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Eurocarni nr. 1, 2011

Rubrica: Benessere animale
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 63)

Gli allevatori di suini e il benessere animale

Con il Progetto WelfareQuality gli imprenditori hanno potuto parlare col cuore, la testa e … la pancia e far conoscere aspettative e frustrazioni

Quante volte è stato chiesto agli allevatori cosa pensano che sia il benessere animale? Per poter migliorare le condizioni di allevamento degli animali europei e trarre i vantaggi sanitari e produttivi che il benessere animale comporta bisogna sicuramente avere le idee chiare su cosa sia il “benessere”, da cosa lo si può giudicare e come lo si può misurare. Ma bisogna anche essere tutti d’accordo e rispettarsi per poter fare dei passi avanti. Escludere dal dibattito coloro i quali stanno più a contatto con il bestiame non è certo costruttivo, eppure è più facile leggere resoconti su cosa si aspettano i consumatori piuttosto che su cosa pensano gli allevatori! Secondo la legge della domanda e dell’offerta, è quest’ultima che si deve adeguare per soddisfare la domanda. Il cliente, d’altronde, ha sempre ragione. Certo questa è la logica del mercato, ma è un atteggiamento costruttivo? Se la questione coinvolge degli esseri viventi e un intero settore produttivo forse è meglio adottare un atteggiamento più conciliante e intraprendere un percorso tracciato con logiche diplomatiche. Una specie di road map, che possa accontentare tutti e permetta di raggiungere nel tempo un buon traguardo, procedendo tappa per tappa.

Ecco allora che chiedere il parere degli allevatori diventa il primo passo da fare. Al congresso conclusivo sul progetto WelfareQuality tenutosi in Svezia a fine 2009, Bettina Bock, dell’olandese Wageningen University, ha presentato il punto di vista degli allevatori sul benessere e, soprattutto, sui modi e criteri con cui lo si monitora.

L’indagine si è svolta organizzando dibattiti fra gruppi di lavoro di scienziati e sociologi del Progetto WelfareQuality e gruppi di allevatori di suini. Le discussioni sono state condotte in Norvegia, Italia e Olanda e i gruppi di allevatori sono stati selezionati in modo da essere composti da 10-12 soggetti il più eterogenei possibile: differenti fra loro per età, sesso, dimensioni dell’azienda, metodi di produzione e tipo di prodotto. I dibattiti si sono svolti per due giornate intere nell’ottobre del 2008. Gli argomenti affrontati sono stati il benessere animale, il modo di lavorare degli operatori del Progetto WelfareQuality, gli strumenti utilizzati per misurare il benessere e quelli per accrescerlo. Dai dibattiti sono emersi i punti di accordo fra i partecipanti, quelli di maggior interesse e quelli che sollevavano resistenze da parte degli allevatori.

Le discussioni sono state anche piuttosto animate, soprattutto in Olanda (ma anche in Italia), perché in alcuni Paesi, secondo la Bock, gli allevatori percepiscono la creazione di un clima di tensione attorno alla questione del benessere animale. Tutti si sono trovati d’accordo per quanto riguarda la definizione di benessere animale, i 12 criteri e i 4 principi da osservare per quantificarlo. Fra questi, gli allevatori danno la priorità allo stato di salute e alle condizioni corporee, ma allo stesso tempo riconoscono l’importanza del comportamento (la libertà di manifestare in modo opportuno l’etogramma: tutti i comportamenti previsti dalla specie nelle proporzioni fisiologiche nell’arco del tempo) e anche delle emozioni degli animali (ad esempio paura e ansia). Gli allevatori si sono dichiarati a favore di un sistema di monitoraggio oggettivo e basato sugli animali stessi, che vada incontro agli interessi dei consumatori e dei cittadini europei, ma solo a patto che non lasci spazio al sentimentalismo. Fin qui tutti d’accordo, mentre invece hanno scatenato interesse e forti resistenze tre argomenti: l’oggettività delle misurazioni e dei punteggi; l’assunzione di responsabilità dei risultati; le politiche del benessere animale.

