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Eurocarni nr. 1, 2011

Rubrica: Slalom
Articolo di Sorrentino C.
(Articolo di pagina 42)

Caso Irlanda e speculazioni in agguato

Dopo aver apposto resistenza per settimane ai pressanti inviti ad accettare gli aiuti dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, alla fine, l’Irlanda ha dovuto capitolare, anche se restano ancora alcuni aspetti fondamentali da definire per il piano di salvataggio della bancarotta. Dublino è ora pronta a farsi soccorrere e per farlo mette a punto un piano di austerity da 17,5 miliardi di euro in quattro anni. Quattro i punti principali su cui esso poggia: si va dalla cura dimagrante del welfare, per un ammontare del 5%, ai tanto sollecitati interventi delle tasse. È bene ricordare, però, che per quest’ultimo caso non sono previste modifiche della tassa sulle imprese al fine di non ostacolare la crescita economica del Paese. Sono previste, invece, una riduzione della busta-paga base, che oggi pratica un minimo di 8,65 euro all’ora, e tagli occupazionali nel settore pubblico.

Il traguardo finale da raggiungere è un cospicuo ridimensionamento del deficit-PIL, che oggi ammonta a ben il 32% della ricchezza nazionale, per rientrare in parametri del patto di stabilità europeo, che, come è noto, ha fissato il limite al 3%. Inoltre, si interverrà gradualmente anche nel welfare per arrivare nel 2014 ad una riduzione della spesa intorno al 14%.

Da parte sua l’Unione Europea si prepara a concedere 85 miliardi di euro al Paese, ma la notizia — anche se non si conoscono a fondo tutti i dettagli dell’operazione — non ha ancora arrecato il sollievo sperato sui mercati, almeno per ora, e le paure di contagio della crisi irlandese su altri Paesi in difficoltà non sono ancora svanite, nonostante la rassicurazione della Commissione, secondo la quale la situazione dell’Irlanda è ben diversa da quella del Portogallo e della Spagna, altri Paesi nel mirino degli organi istituzionali e della speculazione. Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha inteso fissare alcuni punti chiave quando ha affermato che «non è in gioco l’euro ma la stabilità finanziaria» e «ciò che conta è avere un buon piano per l’Irlanda». «Non dobbiamo trasformare la riflessione su che cosa dobbiamo fare in una critica all’euro» ha concluso Trichet.

Ma l’attacco ai debiti sovrani e il rischio che corrono l’Irlanda ed anche il Portogallo stanno comunque mettendo a dura prova la tenuta dell’intera zona euro, tanto che il presidente dell’UE non ha usato, di recente, troppi giri di parole per sostenere che dobbiamo lavorare tutti insieme per permettere all’Eurozona di sopravvivere perché se essa non sopravvivrà anche l’Unione non sopravvivrà. Le preoccupazioni, perciò, non riguardano solo l’Irlanda, ma lo scongiurare che la febbre irlandese contagi altri Paesi, come il già citato Portogallo, fino ad arrivare alla Spagna ed altri stati con un elevato debito pubblico. Senza contare, poi, che anche la situazione della Grecia appare ancora molto fragile, con una recessione che persiste e con i conti pubblici ancora fuori controllo.

Ciò premesso non si può negare però che, almeno in questo periodo, sui mercati resta un certo nervosismo sulle incertezze del prossimo futuro che possono avvolgere, come già accennato prima, il Portogallo ed anche la Spagna, mentre il nostro Paese, nonostante sia quello con maggior peso del debito pubblico, resta per ora al riparo, ma pensiamo che dovrà pagare comunque qualcosa a questo clima di instabilità in termini di maggiori interessi sulle proprie emissioni. E proprio su questo punto viene condivisa la decisione, annunciata dal nostro Tesoro, della cancellazione di alcune aste di fine anno, in considerazione delle “limitate esigenze di finanziamento”.

È bene ricordare in proposito che decisioni come quelle citate vengono spesso adottate in questo periodo ed il fatto che ciò sia avvenuto anche in una fase non ordinaria come quella attuale è di per sé una dimostrazione di tranquillità.

Quanto al Portogallo, la situazione è molto diversa poiché se è vero che il suo sistema bancario, pur con alcune sofferenze, si ritiene superabile, generano invece preoccupazioni i conti pubblici, nonché la Finanziaria, in via di approvazione, che dovrebbe portare il rapporto deficit-PIL dall’attuale 7,3% al 4,6% per il prossimo anno. Tuttavia, è da sottolineare che il Paese è piccolo e il suo PIL (circa il 2% di quello di Eurolandia) ed il debito — pur in crescita, ma attestato ancora al 76% del PIL — sono ancora gestibili, mentre la crisi dei debiti sovrani prenderebbe una piega ben più grave se riguardasse la Spagna, la quale, pur avendo un rapporto debito-PIL relativamente contenuto (53%), è pur sempre un’importante economia dell’area euro e vale, da sola, quasi il 12% del totale.

Per quanto riguarda, infine, il nostro Paese, non viene rappresentato per il momento come un problema per la zona euro, pur essendo sempre parte della soluzione. La nostra criticità è sempre il debito pubblico, ma come ha sostenuto, di recente, il responsabile del Tesoro, «due carte vincenti hanno consentito all’Italia di salvarsi: la politica del Governo che è stata di responsabilità e la condotta avuta dagli italiani negli anni passati».

E ciò, aggiungiamo noi, nonostante le irresponsabilità di molti politici, che farebbero meglio a tacere.

 

Cosimo Sorrentino


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