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Eurocarni nr. 12, 2016

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mossini A.
(Articolo di pagina 90)

Conigli e benessere animale, un problema da risolvere

Il vuoto normativo deve essere colmato con interventi che coinvolgano tutta la filiera produttiva. Se ne è parlato di recente a Roma nel corso di un convegno organizzato da Compassion in World Farming Italia, a cui hanno preso parte tutti i più importanti esperti del settore

Allevamenti intensivi di conigli e benessere animale. Un tema scottante, soprattutto per il nostro Paese, ancora carente di una legge che garantisca agli animali in questione condizioni di vita accettabili. Delle nuove soluzioni di benessere animale da adottare negli allevamenti italiani di conigli si è parlato a un recente convegno organizzato dalla onlus Compassion in Word Farming Italia (Ciwf), svoltosi a Roma alla presenza dei maggiori esperti del settore, ad iniziare da Ugo Santucci del Ministero della Salute, direttore dell’ufficio preposto alla tutela del benessere animale, igiene zootecnica e urbana veterinaria della Direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari, che ha posto l’accento su ciò che al ministero è allo studio sul tema al centro del dibattito, posto che «il settore cunicolo italiano — ha dichiarato — insieme a quello spagnolo e francese rappresenta i tre quarti della produzione europea, con un consumo annuo pro-capite di 5,5 kg, a fronte di un ben più modesto 0,5 kg/pro capite della Germania».

Incertezza sui dati ufficiali
Nel suo intervento introduttivo Anna Maria Pisapia, direttrice del­l’ufficio italiano di Ciwf che ha sede a Bologna, ha voluto ricordare quanto le 87.000 firme raccolte tra la popolazione nazionale per chiedere l’abolizione dell’allevamento in gabbia dei conigli «rappresentino per noi un mandato della società civile a cui dobbiamo fornire risposte realistiche, praticabili, certe». La mancanza di obbligatorietà di registrazione delle aziende rende oggi ancora difficile calcolare quante sono le imprese zootecniche italiane che allevano conigli, «una criticità — ha affermato nel suo intervento Santucci — a cui il Ministero della Salute vuole porre rimedio. Per questo stiamo lavorando per arrivare a rendere obbligatoria l’iscrizione delle aziende nella Banca dati nazionale (Bdn), un passaggio che rappresenterebbe una svolta in un comparto zootecnico che da sempre richiede agli operatori un’elevata professionalità, perché produrre coni­gli non è semplice proprio a causa delle caratteristiche di un animale che richiede particolari attenzioni produttive. Nondimeno, siamo anche impegnati per incentivare un uso sempre più responsabile del farmaco in allevamento e il relativo minor impiego. Credo che queste due strade siano indispensabili per arrivare a creare quel Sistema Italia al quale il Parlamento europeo sta lavorando per riuscire a mettere intorno allo stesso tavolo tutte le associazioni di categoria e affrontare i temi del benessere, della genetica, della riproduzione, della biosicurezza e del farmaco».

