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Eurocarni nr. 12, 2017

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Piscopo A.
(Articolo di pagina 134)

A volte ritornano

Il carbonchio è una zoonosi causata dal Bacillus anthracis, un germe che produce spore che sopravvivono nell’ambiente anche per anni. Colpisce gli animali erbivori ma può rappresentare un pericolo anche per l’uomo

Il carbonchio ematico/antrace (dal latino anthrax -acis = carbone; viene denominato anche antrace vero, termine che indica la pustola del carbonchio, detta pustola maligna) è una malattia infettiva che colpisce gli animali domestici (bovini, ovini, caprini, equini, suini) e l’uomo ed è presente in tutto il mondo. L’agente eziologico è il Bacillus anthracis che si presenta nell’organismo degli animali sotto forma bastoncellare e forma le spore che sono resistentissime nell’ambiente per molto tempo, addirittura trenta e più anni. Il luogo ideale dove le spore sopravvivono così a lungo è quello dei terreni relativamente umidi in cui sono stati sepolti animali carbonchiosi quando, ad esempio in seguito a morte improvvisa di un animale, viene effettuato un esame necroscopico, o quando, in seguito a macellazione d’urgenza, si procede successivamente a interrare la carcassa e i visceri. Le spore possono arrivare in superficie attraverso le piogge o ristagnare nei corsi d’acqua o presso gli stabilimenti di pellame. Gli animali al pascolo si infettano ingerendo le spore. Il quadro sintomatologico è dato dal cosiddetto carbonchio fulmineo, a causa del quale gli animali muoiono improvvisamente.
Le vie di penetrazione delle spore sono le mucose del tubo digerente, dell’albero respiratorio e la cute. Nella via orofaringea i germi colonizzano la mucosa e, passando nel circolo sanguigno, determinano la setticemia. Le spore del carbonchio che attraversano l’albero respiratorio, inglobate dai fagociti, vengono convogliate in vari organi e tessuti; in seguito a diversi fattori favorevoli danno luogo anch’esse a setticemia. Si possono riscontrare edemi del sottocute, cianosi delle mucose, emissione di sangue dalle cavità naturali, febbre alta (41-42 °C). Le lesioni anatomo-patologiche sono determinate da splenomegalia, edemi sottocutanei gelatinoso-emorragici. Non si ha la rigidità cadaverica poiché tutto il sangue è incoagulato.
Nell’uomo carbonchioso abbiamo un decorso cutaneo ed un decorso in forma setticemica, polmonare e intestinale. Nella forma cutanea il carbonchio si manifesta sotto forma di vescicole che con il tempo vanno incontro a rottura; successivamente si forma l’escara di colore nero che, una volta matura, cade e si ha la cicatrizzazione. Nella forma generale il decorso assume il quadro della setticemia. L’uomo può contagiarsi se viene a contatto con animali malati, carogne disperse nel terreno, durante un esame necroscopico, a contatto con le pelli, la lana, i crini. Il veterinario all’interno di un macello può essere contagiato accidentalmente durante la visita ispettiva, anche se ciò è raro a verificarsi, perché gli animali affetti da carbonchio devono essere esclusi dalla macellazione.
Il carbonchio è stato debellato da decenni, anche se alcune malattie (mi si lasci passare il termine) “a volte ritornano”. Quando si dice che una malattia è stata debellata, infatti, non vuol dire che non esiste più; vi è sempre un certo fattore di rischio silente, che può farla riemergere a causa di fattori predisponenti. L’ambiente, le condizioni climatiche estreme (siccità, alluvioni) fanno parte di quelle avversità con cui l’uomo deve imparare a convivere. I casi di carbonchio verificatisi in Italia nel 2016, nei territori di Randazzo, Bronte, Maniace, Maletto e, da ultimo, quello recente di Grottaferrata, sono del tutto sporadici, derivanti da fattori climatici specifici, in primis la forte siccità. I servizi veterinari delle ASL sono sempre e costantemente impegnati, sia nella quotidianità che nelle emergenze, a vincolare le zone o i territori interessati da malattie infettive in generale e a porre i relativi divieti di vendita e trasformazione del latte e della carne di animali provenienti dalle zone in cui sono stati accertati i casi di malattia.


Dott. Alfonso Piscopo
Dirigente Veterinario
Azienda Sanitaria Provinciale
Agrigento

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