Edizioni Pubblicità Italia

Eurocarni nr. 1, 2011

Rubrica: Attualità
Articolo di Tordi M.
(Articolo di pagina 34)

Il veterinario pubblico e le check list

Le check list possono essere uno strumento valido se riescono a guidare il veterinario nella sua “diagnosi” relativa all’impresa sottoposta a controllo, esattamente come le prassi di semeiotica guidano il clinico nella diagnosi di una patologia

Non è una novità di questi ultimi tempi che anche la veterinaria pubblica sia soggetta, lungo tutta la sua filiera, a dei controlli di efficienza e di efficacia secondo uno schema che, semplificando e sintetizzando all’estremo si può rappresentare, nel caso dell’Italia, con la sequenza: Fvo, Ministero della salute (Dipartimento per la Sanità Pubblica Veterinaria, la Nutrizione e la Sicurezza degli Alimenti e relative Direzioni generali), Servizi Veterinari delle Regioni, Servizi Veterinari delle Asl. Questo controllo a cascata ha, giustamente, preso un nuovo impulso dal Regolamento 882/2004, relativo ai controlli ufficiali intesi a verificare la conformità alla normativa in materia di mangimi e di alimenti e alle norme sulla salute e sul benessere degli animali.

Questo porta l’intero sistema di controllo in ambito veterinario ad essere sempre meno autoreferenziale, sia per quanto riguarda efficienza dei servizi ed efficacia dei controlli, sia per quanto riguarda i risultati ottenuti, costringendolo a produrre evidenza documentale che, per quanto riguarda i servizi veterinari delle Asl, comprende anche l’utilizzo e la compilazione di check list.

Fin qui niente di nuovo o, apparentemente, di strano. Di strano, invece, e a modestissimo parere di chi scrive, qualcosa c’è, e non di poco conto.

Se facciamo mente locale ai corpi normativi attualmente vigenti vediamo che si addentrano, anche con ampia dovizia di particolari, in quelli che sono i requisiti oggettivi strutturali e gestionali delle imprese del settore (Osa e Osm per capirci) ma non entrano mai nei criteri afferenti alla professione veterinaria da adottare nel controllo del veterinario; non potrebbe d’altra parte essere così, perché questo è un bagaglio culturale e professionale proprio del veterinario che deve raggiungere l’obbiettivo prefissato e finalizzato alla sicurezza alimentare. Perché le check list possano essere una guida per il veterinario è necessario che chi le prepara sia un profondo conoscitore della porzione della filiera a cui ci si riferisce, la quale non sempre è di facile ed immediata comprensione, in modo tale da puntare l’attenzione sui controlli fondamentali sulla sicurezza alimentare degli alimenti di origine animale sin dall’inizio della filiera.

Così, purtroppo, non sembra che sia. Infatti, se andiamo a vedere la maggior parte delle check list prodotte sia a livello centrale sia dalle regioni, ricalcano — quando non ricopiano integralmente — il dettato normativo senza farne alcuna lettura critica e, spesso, senza indicare la necessità di verifica di elementi qualificanti.

Faccio un esempio per tutti, tratto dal mio ambito di competenza. La check list per la farmaco-sorveglianza che deve essere utilizzata nel territorio in cui opero pone quesiti del tipo: “esiste apposito registro dei trattamenti (ex art. 15/DLgs 158/2006)?”; “le registrazioni sono complete?”; “sono rispettati i tempi di registrazione?”; “sono rispettati i tempi di sospensione dei trattamenti eseguiti?”; “i gruppi di animali in corso di trattamento sono identificabili?”; “c’è corrispondenza tra animali in trattamento identificati e registro dei trattamenti?”.

