove più lentamente della media e si attesta nell’ultimo gruppo dei Paesi europei, anche se la nostra pur timida ripresa si dimostra complessivamente sana e con buona capacità di penetrazione sui mercati esteri.
Va detto che non è così facile mantenere il ritmo di crescita, poiché il commercio internazionale è previsto in leggera diminuzione ed il continuo apprezzamento dell’euro indebolisce la capacità concorrenziale nei confronti dei Paesi al di fuori della nostra area monetaria, soprattutto nei confronti del dollaro.
Nonostante ciò, gli osservatori ritengono che la nostra crescita si dovrebbe ridurre “solo mar­ginalmente” nel prossimo anno. Vanno comunque tenuti presente i due principali fattori che producono incertezza per il prossimo futuro: i proposti mutamenti delle regole di vigilanza da parte della Banca Centrale Europea e il quadro politico italiano, alquanto poco chiaro.
Con i primi può diventare più difficile e più costosa l’erogazione di prestiti alle imprese da parte delle nostre banche, e ciò comporterebbe un freno allo sviluppo.
Per quanto riguarda invece la realtà politica del nostro Paese, che vive gli inevitabili problemi in vista delle elezioni della prossima primavera, la situazione incerta e poco chiara potrebbe creare diffidenza e prudenza negli investitori e negli operatori internazionali, anche se le condizioni sia della bilancia commerciale che delle banche sono diverse rispetto a qualche tempo addietro.
Si spera che la prossima legge finanziaria, ormai in discussione, non deragli su binari di natura demagogica, com’è avvenuto in passato. Per ora risulta, secondo alcuni pronunciamenti ministeriali, che l’Italia ha ottenuto, per il 2018, un aggiustamento strutturale del bilancio dello 0,3% del PIL, invece dello 0,6% richiesto, e il presidente Juncker ha già indicato che, per i conti 2018, sarà adottata nei nostri confronti la stessa flessibilità degli ultimi tre anni.
Tale orientamento viene però contestato a livello tecnico e pol­itico in seno all’eurogruppo Ecofin, nell’ambito del quale la maggioranza dei governi ritiene che la Commissione abbia esagerato con la flessibilità eletta a strategia e abbia reso imprevedibili e non trasparenti le regole di bilancio (il riferimento ai paesi del sud Europa, tra i quali il nostro, è inequivocabile).

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