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Eurocarni nr. 12, 2016

Rubrica: Associazioni
Articolo di Tirelli F.
(Articolo di pagina 50)

Il ruolo dell’AIA va riconosciuto

Oggi le parole d’ordine per contribuire all’uscita dalla crisi che ha messo in difficoltà i produttori pongono in primo piano l’organizzazione aziendale e la tecnica, di cui l’innovazione dovrebbe avere un posto di rilievo. Organizzazione, cioè razionalizzazione della gestione, innovazione, cioè capacità di fare proprie le tecniche che possono migliorare la produttività, vuol dire ridurre i costi, aumentare le rese, affrontare il mercato in condizioni tali da ottenere prezzi che consentano di coprire i costi con un adeguato valore aggiunto e un reddito certo. Al raggiungimento di questi traguardi contribuiscono senza dubbio le conoscenze che si ottengono direttamente con lo studio e con la preparazione professionale, ma nel tempo diventa importante anche l’ausilio dell’assistenza tecnica, che può essere fornita da associazioni a ciò votate, alle quali i produttori possono aderire liberamente. È quanto rappresenta l’Associazione Italiana Allevatori (AIA), sorta 70 anni fa con l’obiettivo di assicurare ai soci proprio assistenza tecnica in materia di genetica, attraverso i controlli della produttività, attuando una collaborazione attiva con gli allevatori. Gli stessi che, riuniti in associazioni provinciali, scelgono democraticamente i loro dirigenti e si procurano le risorse per compensare l’attività del personale tecnico-amministrativo.
Il bilancio è attivo, come si deduce dai risultati produttivi: rese in latte e carne. La genetica ha fruttificato e l’Italia figura tra i paesi in testa nella classifica del progresso zootecnico. Risultati che dovrebbero bastare a riconoscere la scelta istituzionale di aiutare finanziariamente le associazioni per alleggerire la contribuzione richiesta agli allevatori. Per una più completa narrazione dell’efficace presenza dell’AIA nel comparto zootecnico si deve ricordare anche il ruolo avuto nella realizzazione dell’ammasso delle carni, nella campagna di promozione dei consumi del latte e della carne finanziata dalla UE, e in quello della produzione della carne bovina di qualità, con la costituzione di organismi associativi ad hoc, consorzi riproduttori che le carni documentate hanno anticipato nei provvedimenti mirati a introdurre, in Italia e in Europa, l’obbligo dell’etichettatura e l’azione per la tutela delle razze autoctone, la biodiversità. Il tutto arricchito dal contributo fornito dal periodico L’Allevatore, attraverso il quale vengono resi noti obiettivi, proposte e risultati.
In concreto, però, tutto questo non si verifica e di fatto non mancano organizzazioni agricole che, senza consultare gli allevatori, si mettono di traverso creando problemi alle istituzioni sui contributi pubblici erogati e/o da erogare. Così si propongono divisioni per una delle poche organizzazioni agricole unite, ignorando che le troppe frammentazioni presenti nel tessuto sindacale, anziché rafforzare il settore agricolo nei confronti degli altri comparti e delle istituzioni, finiscono per indebolirlo riducendo l’efficacia delle sue azioni. Si finisce così con l’assumere posizioni antitetiche all’esigenza di rafforzare l’associazionismo che, come si sa, è l’unica scelta possibile per superare le debolezze esistenti nei rapporti con le componenti delle filiere, vale a dire nell’ambito commerciale.
Per quanto riguarda l’AIA, sarebbe bene dar modo agli allevatori di esprimersi sul futuro della loro associazione, evitando di alimentare incertezze che mal si conciliano con il loro ruolo di rappresentanza del settore. Se si valuta con serenità e senza pregiudizi il contributo al progresso tecnico ed economico del settore, ce n’è abbastanza per ritenere l’AIA meritevole degli aiuti sin qui ricevuti e di quelli che, ci si augura, verranno assicurati in futuro.

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