È innegabile che tutti questi quesiti, così come gli altri che li accompagnano, siano tutti formalmente pertinenti e corretti. Proviamo però a pensare a quali sono le competenze professionali minime indispensabili per svolgere questo controllo. Non voglio concedere troppo dicendo che forse è sufficiente la licenza di scuola media; di sicuro, però lo è la maturità o il diploma di qualsiasi scuola superiore. Non servono i cinquantuno esami che, per lo meno i miei coetanei, hanno dovuto sostenere così come non servono la laurea in medicina veterinaria e l’abilitazione alla professione. Un qualsiasi tecnico di prevenzione, carabiniere del Nas, agente del Corpo Forestale dello Stato (senza nulla voler togliere alla preziosa opera di queste figure) può rispondere a siffatti quesiti.

Decisamente di diverso tenore e di diverso impatto sulla sicurezza alimentare sarebbero stati quesiti relativi alla valutazione, al di là dei formalismi, dell’appropriatezza dei farmaci prescritti, della congruità del farmaco impiegato in relazione al numero degli animali allevati, alla tipologia dell’allevamento (intensivo/estensivo, al chiuso/all’aperto, in condizioni di benessere, ecc…); quesiti ai quali può rispondere solamente una solida preparazione in medicina veterinaria, accompagnata da quella esperienza di campo che permette di capire dall’interno il funzionamento dell’allevamento.

È ovvio che il mio è solo un esempio; ce ne sono numerosi altri sia in area di sanità animale, sia in quella di igiene degli alimenti di origine animale. A questo punto si potrebbe obiettare come sia molto difficile che un veterinario pubblico sia “totisapiente”, tanto da poter sapere di tutto e poter sostenere un contraddittorio in tutti gli innumerevoli campi della scienza veterinaria. Questo potrebbe essere vero se si pretendesse di essere specialisti in tutto, ma così non è.

Il nostro compito è, invece, quello di applicare i criteri, anche di semeiotica, che la nostra formazione veterinaria ci ha insegnato. Se ciò non dovesse bastare, la nostra formazione ci ha anche insegnato dove possiamo andare a raccogliere le informazioni che ci mancano per completare il nostro “quadro clinico”, valutare la gravità della situazione ed emettere la nostra “diagnosi” di conformità o meno ai criteri di salute pubblica che ci siamo dati, formulare una prognosi in tal senso e stabilire la terapia più appropriata. Questo è il valore aggiunto che la nostra laurea in medicina veterinaria può portare alla sanità pubblica.

Se non ci rendiamo conto di questo otterremo molteplici risultati, nessuno dei quali gradevoli per la categoria e per la mission che ci è stata affidata di fare sicurezza alimentare e sanità pubblica delle popolazioni animali:

  • non saremo più necessari; già da tempo si parla, e neanche tanto sotto voce, di togliere i veterinari dai macelli e sostituirli con personale laico (sia privato, sia pubblico);
  • non riusciremo a tenere sotto controllo il processo produttivo delle aziende della filiera alimentare perché l’alibi di aver ben compilato la check list di turno, magari farcita di evidenze documentali e di qualche non conformità, ci farà credere di aver ben svolto il nostro lavoro e ci farà andare a dormire tranquilli; poco importa se poi la mozzarella diventerà blu; ci sarà comunque qualcuno che sosterrà che, comunque, non è nociva per la salute;
  • non faremo sicurezza alimentare perché non sapremo se le evidenze documentali che ci siamo preoccupati di raccogliere a corredo della check list sono sostanziate da una realtà fattuale o se, invece, sono solamente la “copertura” impiegata dall’operatore per consentire di far transitare nella “penombra” certe operazioni;
  • non saremo più i titolari della lotta alle malattie infettive e diffusive degli animali e delle zoonosi, le operazioni potranno essere affidate ai meno costosi tecnici; a questo proposito è da notare che qualcuno ha già pensato seriamente di farlo per la rabbia.

Tutto questo deve spingerci a mettere in pratica il famoso motto pronunciato da Renzo Arbore al termine di uno spot pubblicitario e che quelli che hanno la mia età ricordano benissimo: “meditate gente, meditate!”.

 


Marcello Tordi
Medico Veterinario dipendente Az. USL Forlì

 

(Fonte: 30 giorni – il mensile del medico veterinario, ottobre 2010)

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