Il ruolo del consumatore
Sono questi gli snodi cruciali su cui tutti gli attori della filiera si trovano a discutere e che portano inevitabilmente al consumatore. «Un consumatore che è disposto a spendere di più per quello che mangia — ha dichiarato Giovanni Di Genova del Ministero per le Politiche Agricole — a patto che sappia cosa compra. Le carni italiane, tutte indistintamente, vantano una qualità unica. Eppure soffrono di una mancanza di identità, di una indistintività e genericità che le svalorizzano e non favoriscono proprio nel consumatore quella consapevolezza sugli acquisti che invece dovrebbe fare la differenza. Solo con l’etichettatura delle carni — ha continuato Di Genova — si può superare lo scoglio dell’indistintività delle carni italiane, a cui è necessario collegare una corretta informazione che comunichi, bene, la qualità delle nostre produzioni che non prescindono peraltro dal rispetto ambientale e di ben chiari valori sociali. A questo aspetto il Mipaaf ha dedicato per il 2017 delle importanti risorse, ma è altrettanto vero che, per quanto riguarda il settore dei conigli, occorre puntare alla costituzione di organizzazioni interprofessionali che coinvolgano tutti gli attori della filiera, a cui auspicabilmente unire la creazione della Cun (Commissione unica nazionale) dei conigli».
Come si vede, se da una parte la produzione di carne di coniglio nazionale vanta parametri qualitativi di prim’ordine, dall’altra il vuoto normativo sul benessere animale e l’assenza di un sistema in grado di coinvolgere tutti gli anelli della filiera rendono questo comparto particolarmente vulnerabile.
In questo quadro il tema del benessere animale dei conigli negli allevamenti intensivi non è certo secondario. «Per noi un sistema alternativo alle gabbie non deve essere necessariamente all’aperto e a terra — ha introdotto il suo intervento Elisa Bianco, responsabile del settore alimentare di Compassion in World Farming — deve invece prevedere uno spazio maggiore per permettere agli animali di muoversi, ma anche di beneficiare di una pavimentazione confortevole vedendo assicurato l’arricchimento ambientale. Togliere le gabbie non vuol dire ricorrere ad un maggior impiego di antibiotici. La presenza di molti attori e operatori del settore cunicolo italiano al convegno odierno conferma il grande interesse verso il futuro di questa realtà produttiva.
Si tratta di un settore che sta attraversando un momento di difficoltà ed è fondamentale che si scelga la direzione giusta verso cui indirizzarsi, preferendo investimenti longevi e in grado di rispondere alle richieste dei consumatori. Come sta dimostrando il caso delle uova, i consumatori non vogliono gabbie per l’allevamento, né arricchite né di batteria, e ci auguriamo che il settore cunicolo prediliga guardare direttamente a sistemi alternativi maggiormente rispettosi del benessere degli animali
».

L’esperienza di un allevatore
Belgio, Germania, Paesi Bassi e Svizzera. In questi Paesi le gabbie per l’allevamento intensivo dei conigli sono state eliminate. E se da alcuni anni a questa parte l’Italia ha perso il proprio primato produttivo subendo la competizione di Francia e Spagna, cui si aggiunge la competizione innescata dalle importazioni, secondo i dati forniti dall’Istat, nel 2015 nel nostro Paese sono stati allevati 21 milioni di conigli, per un fatturato che ha raggiunto 350 milioni di euro. Numeri che confermano l’importanza di questo settore produttivo, nonostante allo stato non esistano dati concordi e omogenei sul numero di soggetti allevati e sul fatturato. Sarebbe però un errore additare tutti gli allevamenti cunicoli italiani come luoghi dove il benessere degli animali non è considerato e tanto meno rispettato. Al convegno promosso da Ciwf era presente un allevatore friulano, Zeno Roma, che ha mostrato in una rapida carrellata gli interventi effettuati nel corso degli anni nei suoi allevamenti per garantire condizioni di miglior benessere ai conigli allevati.
«Può sembrare un paradosso — ha dichiarato — ma la mancanza di una normativa impedisce a molti colleghi allevatori di fare investimenti in grado di migliorare le condizioni di vita degli animali. Quelli che io ho fatto nel corso degli anni possono essere tutti considerati esperimenti che ho voluto praticare per arrivare a capire quale tipo di allevamento fosse migliore. Così sono partito dalle gabbie da ingrasso bicellulari, che fecero la loro prima comparsa negli anni Settanta, dove per metro quadro si potevano concentrare 18 conigli. Poi ho ridotto il numero di animali presenti in ogni metro quadrato a 14 unità, ottenendo in questo modo un ottimo stato sanitario del bestiame che ha raggiunto l’apice con l’allevamento all’aperto, quando il tasso di mortalità registrava un –2% e l’uso del farmaco si era drasticamente ridotto. Successivamente ho pensato che potevo migliorare ancora il benessere dei conigli che allevavo e ho portato il numero di soggetti presenti in un metro quadrato tra un minimo di 8 e un massimo di 12 capi. Il passo successivo è stato il recinto con gli animali liberi, ma ho ben presto dovuto fare i conti con un aumento dell’aggressività tra conigli e una drastica riduzione del peso (–10%) nonostante mangiassero di più rispetto a quando vivevano in gabbia.
Oggi sono tornato ai box, anche se sono attratto dai sistemi park, che non ho, ma che rap­presentano per me uno spunto molto in­teressante per testare un nuovo modo di garantire ai conigli migliori condizioni di vita in allevamento
».


Anna Mossini

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