Per quanto riguarda l’oggettività di misurazioni e punteggi, gli allevatori hanno sollevato dubbi sul rischio di valutazioni troppo soggettive, soprattutto per quanto riguarda il principio del diritto ad avere un comportamento appropriato. Questo diritto è stato valutato dal Progetto WelfareQuality attraverso alcuni criteri: l’assenza di ferite, la buona relazione uomo-animale, la possibilità di manifestare comportamenti e la possibilità di manifestare comportamenti sociali. Secondo gli allevatori esiste il reale pericolo che il contesto possa influenzare troppo il punteggio di questi criteri. Altro tasto giudicato dolente dagli allevatori è l’assunzione della responsabilità per quanto riguarda le condizioni di benessere degli animali in allevamento: si tratta di un’assunzione forzata, uno scarica barile, visto che gli allevatori non possono controllare tutte le variabili in gioco.

La dipendenza dai prezzi di mercato e della filiera, le limitazioni imposte dal sistema intensivo e dall’economia di mercato da una parte, l’imprevedibilità di misurazioni basate sugli animali dall’altro pongono gli allevatori in una condizione difficile, in cui vengono accollate loro anche colpe di cui non pensano di poterne avere la responsabilità. Tutto questo getta gli allevatori che hanno partecipato ai dibattiti in uno stato di diffidenza e quasi di rancore verso le politiche di benessere animale, che vengono giudicate come foriere di regolamentazioni e divieti e addirittura come strumento per far ricadere in toto vergogna e colpe sugli imprenditori zootecnici. Dai dibattiti emerge che gli allevatori si fidano degli scienziati, condividono con loro l’idea di cosa sia realmente e non sentimentalmente il benessere animale e cooperano volentieri con loro in quanto si sentono tutelati dagli accademici. Del tutto diverso è l’atteggiamento che adottano nei confronti dei cittadini, dai quali invece si sentono attaccati e giudicati; e allora rispondono con l’ostruzionismo. Queste posizioni possono anche diventare estreme. Il fatto che in Olanda le discussioni siano state così vivaci ha fatto dire a Bettina Bock che gli allevatori potrebbero assumere un comportamento di chiusura e di rifiuto nei confronti del benessere e dei processi individuati per accrescerlo. E si sa che gli imprenditori zootecnici olandesi hanno un peso politico non indifferente in sede europea.

La Bock ha ricordato ai partecipanti al congresso svedese che il benessere animale entra nel dibattito politico comunitario, che il suo monitoraggio non è solo una questione di informazione, ma anche di norme e di politiche. Per questo, ha affermato, bisogna far conoscere meglio la questione agli allevatori, dare loro più informazioni sui sistemi di misura e di punteggio del benessere che saranno codificati a livello europeo e soprattutto sui costi e sui benefici che si possono trarre monitorando e incrementando il benessere animale. Insomma, gli allevatori vanno conquistati alla causa attraverso la conoscenza: il dialogo aperto e costruttivo — e non il muro contro muro — porterà a nuove normative utili a tutti.

In conclusione la Bock ha riconosciuto che la strada già percorsa per far conoscere il benessere animale agli allevatori è lunga: gli imprenditori zootecnici hanno a cuore il benessere dei loro animali, hanno inserito a pieno titolo il benessere fra i punti da rispettare per etica professionale e un buon punteggio in stalla è per loro motivo di orgoglio. Inoltre, sono pronti ad incrementare e monitorare il benessere seguendo regole date loro. Ma pretendono di essere trattati con riguardo, non tollerano accuse pregiudiziali in materia di benessere animale. E naturalmente chiedono di poter riuscire a restare sul mercato e a guadagnare dal loro lavoro. Dopotutto non chiedono la luna.

 

Giulia Mauri


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